di Emanuele Esposito
Ogni anno, il 2 novembre, si rinnova un rito antico. Si va al cimitero, si portano fiori, si dedica un pensiero a chi non c’è più. “Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza, ognuno adda tené chistu penziero”, recita una tradizione profondamente radicata nella nostra cultura. Un gesto semplice, ripetuto nel tempo, ma carico di significato.
Qualcosa di simile accade, puntualmente, ogni volta che si avvicinano le elezioni. Tornano a circolare nomi e cognomi, volti noti e candidature improvvise. Riemergono persone che per anni sono rimaste lontane dalla vita pubblica e che, all’improvviso, riscoprono interesse per la rappresentanza degli italiani all’estero.
È il rito del “toto-candidati”.
Con i nomi arrivano anche le promesse. “Noi faremo”, “Noi cambieremo”, “Noi porteremo risultati”. Sempre al futuro. Sempre con la convinzione che questa volta sarà diverso. Poi, terminata la stagione elettorale, spesso torna il silenzio. Le luci si spengono, i riflettori si allontanano e le comunità restano ad affrontare i problemi di sempre.
La politica, però, non dovrebbe essere una gara di visibilità. Non vince chi appare di più, chi organizza l’evento più rumoroso o chi riesce a raccogliere il maggior numero di applausi. La differenza la fanno la competenza, la presenza costante e la capacità di comprendere davvero le esigenze delle comunità che si intende rappresentare.
In questa fase iniziale del dibattito elettorale molti riflettono sul proprio ruolo. Candidarsi non è un reato e non dovrebbe mai essere considerato tale. Al contrario, è un diritto democratico. Ma è anche una responsabilità.
Chi aspira a rappresentare gli italiani all’estero dovrebbe conoscere le trasformazioni profonde che stanno attraversando le nostre comunità. Oggi non esistono più soltanto gli emigrati della prima generazione. Esistono seconde e terze generazioni con identità diverse, giovani professionisti che si muovono tra più Paesi, imprenditori, studenti, famiglie miste e nuove forme di appartenenza culturale.
La circoscrizione estero non coincide con una singola comunità. Nel caso della ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide significa confrontarsi con realtà profondamente differenti tra loro: dall’Australia al Giappone, dagli Emirati Arabi al Sudafrica. Mondi diversi che richiedono ascolto, conoscenza e capacità di mediazione.
Per questo servono progetti seri. Servono idee sulla riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, sulla modernizzazione dei servizi consolari, sulla digitalizzazione, sul coinvolgimento delle nuove generazioni e sulla promozione del sistema Italia nel mondo. Non bastano slogan o campagne costruite attorno a una stagione elettorale.
La domanda che ogni elettore dovrebbe porsi è semplice: questa candidatura nasce da un autentico spirito di servizio oppure da un interesse personale?
La credibilità non si costruisce nei mesi che precedono il voto. Si costruisce negli anni, attraverso il lavoro quotidiano, la presenza sul territorio e la coerenza tra parole e azioni. Senza credibilità non c’è fiducia. E senza fiducia non può esistere una rappresentanza efficace.
Così, ogni cinque anni, il rito si ripete. Tornano le dichiarazioni, le fotografie, gli annunci e le promesse. Ma alla fine resta una sola domanda, quella che conta davvero: chi sarà presente anche quando le luci della campagna elettorale si saranno spente?

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