Nepal-Tibet, cresce l’angoscia per 42 australiani dispersi: le famiglie chiedono più informazioni alla Cina

La frontiera tra Nepal e Cina sta complicando le ricerche degli australiani scomparsi dopo le catastrofiche alluvioni che hanno devastato la regione himalayana. Tra i dispersi figurano pellegrini diretti al Monte Kailash: un gruppo comprendente 11 australiani si trovava nei pressi del posto di frontiera tra Tibet e Nepal pochi minuti prima che una massa di acqua, ghiaccio e detriti travolgesse la valle. Le famiglie chiedono maggiore cooperazione tra Pechino, Kathmandu e Canberra e informazioni più rapide sulle operazioni di soccorso.

L’incertezza sulla sorte degli australiani dispersi dopo la catastrofe tra Nepal e Tibet sta diventando sempre più difficile da sopportare per le loro famiglie.

Secondo le informazioni diffuse dal governo australiano, 42 cittadini australiani risultano ancora dispersi. Molti erano pellegrini impegnati nel viaggio verso il Monte Kailash, luogo sacro per diverse religioni e meta ogni anno di migliaia di persone.

Uno dei punti centrali delle ricerche è il confine tra Nepal e Cina, una delle aree maggiormente devastate dalla piena.

Undici australiani in un gruppo di 80 pellegrini

Un gruppo organizzato dalla Isha Foundation, composto da circa 80 persone e comprendente 11 australiani, aveva appena concluso il pellegrinaggio.

Alle 9:05 del mattino, il responsabile del gruppo avrebbe inviato un messaggio comunicando di essere arrivato al posto di immigrazione per attraversare il confine dal Tibet e rientrare in Nepal.

Circa dieci minuti dopo, una gigantesca massa di acqua, ghiaccio, fango e detriti generata dal collasso glaciale ha attraversato la valle.

Secondo la Isha Foundation, il complesso che ospitava gli uffici dell’immigrazione sarebbe stato completamente spazzato via.

Il problema è che non è ancora chiaro quante persone del gruppo avessero già attraversato ufficialmente la frontiera e quante si trovassero ancora sul territorio cinese.

Il marito di Reshma Patel: «Mi sento impotente»

Tra le persone scomparse c’è Reshma Patel, che partecipava al viaggio organizzato dalla Isha Foundation.

Il marito, Bhavin Patel, è partito dal New South Wales per raggiungere il Nepal e cercare personalmente informazioni.

Dice di essere convinto che la moglie sia ancora viva.

Patel ha analizzato i dati relativi al segnale del telefono di Reshma e sostiene che il dispositivo avrebbe registrato una connessione sul territorio tibetano nelle ore successive all’alluvione.

Un elemento che la famiglia vorrebbe mettere a disposizione delle autorità cinesi, nella speranza che dati telefonici e tecnologie satellitari possano aiutare a restringere l’area delle ricerche.

«Voglio soltanto un po’ di aiuto per riportare Reshma a casa», ha raccontato.

Nel frattempo ha visitato ospedali di Kathmandu, controllato gli elenchi dei sopravvissuti e incontrato rappresentanti della Isha Foundation e dell’ambasciata australiana.

Ma descrive la propria situazione con una parola: «helpless», impotente.

Sei australiani segnalati dispersi sul lato cinese

Secondo quanto riportato dai media statali cinesi, sei australiani figurerebbero tra i 261 cittadini stranieri ancora dispersi sul lato cinese del confine.

Il dato non risolve però il problema più ampio delle famiglie, che chiedono di sapere con precisione dove si trovassero i loro parenti quando la piena ha colpito.

Il sito del valico è tra le zone più difficili da raggiungere.

Le squadre di soccorso avrebbero dovuto attraversare montagne e utilizzare corde per calarsi lungo i pendii prima di raggiungere l’area.

Un soccorritore ha descritto una scena nella quale, guardando in ogni direzione, erano visibili soltanto rovine.

Anche Sumi Adhikari tra i dispersi

Un’altra australiana scomparsa è Sumi Adhikari, anche lei parte del pellegrinaggio della Isha Foundation.

Il marito, Nava Pandey, ha raggiunto il Nepal e ha chiesto alle autorità cinesi di rendere disponibili tutte le informazioni verificate, fornire aggiornamenti regolari e stabilire un canale diretto con le famiglie.

La Isha Foundation sostiene di aver già trasmesso ai soccorritori i dati disponibili sui componenti del gruppo e di stare condividendo anche ulteriori informazioni relative ai segnali telefonici.

L’obiettivo è individuare qualsiasi traccia che possa aiutare le squadre impegnate sul territorio.

Kailash Journeys pubblica la foto di un intero gruppo scomparso

Anche un’altra compagnia specializzata nei pellegrinaggi al Kailash, Kailash Journeys, ha diffuso sui social una fotografia scattata a Kathmandu prima della partenza.

Le persone ritratte risultano ora disperse.

Tra loro c’è Bhavinkumar Raval, marito della residente di Brisbane Aarti Raval, che stava viaggiando insieme al cugino Karan Bhardwaj e all’amico Arpan Mithalal Kothari.

Aarti ha raccontato di vivere notti senza sonno, immaginando i propri cari bloccati nella giungla o sotto il fango.

Anche lei continua a credere che il marito sia vivo e sta pianificando di raggiungere il Nepal.

Critiche anche al governo australiano

Le famiglie non rivolgono le proprie richieste soltanto alla Cina.

Alcuni parenti lamentano anche la quantità limitata di informazioni ricevute dal governo australiano, soprattutto sull’esatta posizione dei dispersi al momento della tragedia.

Canberra afferma di stare facendo «tutto il possibile» per verificare le condizioni dei 42 australiani e assistere le loro famiglie.

Il governo sottolinea però che la portata eccezionale della catastrofe, la geografia della regione, le infrastrutture distrutte e la difficoltà di raggiungere le zone colpite stanno rendendo le operazioni estremamente complesse.

Una corsa contro il tempo e contro i confini

La tragedia del Nepal-Tibet presenta una difficoltà particolare: molte persone potrebbero trovarsi in una zona di frontiera dove le ricerche dipendono dalla cooperazione tra tre governi — Cina, Nepal e Australia.

Per le famiglie ogni ora senza informazioni aumenta l’angoscia.

I dati dei cellulari, gli elenchi degli ospedali, le testimonianze dei sopravvissuti e le immagini satellitari potrebbero diventare strumenti fondamentali per ricostruire gli ultimi movimenti dei dispersi.

Ma prima ancora della tecnologia serve coordinamento.

Per chi aspetta una telefonata dall’altra parte del mondo, la distinzione tra lato nepalese e lato cinese del confine conta poco. L’unica domanda è sapere dove sono i propri cari e se sono ancora vivi.