VANNACCI REPLICA A MELONI: «NON VOGLIAMO DISTRUGGERE, LE ALLEANZE SI FANNO IN DUE»

Il leader di Futuro Nazionale respinge l’accusa di essere schierato con l’opposizione e critica il governo su immigrazione, accise, rapporti con Bruxelles e legge elettorale. Alla presidente del Consiglio chiede un confronto diretto e il mantenimento delle preferenze: «Non si può pretendere un voto di fiducia a scatola chiusa»

Roberto Vannacci respinge l’accusa di voler distruggere il centrodestra e replica direttamente a Giorgia Meloni, aprendo un nuovo capitolo dello scontro tra la presidente del Consiglio e Futuro Nazionale. In un colloquio con Adnkronos, l’ex generale sostiene che il suo movimento non sia nato per demolire l’area politica di destra, ma per rappresentare gli elettori delusi dalle promesse che, a suo giudizio, il governo non avrebbe mantenuto.

La risposta arriva dopo l’intervista televisiva nella quale Meloni aveva descritto Futuro Nazionale come una forza ormai difficilmente distinguibile dalle opposizioni sul piano parlamentare. La presidente del Consiglio aveva osservato che il movimento di Vannacci vota contro il governo, non sostiene le questioni di fiducia e concentra la propria azione politica sugli attacchi alla maggioranza. Pur riconoscendo una distanza evidente tra i contenuti del generale e quelli della sinistra, Meloni aveva affermato che risulta difficile costruire qualcosa con chi sembra intenzionato soltanto a distruggere.

Vannacci contesta questa lettura. Sostiene che Futuro Nazionale non voglia colpire la destra, ma impedire che venga svuotata delle proprie promesse una volta raggiunto il governo. Nel suo ragionamento, il problema non sarebbe la mancanza di lealtà del nuovo movimento, ma la distanza tra le parole pronunciate dal centrodestra durante le campagne elettorali e le scelte compiute successivamente.

«Noi non vogliamo distruggere. Piuttosto ricordiamo bene», afferma Vannacci, richiamando il blocco navale contro l’immigrazione irregolare, la promessa di intervenire sulle accise, l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale e il confronto con l’Unione europea.

Il leader di Futuro Nazionale cita anche l’espressione «è finita la pacchia», utilizzata da Meloni negli anni dell’opposizione per descrivere il rapporto che avrebbe voluto stabilire con Bruxelles. Per Vannacci, quelle parole avrebbero alimentato l’attesa di una politica più conflittuale verso le istituzioni europee, mentre il governo avrebbe successivamente assunto un atteggiamento più accomodante.

La replica non riguarda quindi soltanto la possibilità di una futura alleanza elettorale. Investe l’identità del centrodestra, il modo in cui il governo interpreta il proprio mandato e il rapporto tra una forza politica di maggioranza e un movimento che cerca di sottrarle consensi proprio sul terreno della coerenza.

LA CONTESTAZIONE DELLE PROMESSE NON MANTENUTE

Vannacci costruisce la propria risposta intorno a una critica precisa: il centrodestra avrebbe promesso una rottura con alcune politiche precedenti, ma una volta al governo avrebbe progressivamente ridimensionato le proprie posizioni.

Il generale sostiene che Futuro Nazionale sia nato perché una parte dell’elettorato non accetta più una destra che utilizza un linguaggio combattivo durante la campagna elettorale e successivamente si adegua agli equilibri europei, istituzionali ed economici.

«Milioni di italiani non vogliono più una destra che promette battaglia e poi si adegua, che parla di sovranità e poi si prostra a Bruxelles», afferma.

È un’accusa che Meloni e la maggioranza respingono. Il governo rivendica i risultati ottenuti sul piano dell’occupazione, della gestione dei flussi migratori, della stabilità politica e del maggiore peso riconosciuto all’Italia nei negoziati europei. La presidente del Consiglio sostiene inoltre che governare richieda soluzioni concretamente applicabili e non possa essere ridotto alla ripetizione delle parole d’ordine utilizzate dall’opposizione.

Vannacci si colloca su una linea differente. Ritiene che la complessità dell’azione di governo venga spesso invocata per giustificare arretramenti rispetto agli impegni iniziali. Il suo movimento cerca quindi di presentarsi come il custode di una destra più netta sui temi della sovranità nazionale, dell’immigrazione, della sicurezza, dell’identità e dei rapporti con l’Unione europea.

Questo posizionamento permette a Futuro Nazionale di parlare agli elettori che considerano insufficienti i risultati della maggioranza, ma rende più difficile un’intesa politica con Meloni. Il contrasto non si limita infatti a una singola legge o a una decisione parlamentare. Riguarda la valutazione complessiva dell’esperienza di governo.

«NON SI PUÒ CHIEDERE FIDUCIA A SCATOLA CHIUSA»

Uno dei punti principali della replica riguarda il comportamento parlamentare dei rappresentanti di Futuro Nazionale.

Meloni aveva criticato il movimento per non avere votato diverse questioni di fiducia e per essersi collocato, nei fatti, insieme alle opposizioni. Vannacci risponde che la fiducia non può essere richiesta automaticamente a una forza che non viene ascoltata e le cui proposte vengono regolarmente respinte.

«Le alleanze si fanno in due», sottolinea. «Non si può chiedere lealtà e poi ignorare chi pone questioni vere. Non si può pretendere il voto di fiducia a scatola chiusa, mentre ogni proposta seria viene respinta o trattata come un fastidio».

La posizione del generale evidenzia una contraddizione difficile da risolvere. Futuro Nazionale rivendica una collocazione a destra e si propone come possibile interlocutore del centrodestra, ma in Parlamento non sostiene il governo. La maggioranza interpreta questo comportamento come una scelta di opposizione. Vannacci lo presenta invece come la conseguenza del rifiuto, da parte dell’esecutivo, di prendere in considerazione le sue proposte.

Il confronto riguarda anche la definizione stessa della lealtà politica. Per Meloni, una forza che aspira a entrare nella coalizione dovrebbe dimostrare affidabilità attraverso i voti parlamentari e il sostegno all’azione del governo. Per Vannacci, la lealtà non può tradursi nell’approvazione automatica dei provvedimenti decisi dalla maggioranza.

«Chi vuole costruire ascolta e chi vuole comandare da solo accusa gli altri di distruggere», afferma, rovesciando sul governo la contestazione ricevuta.

Il generale si rivolge poi direttamente alla maggioranza: «Non siamo noi a dover dimostrare lealtà a voi, siete voi a dover dimostrare lealtà agli italiani».

Il tono segnala la volontà di mantenere una posizione autonoma. Vannacci non chiede di entrare immediatamente nella coalizione e non offre un sostegno senza condizioni. Cerca piuttosto di aumentare il costo politico di un’eventuale esclusione, presentando Futuro Nazionale come una forza che potrebbe sottrarre al centrodestra una parte decisiva dei consensi.

IL MESSAGGIO DIRETTO ALLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Vannacci invita Meloni a parlargli direttamente e sostiene che la presidente del Consiglio conosca il suo numero di telefono.

«Se vuole parlare con me, conosce il mio numero, invece di continuare a fare illazioni per interposta persona», afferma.

Il passaggio rivela che tra i due non esiste, almeno in questa fase, un canale politico stabile. Il confronto avviene prevalentemente attraverso interviste, dichiarazioni pubbliche e interventi parlamentari.

Questa distanza rende più difficile distinguere la polemica elettorale dalla possibilità di un’intesa futura. Meloni ha interesse a evitare che la nascita di Futuro Nazionale divida il voto della destra e favorisca le opposizioni nei collegi decisivi. Allo stesso tempo, non può riconoscere a Vannacci il potere di imporre condizioni alla coalizione attraverso la minaccia di una candidatura autonoma.

Il generale, dal canto suo, deve dimostrare di non essere una semplice forza di testimonianza. Un ingresso nel centrodestra senza condizioni rischierebbe di indebolire la sua immagine di alternativa coerente. Una corsa solitaria, però, potrebbe lasciarlo fuori dalla maggioranza e renderlo corresponsabile di un’eventuale sconfitta dello schieramento.

La frase sulle alleanze che «si fanno in due» racchiude questa tensione. Vannacci non esclude un accordo, ma chiede che Futuro Nazionale venga riconosciuto come un soggetto politico autonomo e non come una forza obbligata a sostenere il governo in virtù della comune appartenenza alla destra.

LA LEGGE ELETTORALE E IL NODO DELLE PREFERENZE

Lo scontro si concentra anche sulla riforma elettorale, al centro del confronto tra i partiti della maggioranza.

Meloni sostiene la necessità di un sistema che consenta agli elettori di sapere, già nella notte dello scrutinio, chi abbia vinto e chi disponga dei numeri necessari per governare. La presidente del Consiglio ha respinto l’idea di una legge costruita per favorire il centrodestra e ha presentato la riforma come uno strumento destinato a ridurre i governi nati attraverso accordi parlamentari successivi al voto.

Vannacci concentra la propria attenzione sulle preferenze. Chiede liste aperte, senza posizioni bloccate, e la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i parlamentari.

Il generale invita Meloni a non cedere alle resistenze che sarebbero presenti soprattutto in Forza Italia e nella Lega. Utilizza un linguaggio volutamente provocatorio, chiedendo alla presidente del Consiglio di «tirare fuori gli attributi» e di dimostrare di essere in grado di ottenere almeno questo risultato.

Secondo Vannacci, l’introduzione delle preferenze non comporterebbe costi per lo Stato e non potrebbe essere attribuita a ostacoli provenienti dalla magistratura o dalle istituzioni europee. Sarebbe quindi una scelta esclusivamente politica, attraverso la quale Meloni potrebbe mantenere uno degli impegni richiamati nel dibattito sulla riforma.

Il riferimento ai parlamentari nominati tocca un problema discusso da anni. Con le liste bloccate, l’ordine dei candidati viene deciso dai partiti e l’elettore può scegliere la lista, ma non sempre il singolo rappresentante. Le preferenze restituiscono una maggiore possibilità di scelta, ma vengono criticate da chi teme l’aumento dei costi delle campagne personali, il rafforzamento delle clientele locali e la competizione interna tra candidati dello stesso partito.

Il vertice di maggioranza dovrà trovare un equilibrio tra queste posizioni. La riforma deve affrontare anche il premio destinato alla coalizione vincente, le soglie di accesso al Parlamento, l’indicazione del candidato premier e la compatibilità complessiva del sistema con i principi costituzionali.

Per Futuro Nazionale, la legge elettorale ha inoltre un interesse diretto. Il sistema scelto potrà facilitare o ostacolare l’ingresso parlamentare delle nuove formazioni e influire sulla convenienza di una candidatura autonoma oppure di un’alleanza.

IL CONFRONTO SULL’EUROPA

Vannacci inserisce nella polemica anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, definita provocatoriamente «l’amica Frau von der Leyen» di Meloni.

Il riferimento serve a contestare il rapporto costruito dal governo italiano con la guida della Commissione. Secondo il generale, Meloni avrebbe abbandonato la promessa di opporsi alle politiche europee considerate contrarie agli interessi nazionali e sarebbe diventata uno dei principali sostegni dell’attuale equilibrio comunitario.

Il governo presenta invece quel rapporto come il risultato della maggiore capacità italiana di incidere sulle decisioni. Meloni sostiene che la difesa dell’interesse nazionale non richieda un isolamento permanente, ma la costruzione di alleanze capaci di produrre risultati.

La differenza tra le due impostazioni è evidente. Vannacci interpreta la sovranità soprattutto come opposizione ai vincoli e agli indirizzi provenienti da Bruxelles. Meloni rivendica una strategia nella quale l’Italia rimane pienamente inserita nell’Unione europea e cerca di modificarne le decisioni dall’interno.

Il contrasto riguarda il Green Deal, la politica migratoria, le regole economiche, il rapporto con la Nato e la gestione delle principali crisi internazionali. Futuro Nazionale cerca di occupare lo spazio lasciato da chi considera Fratelli d’Italia ormai troppo vicino alle posizioni tradizionali delle istituzioni europee.

UNA SFIDA PER LA LEADERSHIP DELLA DESTRA

La polemica tra Meloni e Vannacci rappresenta qualcosa di più di una normale discussione tra partiti potenzialmente alleati.

La presidente del Consiglio ha costruito la propria leadership attraverso una lunga opposizione ai governi tecnici, alle maggioranze trasversali e a una parte dell’establishment europeo. Una volta arrivata a Palazzo Chigi, ha dovuto trasformare quella identità in azione di governo, assumendo responsabilità internazionali, economiche e istituzionali.

Vannacci utilizza proprio questa trasformazione per presentarsi come il rappresentante di una destra rimasta fedele alle posizioni originarie. La sua critica è rivolta non soltanto alle singole politiche, ma alla normalizzazione di Fratelli d’Italia all’interno del sistema politico nazionale ed europeo.

Meloni, però, considera questa impostazione una semplificazione. Governare significa affrontare limiti finanziari, trattati internazionali, rapporti di forza e conseguenze concrete delle decisioni. La presidente del Consiglio sostiene che l’identità politica debba essere misurata sui risultati e non sulla radicalità del linguaggio.

Le due prospettive competono per una parte dello stesso elettorato. Futuro Nazionale punta sui delusi, sugli astensionisti e su quanti considerano troppo moderata la linea del governo. Fratelli d’Italia deve difendere la propria area senza interrompere il rapporto con gli elettori moderati e con gli alleati europei.

La legge elettorale potrà determinare le modalità di questa competizione, ma non eliminerà il problema politico. Un accordo richiederebbe a Vannacci di riconoscere la leadership di Meloni e alla presidente del Consiglio di accettare un alleato intenzionato a condizionare la coalizione da destra.

Per il momento prevale lo scontro pubblico. Vannacci respinge l’immagine di un movimento distruttivo, chiede ascolto e rivendica il diritto di non votare automaticamente la fiducia. Meloni considera invece incoerente chiedere un posto nel centrodestra mentre si vota con le opposizioni contro il governo.

Le parole del generale lasciano aperta una possibilità di confronto, ma stabiliscono condizioni precise: preferenze nella legge elettorale, ascolto delle proposte di Futuro Nazionale e ritorno a una linea più rigida sui temi identitari, europei e migratori.

La risposta di Palazzo Chigi determinerà se questa fase sarà il preludio a una trattativa oppure l’inizio di una competizione destinata a proseguire fino alle elezioni.

Fonte: Adnkronos, colloquio di Francesco Saita con Roberto Vannacci