Fedeltà e semplificazione l’imprecisione nella Bibbia CEI in Giovanni 1,11

Una lettura esegetica di Giovanni 1,11

di Luigi Casalini

Il versetto del Vangelo di Giovanni 1,11 appartiene a quelle frasi brevi che, proprio per la loro sobrietà, custodiscono una densità teologica straordinaria.

Il testo originale recita:

“eis ta idia ēlthen, kai hoi idioi auton ou parelabon”.

Una traduzione letterale rigorosa sarebbe:

«Venne nelle cose proprie, e i suoi non lo accolsero».

Il primo elemento decisivo è l’espressione “eis ta idia”. Il sostantivo neutro plurale ta idia deriva dall’aggettivo idios, che indica ciò che è proprio, ciò che appartiene in modo esclusivo, ciò che non è estraneo.

Non designa primariamente un gruppo di persone, ma un ambito di appartenenza: beni, casa, dominio, spazio vitale. È il linguaggio della proprietà e dell’intimità, non quello dell’etnia o della collettività.

Giovanni afferma dunque che il Logos entra nel suo stesso spazio, nel mondo che gli appartiene per diritto di origine e di creazione.

Il verbo “ēlthen” («venne») è semplice e solenne insieme. Non suggerisce un’irruzione violenta, ma un ingresso intenzionale. Il Logos non si impone come conquistatore; entra in ciò che è suo come chi rientra nella propria casa.

La tragedia del versetto nasce proprio da questa discrepanza tra diritto e accoglienza.

La seconda parte introduce un cambiamento significativo:

“kai hoi idioi”.

Qui l’aggettivo idios è al maschile plurale e indica le persone che appartengono a quel medesimo ambito: «i suoi».

La distinzione grammaticale è teologicamente rilevante.

Prima Giovanni parla delle «cose proprie», poi delle «persone proprie». Il Logos entra nel suo dominio, ma coloro che avrebbero dovuto riconoscerlo come il loro Signore non lo accolgono.

Il verbo “parelabon”, aoristo di paralambanō, non significa semplicemente «rifiutare», ma «prendere con sé», «accogliere nella propria sfera», «fare spazio».

Il rifiuto non è descritto come ostilità aperta, bensì come mancata ospitalità.

È il rifiuto più sottile e più doloroso: non l’aggressione, ma l’indifferenza; non la persecuzione immediata, ma la chiusura della porta.

La traduzione latina della Vulgata coglie con grande finezza questa struttura del testo greco:

“In propria venit, et sui eum non receperunt”.

In propria rende fedelmente eis ta idia: «nelle cose proprie», non «tra la sua gente».

Sui corrisponde a hoi idioi, mentre receperunt conserva il senso dell’accoglienza mancata.

La Vulgata, pur nella sua concisione, mantiene la distinzione tra ambito e persone, tra proprietà e relazioni.

Alla luce di questa analisi, le traduzioni della Bibbia CEI risultano problematiche.

La CEI 1974 traduce:

“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”.

Qui l’espressione «la sua gente» introduce un’interpretazione etnica che il testo greco non contiene.

Giovanni non parla di laos (popolo) né di ethnos (nazione). Ridurre ta idia a «la sua gente» restringe indebitamente il campo semantico e sposta il significato verso una lettura quasi esclusivamente storico-nazionale, rischiando di appiattire la portata cosmica del Prologo.

La CEI 2008, pur eliminando il riferimento esplicito alla «gente», traduce:

“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”.

Questa resa è meno interpretativa della precedente, ma resta insufficiente.

Il greco non ripete due volte «fra i suoi»: distingue con precisione tra «le cose proprie» e «i suoi».

La traduzione CEI, fondendo i due livelli, perde la tensione drammatica del testo.

Il Logos entra nel mondo che gli appartiene, ma proprio all’interno di questo mondo viene rifiutato da coloro che ne fanno parte.

Dal punto di vista biblico e teologico questa distinzione è essenziale.

Giovanni non parla soltanto del rifiuto di Gesù da parte di Israele, né semplicemente del rifiuto dell’umanità in senso generico.

Egli descrive un paradosso più profondo: il Creatore entra nella sua creazione, il padrone entra nella sua casa, colui per mezzo del quale tutto è stato fatto si espone al rischio di non essere riconosciuto.

Il rifiuto non nasce dall’estraneità, ma dall’appartenenza mancata, dalla familiarità diventata opacità.

In questo senso Giovanni 1,11 non racconta soltanto un evento storico. Descrive una possibilità permanente dell’esperienza umana: si può vivere immersi nelle cose di Dio senza riconoscere Dio stesso; si può abitare la sua casa senza accorgersi della sua presenza.

Ed è proprio questa tragica possibilità che conferisce al versetto la sua straordinaria forza spirituale e teologica.