Dieci anni dopo il sisma che devastò Amatrice e il Centro Italia, il ricordo delle vittime si intreccia ancora con il tema della ricostruzione. La premier Giorgia Meloni parla di un “deciso cambio di passo”, mentre il presidente Sergio Mattarella chiede di ultimare i lavori nel più breve tempo possibile. Ma nella comunità restano anche amarezza, assenze e proteste contro quella che alcuni residenti considerano una commemorazione troppo condizionata dalla politica.
Alle 3:36 del 24 agosto 2016 la terra tremò nell’Appennino centrale.
Una scossa di magnitudo 6.0 devastò Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e numerosi altri centri tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Dieci anni dopo, la ferita non si è ancora completamente chiusa.
Ad Amatrice la notte del decennale è stata scandita da una fiaccolata e da 239 rintocchi di campana, uno per ciascuna delle vittime del comune simbolo della tragedia. Il bilancio complessivo della sequenza sismica viene ricordato dall’INGV in 299 vittime.
Meloni: «C’è stato un cambio di passo»
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato alle commemorazioni, deposto una corona di alloro al Monumento alle vittime e incontrato alcuni familiari.
«L’emozione per l’incontro con i parenti delle vittime è grande, ma è più grande l’impegno perché noi vogliamo soprattutto dare risposte», ha dichiarato lasciando Amatrice.
Sul tema della ricostruzione, Meloni ha riconosciuto che il lavoro da fare resta ancora molto, sostenendo però che negli ultimi anni si sia registrato un cambiamento.
La premier ha parlato di «troppi rinvii e false partenze» nel decennio trascorso, affermando che il governo ha lavorato per imprimere un «deciso cambio di passo» sia nella ricostruzione privata sia negli investimenti pubblici.
Mattarella: «Ultimare la ricostruzione»
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che la ricostruzione è un percorso complesso, ma ha richiamato tutte le istituzioni alla responsabilità di restituire normalità ai territori.
Il risanamento, ha sottolineato, deve essere completato «nel più breve tempo possibile».
Anche il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi ha insistito sulla necessità di andare oltre la semplice ricostruzione degli edifici.
La sfida, ha spiegato, è anche economica, sociale e culturale: riportare persone, attività, servizi e prospettive nelle aree dell’Appennino colpite dal terremoto.
Zuppi: «Dieci anni duri, il processo non è compiuto»
Particolarmente forte il messaggio del cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI.
«Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto», ha detto durante la messa, sintetizzando con una frase la condizione di Amatrice: «Amatrice non c’è più e non c’è ancora».
Secondo Zuppi, molto è stato fatto, ma il paese continua a vivere in una condizione sospesa, mentre la ricostruzione procede «pezzo per pezzo».
Il cardinale ha ricordato anche quei 142 secondi di distruzione che cambiarono per sempre la vita di migliaia di persone, rendendo omaggio ai soccorritori e alla capacità della comunità di reagire.
Una parte di Amatrice ha scelto di non esserci
Ma il decennale non è stato soltanto commemorazione istituzionale.
Una parte della comunità ha deciso di disertare le celebrazioni ufficiali, accusando la politica di trasformare il ricordo in una “passerella”.
Tra gli assenti anche l’ex sindaco Sergio Pirozzi, che ha preferito partecipare a una celebrazione più raccolta nel container che ancora ospita la parrocchia di Sant’Agostino.
«Da quando non ho più un ruolo istituzionale preferisco vivere il mio lutto in maniera privata», ha spiegato.
Alcuni residenti hanno contestato anche lo spostamento degli orari delle celebrazioni e hanno chiesto soprattutto risposte concrete dopo dieci anni di cantieri, ritardi e promesse.
Dieci anni dopo, la memoria non basta
Amatrice oggi è un luogo dove convivono ricostruzione e assenze, cantieri e speranza.
Il sindaco parla di una comunità che vuole rinascere attraverso musica, teatro, sport e nuove attività. Zuppi invita a trasformare la memoria in futuro. Mattarella chiede di accelerare. Meloni rivendica il cambio di passo.
Ma il decennale lascia soprattutto una domanda semplice: quanto tempo deve ancora passare perché una comunità possa tornare davvero a sentirsi ricostruita?
Perché ricostruire Amatrice non significa soltanto rialzare muri.
Significa restituire una piazza, una casa, un lavoro, una comunità e quella normalità che alle 3:36 del 24 agosto 2016 venne improvvisamente spezzata.
