Il premier del New South Wales critica duramente alcune dichiarazioni di Pauline Hanson, ma distingue la leader del partito dai suoi sostenitori: «Molti sono preoccupati soprattutto per il livello dell’immigrazione»
Il premier del New South Wales, Chris Minns, ha respinto l’idea che tutti gli elettori di One Nation possano essere considerati razzisti, pur condannando alcune delle dichiarazioni pronunciate dalla leader del partito Pauline Hanson.
Intervistato da ABC Radio National, Minns è stato invitato a esprimersi sulla natura politica di One Nation e a chiarire se considerasse il partito razzista o discriminatorio.
La risposta del premier laburista è stata netta ma articolata: alcune affermazioni di Hanson, ha sostenuto, sono chiaramente razziste, ma questo non significa che lo siano automaticamente anche tutte le persone che oggi guardano con interesse al suo partito.
La critica a Pauline Hanson
Minns ha citato in particolare una precedente dichiarazione attribuita alla leader di One Nation, secondo cui non esisterebbe «un buon musulmano».
«Alcune delle cose che Pauline Hanson dice sono sicuramente razziste», ha affermato il premier.
«Quando dice che non esiste un buon musulmano, come altro si può definire una frase del genere? Bisogna essere onesti con le persone e dire chiaramente che lo è.»
Per Minns, le critiche politiche non possono trasformarsi in generalizzazioni contro un’intera comunità religiosa.
Il premier ha quindi tracciato una distinzione tra la legittima discussione sull’immigrazione, sulla sicurezza e sull’integrazione e le dichiarazioni che attribuiscono caratteristiche negative a milioni di persone sulla base della loro fede.
«I suoi sostenitori non sono tutti razzisti»
Pur criticando Hanson, Minns ha rifiutato di condannare in blocco l’elettorato di One Nation.
«Non credo affatto che tutte le persone che oggi sostengono il partito siano razziste», ha dichiarato.
Secondo il premier, molti elettori sarebbero soprattutto preoccupati per il livello e il ritmo dell’immigrazione, oltre che per l’impatto della crescita demografica su abitazioni, infrastrutture e servizi pubblici.
La posizione di Minns riconosce quindi l’esistenza di un malcontento reale, senza per questo accettare la retorica più estrema utilizzata da alcuni esponenti politici.
Il nodo dell’immigrazione
L’immigrazione è diventata uno dei temi più divisivi della politica australiana.
La crescita della popolazione viene collegata da una parte dell’opinione pubblica alla pressione sul mercato immobiliare, all’aumento degli affitti, alla carenza di alloggi e alle difficoltà di ospedali, scuole e trasporti.
One Nation ha costruito una parte importante del proprio consenso proprio su questi timori, chiedendo una drastica riduzione degli ingressi e criteri più rigidi per la selezione dei migranti.
Minns non nega che il dibattito sia legittimo. La sua critica riguarda il linguaggio utilizzato e il rischio che questioni economiche e amministrative vengano trasformate in attacchi contro comunità religiose o gruppi etnici.
Una distinzione politicamente importante
Le parole del premier rappresentano anche un tentativo di comprendere perché One Nation stia attirando nuovi consensi.
Definire razzisti tutti i suoi elettori, secondo questa lettura, rischierebbe di allontanare ulteriormente persone che si sentono ignorate dai principali partiti.
Molti sostenitori potrebbero non condividere ogni affermazione di Pauline Hanson, ma vedere nel partito uno strumento per esprimere frustrazione verso il governo, il costo della vita e la politica migratoria.
Minns sembra voler rispondere a questi elettori senza legittimare le dichiarazioni che considera discriminatorie.
Il rischio delle generalizzazioni
La discussione solleva una questione più ampia: è possibile criticare duramente un leader politico senza giudicare moralmente tutti coloro che lo votano?
Per Minns la risposta è sì.
Il premier ha scelto di separare le parole della leadership dalle motivazioni dell’elettorato, riconoscendo che il voto può essere determinato da fattori diversi: immigrazione, sicurezza, economia, sfiducia nei partiti tradizionali o protesta contro le istituzioni.
Questa distinzione evita di trasformare il confronto politico in una contrapposizione tra cittadini moralmente accettabili e cittadini da escludere dal dibattito.
Hanson al centro delle polemiche
Pauline Hanson è tornata al centro dell’attenzione dopo una serie di interventi nei quali ha chiesto di bloccare l’immigrazione da quelli che definisce «Paesi islamici radicali».
La leader di One Nation ha negato che questa posizione rappresenti una nuova versione della White Australia policy, sostenendo di voler selezionare gli ingressi sulla base della sicurezza e della compatibilità culturale, non della razza.
I suoi critici ritengono invece che una politica rivolta genericamente contro Paesi musulmani rischi di discriminare le persone sulla base della nazionalità e della religione.
Le dichiarazioni di Minns si inseriscono proprio in questo confronto.
Sicurezza senza discriminazione
Il premier del New South Wales sostiene implicitamente che sia possibile discutere di sicurezza, terrorismo e immigrazione senza colpire collettivamente i musulmani australiani.
Lo Stato ha il dovere di controllare chi entra nel Paese e di impedire l’arrivo di persone considerate pericolose.
Ma i controlli devono basarsi sui comportamenti, sui precedenti e sui rischi individuali, non sull’appartenenza religiosa.
Attribuire a tutti i musulmani una minaccia potenziale significherebbe confondere l’estremismo di una minoranza con milioni di cittadini e residenti che vivono pacificamente in Australia.
La sfida per i grandi partiti
La crescita di One Nation rappresenta una sfida sia per il Labor sia per la Coalizione.
Ignorare le preoccupazioni sull’immigrazione potrebbe rafforzare ulteriormente il partito di Hanson. Inseguirne il linguaggio più radicale, però, rischierebbe di normalizzare posizioni discriminatorie.
Minns tenta una strada intermedia: condannare le frasi razziste, ma ascoltare le ragioni di chi sostiene One Nation.
È una strategia che punta a recuperare il rapporto con gli elettori preoccupati senza accettare una politica costruita sulla divisione religiosa o culturale.
Un messaggio contro la demonizzazione
Il premier ha invitato, in sostanza, a evitare due errori opposti.
Il primo è minimizzare le dichiarazioni razziste quando vengono pronunciate da figure pubbliche.
Il secondo è bollare come razzista chiunque esprima timori sulla politica migratoria o voti per un partito controverso.
Il dibattito sull’immigrazione continuerà a essere duro e divisivo, soprattutto in una fase segnata dalla crisi abitativa e dall’aumento del costo della vita.
La posizione di Chris Minns è che quelle preoccupazioni debbano essere affrontate con risposte politiche concrete, senza trasformare intere comunità in bersagli e senza trattare milioni di elettori come persone indegne di essere ascoltate.
