A scuola di shari’a. Come l’islam si diffonde

Tra scuole, biblioteche e moschee: il dibattito sull’islam politico arriva in Italia

di Lorenza Formicola

Non era una giornata destinata ai riflettori. Eppure, domenica 4 gennaio, a Brescia qualcosa si è mosso con metodo e precisione. Nella nuova moschea cittadina, il Centro Culturale Islamico ha inaugurato un percorso formativo patrocinato dall’Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide.

Al centro dell’iniziativa vi è stato un corso dedicato agli obiettivi della shari’a, affidato a Sheikh Amin Al-Hamzi, figura di rilievo nel panorama islamico europeo e membro di un organismo sovranazionale impegnato nell’elaborazione di pareri giuridico-religiosi.

L’ente promotore risulta collegato all’Istituto Bayan di San Giovanni Lupatoto, centro di studi menzionato in un rapporto dell’intelligence francese sul fondamentalismo islamico e sulle reti transnazionali attive in Europa.

Secondo il dossier, l’Istituto Bayan avrebbe ricevuto finanziamenti dal Kuwait attraverso l’International Islamic Charity Organisation con l’obiettivo di diventare un polo per la formazione degli imam. La stessa organizzazione, pur essendo riconosciuta da organismi internazionali per le proprie attività umanitarie, è stata indicata da diverse fonti investigative come vicina, attraverso alcuni suoi dirigenti, all’area ideologica dei Fratelli Musulmani.

Un quadro complesso che spiega l’attenzione degli apparati di sicurezza e colloca la realtà italiana all’interno di una rete internazionale più ampia, nella quale attività culturali, assistenza sociale e influenza ideologica finiscono talvolta per sovrapporsi.

Il caso Piacenza

Parallelamente, a Piacenza, l’Istituto di Studi Islamici Averroè ha promosso un programma rivolto alle scuole che comprende visite in moschea e lezioni dedicate a temi quali adabakhlaqsirafiqhhadith e Corano.

Secondo quanto reso noto dall’istituto stesso, due classi delle scuole elementari e due licei hanno già partecipato alle attività proposte.

Sui propri canali social, l’istituto rivendica apertamente l’obiettivo di entrare nei percorsi scolastici dedicati alla storia e all’insegnamento religioso.

La questione ha suscitato reazioni politiche. Esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega hanno chiesto chiarimenti, mentre il deputato Rossano Sasso ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per verificare le modalità di autorizzazione delle attività e garantire il pieno consenso informato delle famiglie.

Il caso Milano e il libro di Sinwar

Il dibattito si è acceso anche a Milano, nel quartiere Lambrate, dove tra le letture consigliate in biblioteca è comparso Le spine e il garofano, volume attribuito a Yahya Sinwar, leader di Hamas e considerato uno degli ideatori dell’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 contro Israele.

La presentazione del libro, già contestata in altre città italiane, ha riaperto la discussione sul confine tra libertà culturale e rischio di normalizzazione di figure associate al terrorismo e alla violenza politica.

Per i critici dell’iniziativa, la promozione di opere legate a esponenti di organizzazioni terroristiche rischia di trasformarsi in una forma indiretta di legittimazione simbolica. Per altri, invece, la conoscenza dei testi rappresenta uno strumento utile per comprendere fenomeni complessi e controversi.

Una questione che divide

Il filo che collega questi episodi è sottile ma evidente: una crescente presenza di iniziative culturali, educative e religiose che pongono al centro temi legati all’islam contemporaneo e alla sua interpretazione nello spazio pubblico europeo.

La questione non riguarda soltanto la libertà religiosa, garantita dalla Costituzione, ma anche il rapporto tra identità culturali, integrazione e valori democratici.

La shari’a, intesa come insieme di principi religiosi che regolano aspetti della vita individuale e collettiva del credente musulmano, continua infatti a suscitare interrogativi sul suo rapporto con gli ordinamenti giuridici occidentali.

Mentre scuole, biblioteche e centri culturali diventano luoghi di confronto sempre più frequente su questi temi, resta aperta una domanda destinata ad accompagnare il dibattito pubblico nei prossimi anni: quale modello di integrazione e quale visione della convivenza multiculturale stanno prendendo forma nelle società europee?

Anche l’Italia, oggi, sembra chiamata a confrontarsi con questa sfida.

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