di Generoso D’Agnese
Se li avesse percorsi oggi, sarebbe entrato nel Guinness dei Primati. 8mila chilometri a piedi, attraversando letteralmente tutto il Sudamerica e il Centroamerica per arrivare sul territorio statunitense, non è infatti cosa da poco e chiunque lo facesse meriterebbe l’attenzione di tanti mass media. Nessuno però si interessò a Louis Carrozzi che quel viaggio lo fece realmente e solo per la grande voglia di lavorare negli Stati Uniti.
Partì con uno zaino e pochi spiccioli, un cane al guinzaglio e avendo come punto di riferimento un solo punto: il Nord. E vi arrivò dopo anni, e dopo aver patito mille disavventure. Impossibilitato a raccontare la sua storia perché nel Paese a stelle e strisce arrivò da clandestino e vi visse per alcuni anni. Ma tutto questo non importava a Louis Carrozzi. A lui bastava aver vinto la sfida con lo spazio.
Nato cento anni fa a Camarda, paese alle falde del Gran Sasso, diventato, nel 1927, frazione de L’Aquila, Luigi nel 1926, prese la via dell’Argentina e approdò a Puàn, per lavorare alla fattoria di alcuni parenti. Non era quello il suo obiettivo. A tutti gli amici Luigi disse di voler andare a lavorare negli Stati Uniti e per tale sogno si mise in fila per ottenere il visto. Ma un imprevisto cambio nelle leggi tra i due stati chiuse temporaneamente la porta a chi era in attesa di imbarcarsi verso New York. E chiuse le porte alle speranze di Luigi.
Il giovane non si rassegnò mai alla chiusura della frontiera nordamericana. Per lui gli Stati Uniti dovevano essere raggiunti, a tutti i costi. Con pochi spiccioli in tasca Luigi si mise in marcia, lasciandosi alle spalle la fattoria dello zio Odorisio, a 500 chilometri a sud di Buenos Aires. Era il giugno del 1930.
Carrozzi ebbe come compagno solo un cane e a passo dopo passo attraversò l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, il Panama, l’Honduras, prima di raggiungere New York, clandestino su una nave bananiera, nel maggio del 1932.
Lungo il cammino il ragazzo italiano incontrò ogni sorta di disavventura. Incarcerato, rapinato più volte, sequestrato, torturato da una tribù indigena di antropofagi, Carrozzi si adattò a vivere e dormire nei luoghi più selvaggi, dividendo lo spazio con serpenti e altri animali pericolosi. Più volte si cibò soltanto di radici e erbe e combatté per due anni la sua personale battaglia per la sopravvivenza. Sopravvisse perfino a un terremoto e a una rivoluzione.
Quella di Luigi fu una vera e propria epopea. L’italiano incontrò la generosità degli umili e l’indifferenza dei benestanti. Ma nulla riuscì a fermarlo: né le febbri né il mal di montagna né le sabbie mobili né le pestilenze, niente riuscì a dissuaderlo”. Una storia dimenticata dagli studiosi dell’emigrazione, perché rappresenta un granello infinitamente piccolo nel Mare Magnum della migrazione italiana. Ma non dimenticata nel piccolo paese di Camarda, dove per anni circolava la storia di Carrozzi. Raccontata come una leggenda e recuperata alla cronaca grazie alle ricerche di un editore italiano, dopo il ritrovamento del testo scritto in inglese, pubblicato negli Stati Uniti e mai tradotto in italiano.
Quella di Carrozzi era infatti una storia pubblicata solo nel 1954: l’avventurosa marcia non aveva potuto divulgare subito le memorie della sua avventura, in quanto era entrato illegalmente negli Usa. Luigi (che negli USA adattò il suo nome in Louis), sulla scorta delle sue certosine annotazioni di viaggio, raccontò le sue avventure ma ebbe poche possibilità di far circolare la sua straordinaria marcia attraverso il Continente americano. Sposatosi con Margareth Brigante (di origini calabresi) Carrozzi morì a soli 50 anni, nel 1959, a Los Angeles e la sua storia si perse nella polvere del tempo. Venne riscoperta soltanto tanti anni dopo, grazie alle ricerche di Errico Centofanti, al recupero di ogni parte della memoria e delle testimonianze familiari.
Eccezionale contributo è stato dato da Madeline Carrozzi, la figlia di Louis, nata negli Stati Uniti ed attualmente residente in California, che poté salutare con commozione l’uscita della versione italiana del libro di viaggi di Carrozzi: “La mia grande avventura”, edito da Portofranco con la collaborazione dell’associazione culturale San Pietro della Ienca.
Il restauro testuale è stato mirato a riportare il testo il più possibile vicino alla stesura autografa, ed è un’opera che si lascia leggere con piacere e partecipe curiosità, che attraversa la mente non senza lasciare tracce significative.
Una storia che potrebbe tranquillamente affascinare qualche produttore cinematografico e che consegna alla storia un’avventura italiana che trova il suo “doppio” nella camminata di Salvatore Borsei, nato a Rocca di Mezzo (L’Aquila) e capace di attraversare l’intera Africa, da solo e a piedi e negli stessi anni, per raggiungere il Sudafrica e iniziare una nuova vita lavorativa.
