Cav. Luigi De Luca OMRI
Quando chi decide resta lontano, e chi combatte paga il prezzo Guardando le guerre, da quelle del Settecento fino ai conflitti più recenti, la cosa che più colpisce non è tanto la loro violenza, quella purtroppo è sempre esistita, ma la loro incredibile somiglianza. Cambiano le uniformi, cambiano le armi, cambiano le bandiere, ma la scena rimane la stessa: uomini mandati avanti, uno contro l’altro, a combattersi senza conoscersi, senza odiarsi davvero, senza avere alcuna ragione personale per togliersi la vita a vicenda. E sopra di loro, sempre lontani, sempre protetti, coloro che quelle guerre le decidono.
È un’immagine che si ripete nei secoli: i soldati nei campi, nel fango, nella paura e tra i morti (non ho voluto usare caduti perché non c’è nessun onore a combattere guerre non volute), nel rumore assordante delle armi, e i comandanti su una collina, a distanza, a osservare, a valutare, a calcolare. Non vivono la guerra, la gestiscono. Non rischiano la vita, amministrano il rischio degli altri.
E quando i numeri non tornano più, quando le perdite diventano troppo alte, quando il sacrificio umano non è più “conveniente”, allora arriva l’ordine di ritirata. Come se si trattasse di una partita mal gestita. Come se quelle vite fossero semplicemente una variabile da correggere. Ma ogni uomo che cade non è un numero. È una storia che si interrompe.
È una famiglia che si spezza. È un futuro che non esisterà più. E allora viene naturale una domanda che, nella sua semplicità, diventa quasi insopportabile: se la guerra è davvero una questione di forza, di coraggio, di intelligenza strategica, perché coloro che la decidono non scendono in campo in prima persona? Perché il peso delle loro decisioni deve sempre ricadere su uomini che non hanno scelto, che spesso non comprendono fino in fondo, che si trovano a obbedire non per convinzione, ma per dovere? Dov’è il coraggio nel mandare altri a morire al posto proprio? Perché un uomo che potrebbe essere un padre, un figlio, un lavoratore, qualcuno che contribuisce ogni giorno alla crescita della propria comunità, deve diventare improvvisamente uno strumento di distruzione per una volontà che non è la sua?
Si parla spesso di onore, di patria, di dovere. Parole grandi, pesanti, che però, troppo spesso, vengono utilizzate per coprire una verità molto più scomoda: che la guerra è una decisione presa da pochi e pagata da molti.
E quasi sempre da quelli che hanno meno voce, meno scelta, meno possibilità di sottrarsi. La vera tragedia non è solo la morte. È l’innocenza che viene sacrificata. Perché chi combatte, nella maggior parte dei casi, non odia davvero il nemico. Non lo conosce nemmeno. È stato educato a vederlo come tale, è stato mandato a combatterlo, ma non ha costruito personalmente quella inimicizia. È una guerra che non nasce da lui, ma che finisce per passare attraverso di lui. E in questo c’è qualcosa di profondamente ingiusto.
Forse il problema più grande non è la guerra in sé, ma il fatto che abbiamo imparato ad accettarla come inevitabile, quasi naturale, come se facesse parte dell’ordine delle cose. E invece non lo è. È una costruzione umana. È una scelta. E come ogni scelta, potrebbe essere diversa. Immaginare un mondo senza guerre può sembrare ingenuo. Ma accettare un mondo in cui siano sempre gli stessi a pagare il prezzo più alto è, forse, la vera forma di irresponsabilità. Perché una società che considera sacrificabili i propri uomini, i propri figli, è una società che ha già perso qualcosa di fondamentale, anche quando pensa di aver vinto. Il vero coraggio, oggi, non è dimostrare di essere più forti dell’altro.
È avere la lucidità e la responsabilità di non mandare altri a combattere battaglie che non appartengono a loro. Perché ogni vita salvata vale più di qualsiasi vittoria dichiarata. E chi ha il privilegio di decidere, ha anche il dovere più alto: quello di rispondere, prima di tutto, alla propria coscienza. Perché non esiste onore nel comando, se il prezzo è il sacrificio degli innocenti. E non esiste vera grandezza in una vittoria costruita sulla vita degli altri.
Un Cavaliere non misura la propria forza da quanti uomini è disposto a perdere, ma da quanti è capace di proteggere. E forse, quando questo principio tornerà ad essere guida di chi decide, non parleremo più di guerre vinte o perse, ma finalmente di umanità salvata.

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