Le differenze tra le confezioni fotografate nel frigorifero e il contenitore repertato nella pattumiera riaprono il problema della provenienza del reperto e della catena di custodia. Non è ancora una prova di manomissione, ma un’anomalia che merita risposte
Un barattolino di Estathé, apparentemente insignificante, potrebbe diventare uno dei reperti più controversi del caso Garlasco.
A riportarlo al centro dell’attenzione è stato il giornalista investigativo Luigi Grimaldi, che ha confrontato il contenitore repertato nella pattumiera di casa Poggi con quelli visibili nelle fotografie del frigorifero della villetta.
Secondo l’analisi proposta, le confezioni non sarebbero identiche. Sui barattolini conservati nel frigorifero comparirebbero elementi grafici collegati alla promozione del Giro d’Italia 2007, assenti invece sul contenitore recuperato tra i rifiuti. Anche la ricostruzione del lotto di produzione sembrerebbe indicare una provenienza differente.
Il punto non è affermare che il reperto sia stato certamente introdotto nella pattumiera in un secondo momento. Un’ipotesi così grave necessita di verifiche tecniche, documentali e processuali. La differenza, però, pone una domanda inevitabile: se il DNA di Alberto Stasi è stato trovato sulla cannuccia di quel barattolino, da dove proveniva realmente il contenitore?
È una domanda che non può essere liquidata come una semplice suggestione.
Due confezioni apparentemente differenti
L’elemento evidenziato da Grimaldi riguarda innanzitutto la grafica.
I barattolini presenti nel frigorifero mostrerebbero un’impostazione diversa rispetto a quello repertato nella pattumiera. In particolare, sul contenitore trovato tra i rifiuti mancherebbero alcuni elementi visibili sugli altri prodotti fotografati all’interno della casa.
La ricostruzione proposta collega inoltre il contenitore della pattumiera a un lotto prodotto nel giugno 2007, quando la promozione riportata sulle confezioni del frigorifero sarebbe già terminata.
Questo potrebbe indicare che i prodotti provenivano da acquisti o lotti differenti. È possibile che in una stessa abitazione fossero presenti confezioni comprate in momenti diversi. È altrettanto possibile che la grafica sia stata modificata durante la produzione.
Ma proprio per questo sarebbero necessari accertamenti precisi: identificazione dei codici, confronto tra i lotti, verifica delle linee di stampa e ricostruzione della distribuzione commerciale.
Senza questi passaggi non si può parlare di manomissione. Ma ignorare la differenza sarebbe altrettanto sbagliato.
Il problema della catena di custodia
La questione diventa più delicata se collegata alle modalità con cui la spazzatura venne conservata e successivamente repertata.
I rifiuti non furono sequestrati nell’immediatezza dell’omicidio. Il contenuto del cestino rimase nella villetta per mesi e venne formalmente recuperato soltanto nell’aprile 2008, circa otto mesi dopo la morte di Chiara Poggi.
L’esame dei verbali redatti nel dicembre 2007, insieme alle fotografie e al video della repertazione successiva, mostrerebbe differenze nella disposizione del contenuto.
Anche questo dato non dimostra che qualcuno abbia deliberatamente modificato la pattumiera. Ma rende necessario ricostruire chi abbia avuto accesso alla casa, quali sopralluoghi siano stati compiuti, come siano stati conservati i reperti e perché un elemento potenzialmente importante sia rimasto tanto a lungo fuori da una catena di custodia formalmente garantita.
Il problema non riguarda soltanto il barattolino. Riguarda l’affidabilità complessiva di ciò che venne recuperato nel cestino e utilizzato successivamente nelle ricostruzioni investigative.
Il DNA di Stasi sulla cannuccia
Sulla cannuccia del contenitore di Estathé è stato individuato materiale genetico attribuito ad Alberto Stasi.
Questo elemento è stato utilizzato per sostenere la possibilità che Stasi avesse consumato una colazione insieme a Chiara la mattina del delitto.
La ricostruzione presenta però diversi punti da approfondire.
Secondo quanto riportato nelle analisi richiamate, sulla cannuccia sarebbe stato trovato DNA, ma non una chiara traccia di saliva. L’assenza di un marcatore salivare non dimostra automaticamente che Stasi non abbia bevuto da quel contenitore, soprattutto considerando il tempo trascorso e le condizioni di conservazione.
Resta comunque un’anomalia da spiegare.
Se una persona utilizza normalmente una cannuccia, è ragionevole attendersi la presenza di saliva. Qualora questa non venga rilevata, occorre verificare se sia stata degradata, se le analisi fossero in grado di identificarla oppure se il DNA possa essere arrivato sulla superficie attraverso un contatto differente.
La genetica, da sola, non racconta quando e come una traccia sia stata depositata.
La teoria della “colazione con delitto”
La presenza del DNA di Stasi sulla cannuccia, insieme ai contenitori di Fruttolo trovati nella pattumiera, ha alimentato la teoria di una colazione condivisa tra Alberto e Chiara nella mattina del 13 agosto 2007.
Secondo la ricostruzione richiamata nell’analisi, tuttavia, i nuovi accertamenti sul contenuto gastrico della vittima non avrebbero confermato il consumo dei Fruttolo.
Chiara sarebbe inoltre stata intollerante ai derivati del latte, circostanza indicata da testimonianze familiari e da documentazione medica.
Se la vittima non consumò quei prodotti, resta da stabilire chi li mangiò e quando i contenitori finirono nella spazzatura.
Anche in questo caso non esiste una sola spiegazione possibile. I vasetti potrebbero essere stati consumati nei giorni precedenti oppure da un’altra persona presente nella casa in un momento estraneo all’omicidio.
Ma se la ricostruzione della colazione è stata utilizzata per collocare Stasi nella villetta quella mattina, ogni anomalia relativa ai contenitori, al DNA e alla catena di custodia assume inevitabilmente un peso maggiore.
Un nuovo tassello nell’ipotesi di più persone
La scoperta di Grimaldi si inserisce in un quadro più ampio, nel quale diversi elementi continuano a suggerire che la dinamica dell’omicidio possa essere stata più complessa di quanto ricostruito in passato.
Non siamo investigatori e non possiamo trasformare un insieme di anomalie in una nuova sentenza. Ma, incrociando le tracce, emerge una domanda sempre più difficile da ignorare: nella villetta si trovava davvero una sola persona insieme a Chiara?
Le impronte di scarpe apparentemente differenti, alcune delle quali potrebbero essere compatibili con una calzatura più piccola, hanno alimentato l’ipotesi di una presenza ulteriore.
Definire quell’impronta “femminile” sarebbe prematuro. Una scarpa di dimensioni ridotte non permette di stabilire il sesso di chi la indossava. Servirebbero immagini originali, misurazioni corrette e una comparazione forense completa.
Resta però il dubbio sulla possibile presenza di più battistrada sulla scena.
Le lesioni sulla caviglia di Chiara
Anche le lesioni presenti sulla caviglia sinistra della vittima sono state rilette negli ultimi mesi.
Quei segni potrebbero essere compatibili con un tentativo di Chiara di scalciare durante la colluttazione oppure con una presa esercitata mentre il corpo veniva spostato.
In alcune fotografie è stata inoltre indicata una possibile traccia digitale nella parte alta della caviglia. La qualità delle immagini non permette di definirla con certezza un’impronta.
Se fosse confermata una presa sulle gambe, resterebbe da stabilire se il corpo sia stato trascinato da un singolo individuo o trasportato con il contributo di un’altra persona.
Un trasporto “a quattro mani” cambierebbe radicalmente la scena, ma deve essere dimostrato attraverso abrasioni, distribuzione del sangue, posizione del corpo e compatibilità fisica dei movimenti.
Il “terzo nome” e le domande alla madre di Sempio
Già nell’aprile 2025 era emerso che i carabinieri avrebbero chiesto a Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, informazioni su una persona mai comparsa pubblicamente tra i sospettati.
La donna si aspettava domande sul figlio, ma sarebbe stata interrogata su un altro soggetto già ascoltato dagli investigatori. Secondo quanto riferito dalla sua legale, avrebbe reagito con sorpresa e accusato un malore.
Questo episodio non dimostra che esista un secondo indagato.
La persona potrebbe essere stata sentita come semplice testimone oppure perché in grado di chiarire spostamenti, rapporti e circostanze collaterali.
Non esiste neppure una conferma che il “terzo nome” coincida con l’eventuale seconda presenza ipotizzata nella villetta.
Eppure il dato dimostra che la nuova inchiesta potrebbe avere avuto, fin dall’inizio, un orizzonte più ampio della sola posizione di Sempio.
Telefonate, cucina e reperti mai chiariti
Restano poi le telefonate effettuate da Sempio a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto, i racconti discordanti sulla sua mattina a Vigevano e alcuni reperti presenti nella cucina.
La bottiglietta d’acqua che, secondo la madre, sarebbe stata acquistata in un bar non viene ricordata dal figlio. Sempio sostiene di non averne mai parlato perché non possiede un ricordo certo dell’episodio.
La spiegazione può essere comprensibile, ma il contrasto resta.
Lo stesso vale per il contenuto del frigorifero, la birra aperta mai repertata, i prodotti acquistati nei giorni precedenti, i residui presenti nella spazzatura e gli oggetti che sembrano mancare.
Ogni singolo elemento potrebbe avere una spiegazione ordinaria. Ma è la somma delle anomalie a richiedere una ricostruzione rigorosa.
Le intercettazioni della “famiglia K”
A colpire sono anche le intercettazioni attribuite alla cosiddetta “famiglia K”, nelle quali emergerebbero preoccupazione, rabbia e una forte attenzione verso l’attività dei difensori di Stasi e verso ciò che veniva pubblicato sul caso.
Anche qui è fondamentale non compiere salti logici.
Essere agitati, controllare i media o criticare degli avvocati non dimostra un coinvolgimento nell’omicidio. Può derivare dalla paura di essere trascinati nuovamente in una vicenda traumatica o dalla convinzione che la sentenza definitiva debba essere difesa.
Il tono e l’intensità di alcune conversazioni, tuttavia, continuano a generare domande sulla ragione di una partecipazione tanto attiva al dibattito.
Anche alcuni comportamenti meritano chiarimenti
Alcuni atteggiamenti e dichiarazioni delle persone vicine alla vittima sono stati interpretati come ulteriori segnali di una storia ancora incompleta.
Non è corretto trasformare il comportamento di Marco Poggi o di altri familiari in una prova. Il dolore, la pressione mediatica e il trascorrere di quasi vent’anni possono produrre reazioni difficili da comprendere dall’esterno.
Ma il compito del giornalismo investigativo è anche quello di registrare le incongruenze, porre domande e verificare se dietro determinati silenzi o contraddizioni esistano circostanze concrete.
Non si tratta di accusare. Si tratta di non ignorare.
Oltre Sempio potrebbe esserci altro
La Procura ha indicato Andrea Sempio come presunto autore dell’omicidio nella propria ricostruzione accusatoria. Sempio respinge le accuse e deve essere considerato innocente fino a una sentenza definitiva.
La nostra impressione, maturata osservando gli elementi emersi, è che la scena possa contenere qualcosa di più.
È un’opinione giornalistica, non una verità processuale.
Le possibili impronte differenti, lo spostamento del corpo, le lesioni, le telefonate, il “terzo nome”, il contenuto della cucina e la controversa catena di custodia della spazzatura indicano che molti aspetti non sono ancora stati spiegati completamente.
La Procura potrebbe avere acquisito elementi sui quali sta ancora lavorando. L’attività integrativa e il mancato approdo immediato al processo possono essere letti come il segnale della necessità di verificare ulteriori piste, senza che questo autorizzi ad anticipare accuse o identità.
Il valore del giornalismo investigativo
A Luigi Grimaldi va riconosciuto il merito di avere individuato una differenza che, per quasi diciannove anni, non era stata portata con questa forza all’attenzione pubblica.
Il suo lavoro non dimostra da solo una manipolazione, ma obbliga a verificare il reperto.
Lo stesso riconoscimento va al lavoro svolto da Alessandro De Giuseppe de Le Iene, che attraverso interviste, registrazioni e verifiche ha contribuito a far emergere contraddizioni e informazioni rilevanti.
Quando questa vicenda si concluderà, sarà necessario riconoscere il ruolo del giornalismo investigativo serio: quello che studia gli atti, confronta le immagini, cerca riscontri e continua a porre domande anche quando una verità appare già definitivamente stabilita.
Giornalisti come Grimaldi sono pochi proprio perché questo lavoro richiede tempo, coraggio e disponibilità a sostenere una linea anche quando è impopolare.
L’inizio della fine di una vecchia verità?
La scoperta del barattolino differente potrebbe rivelarsi irrilevante dopo una verifica sui lotti. Potrebbe essere spiegata da acquisti differenti o da una normale modifica grafica.
Ma potrebbe anche aprire un problema molto più grande sulla provenienza del reperto e sulla sua conservazione.
È questo che deve essere accertato.
La verità non può essere costruita attraverso il tifo, né a favore di Stasi né contro Sempio. E non può dipendere da chi, davanti a nuovi elementi, cambia improvvisamente posizione soltanto per seguire la direzione del vento.
Ci sarà probabilmente chi farà il “salto della quaglia”, dimenticando le certezze sostenute per anni. Sarà interessante osservare come alcuni protagonisti del racconto mediatico commenteranno eventuali nuovi sviluppi.
Il barattolino di Estathé potrebbe essere soltanto un dettaglio. Ma i grandi casi giudiziari spesso cambiano proprio quando qualcuno decide di guardare un dettaglio che tutti gli altri avevano ignorato.
Garlasco non è finita.
E quella evidenziata da Luigi Grimaldi potrebbe essere soltanto la prima crepa nella verità che ancora deve emergere: una verità destinata forse a fare male, ma necessaria per rendere finalmente giustizia a Chiara Poggi.
