Le note di Molteni

di Lorenzo Canu

Domenica scorsa si è tenuto il primo dei concerti dell’Istituto di Cultura di Sydney presso il Conservatorio. Ha aperto la stagione Andrea Molteni, pianista italiano di ventisette anni che sta costruendo una carriera internazionale a colpi di Bach, Beethoven e Brahms, nel senso letterale. Una stagione che comincia nel posto giusto: la sala Music Workshop del Sydney Conservatorium of Music. 

La sala era praticamente piena, cosa tutt’altro che scontata, considerando che gli eventi dell’Istituto sono solitamente gratuiti e questo era a pagamento. Tanti italiani, molti australiani, e un pubblico notevolmente giovane. Mancava solo il Console Generale, impegnato in una missione istituzionale a Byron Bay.

Ha aperto l’evento il direttore Marco Gioacchini, che ha presentato Molteni al pubblico con parole che ne inquadravano bene il valore: “L’Istituto promuove i giovani musicisti italiani come Andrea, che rappresenta un’eccellenza rara nel panorama internazionale. In un momento in cui la competizione globale è altissima, è importante valorizzare i nostri talenti, che sono tra i migliori al mondo.”

Molteni ha aperto con una Toccata di Bach molto decisa, che ha stabilito subito il tono della serata. Sono poi seguiti sei brani, di cui uno “a sorpresa”, di altissimo livello, da Petrassi a Brahms. 

Tra i brani, la “Waldstein” di Beethoven. La sonata prende il nome dal conte Ferdinand von Waldstein, amico e mecenate di Beethoven, ed è conosciuta in italiano come “L’Aurora”, per quella qualità luminosa dei suoi accordi d’apertura al terzo movimento. 

È uno dei pezzi più esigenti del repertorio pianistico classico, e per molti rappresenterebbe già un degno punto d’arrivo di una carriera. Per Beethoven era solo una tappa: dopo sarebbero arrivate l’Appassionata, poi l’Hammerklavier. 

La Toccata di Goffredo Petrassi, composta nel 1933, era il brano forse meno conosciuto della serata: un compositore italiano del Novecento che il grande pubblico conosce poco, e che Molteni ha invece frequentato abbastanza da dedicargli un album intero, pubblicato da Brilliant Classics e trasmesso da France Musique.

Dopo l’intervallo, Brahms. Preparandomi al concerto mi ero imbattuto su Piano World, il più grande forum di pianisti al mondo, in una discussione sulle Variazioni Op.21. Un pianista esperto raccontava di averle studiate e poi abbandonate per il troppo lavoro, i troppi rischi, e le troppe insidie nascoste. Soprattutto perché la Variazione VI, quella eseguita da Molteni, con i suoi salti della mano sinistra da eseguire a tempo sostenuto, l’aveva convinto che non avrebbe potuto farcela nemmeno con mesi di lavoro intenso. Che dire. I Walzer Op.39 e lo Scherzo Op.4 hanno chiuso il secondo tempo.

Poi, quando la performance sembrava finita, Molteni è tornato al pianoforte con una Sonata di Scarlatti. Questa scelta non dovrebbe stupire, visto Scarlatti è uno dei compositori a cui Molteni ha dedicato un album intero per Brilliant Classics. 

Borana Meta, CEO di Italify tra il pubblico in sala, ha sintetizzato bene quello che in molti hanno provato, affermando che Molteni aveva portato un “tocco limpido e un fraseggio di rara finezza”, qualità che “emergono con naturalezza in un giovane talento internazionale, accendendo la sala di una passione vibrante e autentica.”

Pur non sapendo ancora quando sarà il prossimo al Conservatorio, il 7 maggio, nella sede dell’Istituto al 125 di York Street, si esibirà il chitarrista classico Tomaso Giro. Si ringrazia Andrea Morara per la concessione delle fotografie.