La riforma elettorale che allontana ancora di più Roma dagli italiani nel mondo

di Emanuele Esposito

Dietro il linguaggio tecnico delle leggi elettorali si nasconde spesso una scelta politica molto semplice: decidere chi conta, chi rappresenta chi e, soprattutto, quali territori meritano ancora di avere una voce.

Il disegno di legge S. 1971, già approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato, non modifica soltanto il sistema con cui saranno eletti deputati e senatori. Interviene sul rapporto stesso tra elettori ed eletti, accentuando il potere delle segreterie dei partiti e ridisegnando profondamente la circoscrizione Estero.

Per gli italiani residenti fuori dai confini nazionali, il passaggio più delicato si trova nell’articolo 6. Per la Camera, le attuali quattro ripartizioni vengono ridotte a due: da una parte l’Europa, dall’altra un’unica gigantesca area comprendente Americhe, Africa, Asia, Oceania e Antartide. Per il Senato, invece, l’intera circoscrizione Estero diventa un collegio mondiale unico.

È una trasformazione che può sembrare amministrativa, quasi una razionalizzazione geografica. In realtà rappresenta una frattura profonda con il principio sul quale era nato il voto degli italiani all’estero: il radicamento territoriale della rappresentanza.

Un collegio grande quanto il mondo

Mettere insieme Australia, Argentina, Brasile, Canada, Stati Uniti, Sudafrica, Asia e Medio Oriente significa fingere che comunità lontanissime possano essere rappresentate nello stesso modo.

Non è così.

Un italiano residente a Sydney vive problemi diversi rispetto a un connazionale di Buenos Aires. Le priorità di chi abita a Johannesburg non coincidono con quelle di chi vive a New York o a Tokyo. Cambiano i sistemi consolari, le distanze, i servizi, le condizioni economiche, i rapporti con le autorità locali, la composizione sociale delle comunità e persino la storia dell’emigrazione.

L’Australia non è una periferia delle Americhe. Non è un’appendice residuale da inserire in un contenitore geografico immenso perché i numeri parlamentari devono tornare. È un continente, con una comunità italiana storica, strutturata e ancora fortemente legata alla madrepatria.

Quando un collegio elettorale diventa tanto vasto da impedire materialmente al candidato di conoscerlo, attraversarlo e comprenderlo, non siamo più davanti a una circoscrizione. Siamo davanti a una finzione giuridica.

La distanza tra elettore ed eletto, già enorme, diventa quasi assoluta.

Dal rappresentante del territorio al candidato globale

Il problema non riguarda soltanto il numero delle ripartizioni. Riguarda il tipo di parlamentare che questa riforma rischia di produrre.

In un territorio così vasto, il candidato realmente radicato in una singola comunità parte svantaggiato rispetto a chi dispone di una struttura politica internazionale, di forti risorse economiche, di reti organizzate in più continenti o del sostegno diretto delle segreterie romane.

La competizione non si giocherà più necessariamente sulla credibilità costruita nei circoli, nelle associazioni, nei Comites, nelle scuole italiane, nei patronati e nei luoghi reali dell’emigrazione. Si giocherà sulla capacità di occupare lo spazio mediatico, costruire alleanze transnazionali e ottenere l’investitura dei vertici di partito.

In altre parole, il parlamentare eletto all’estero rischia di diventare sempre meno il rappresentante di una comunità e sempre più il delegato di una struttura politica.

È questo il vero nodo democratico.

Una legge elettorale dovrebbe avvicinare il cittadino alle istituzioni. Qui avviene il contrario: il cittadino viene lasciato formalmente libero di votare, ma inserito in un sistema nel quale il suo territorio perde peso, riconoscibilità e capacità di incidere.

Le preferenze non bastano a salvare la territorialità

Il testo mantiene la possibilità di esprimere le preferenze nella circoscrizione Estero. Per la Camera, nelle ripartizioni con un solo deputato è prevista una preferenza; dove i deputati sono due o più, le preferenze diventano due. Due preferenze sono previste anche per il Senato.

Qualcuno potrà quindi sostenere che il rapporto diretto tra elettore e candidato rimanga intatto.

È un’illusione.

La preferenza ha senso quando l’elettore può conoscere i candidati, valutarne il lavoro e confrontarli all’interno di uno spazio politico e geografico ragionevole. In una circoscrizione mondiale, la preferenza rischia di trasformarsi in una gara di apparati, notorietà e disponibilità economica.

Quanti candidati potranno condurre una campagna tra Sydney, Melbourne, Perth, Johannesburg, Dubai, Tokyo, Toronto, New York, San Paolo e Buenos Aires?

Quanti potranno sostenere i costi degli spostamenti, della comunicazione, della pubblicità e dell’organizzazione?

E quanti elettori avranno davvero strumenti sufficienti per conoscere candidati provenienti da continenti diversi?

La preferenza resta sulla scheda, ma il rapporto politico diventa sempre più astratto.

Una riforma fatta dall’alto

Il provvedimento introduce anche un sistema proporzionale corretto da un eventuale premio di governabilità. Il premio scatterebbe soltanto qualora la stessa lista o coalizione risultasse prima sia alla Camera sia al Senato e raggiungesse almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere. In quel caso verrebbero assegnati 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, entro determinati limiti massimi.

Il progetto elimina inoltre gran parte dei collegi uninominali sul territorio nazionale e rafforza il ruolo delle liste plurinominali e delle candidature definite dai partiti.

Anche sotto questo profilo emerge una direzione precisa: centralizzare.

Si centralizza il sistema nazionale. Si centralizza la selezione delle candidature. Si centralizza la competizione all’estero. E si restringe progressivamente lo spazio della rappresentanza territoriale.

Il rischio è che la governabilità venga invocata come parola magica per giustificare qualsiasi sacrificio della rappresentanza.

Ma una democrazia non è governabile soltanto quando produce una maggioranza numerica. È governabile quando quella maggioranza viene percepita come legittima, rappresentativa e vicina ai cittadini.

Una maggioranza stabile costruita sulle macerie del rapporto tra territori ed eletti non rafforza necessariamente le istituzioni. Può renderle più fragili, perché aumenta la distanza e alimenta il disincanto.

Sicurezza del voto: interventi utili, ma insufficienti

Il disegno di legge contiene alcune misure condivisibili sul voto all’estero.

È prevista l’introduzione di un tagliando con codice alfanumerico identificativo dell’elettore, controllabile anche tramite lettura ottica. Si stabiliscono nuove cause di annullamento, si impone la pubblicazione online del numero dei plichi ricevuti dai consolati e, per il 2027, si prevede l’utilizzo del sistema postale più affidabile, possibilmente con posta raccomandata o mezzi analoghi. Vengono inoltre inasprite le pene per alcuni reati connessi al voto estero.

Sono interventi necessari, perché il voto per corrispondenza continua a presentare criticità reali: plichi non ricevuti, schede consegnate in ritardo, rischi di intercettazione, irregolarità nella restituzione e difficoltà di controllo.

Tuttavia, il codice sul tagliando non risolve il problema fondamentale: la scheda continua a essere votata fuori da un seggio, senza la presenza di un presidente, di scrutatori e di rappresentanti di lista.

La segretezza del voto resta affidata al comportamento individuale. La libertà dell’elettore non può essere verificata. Non è possibile sapere con certezza chi abbia materialmente compilato la scheda o in quali condizioni.

Migliorare il voto postale è utile. Ma presentarlo come definitivamente sicuro sarebbe politicamente scorretto.

Serve il coraggio di discutere soluzioni più profonde: voto elettronico con garanzie elevate, seggi fisici presso consolati e sedi autorizzate, scrutinio decentrato e tracciabilità completa dei plichi. Non basta mettere una toppa su un sistema che da oltre vent’anni mostra i propri limiti.

Il paradosso degli elettori fuori sede

Il provvedimento riconosce agli elettori temporaneamente domiciliati in una regione diversa da quella di residenza, per motivi di studio, lavoro o cura, la possibilità di votare nel comune di domicilio, a determinate condizioni.

È un passo avanti importante.

Ma proprio questa apertura rende ancora più evidente il paradosso nei confronti degli italiani all’estero.

Per gli elettori fuori sede in Italia si cerca di avvicinare il voto alla persona. Per gli italiani nel mondo si allontana la rappresentanza dal territorio.

Da una parte si riconosce che la distanza fisica può ostacolare l’esercizio concreto della democrazia. Dall’altra si costruiscono circoscrizioni grandi quanto continenti, ignorando che anche la distanza politica e geografica tra candidato ed elettore è un problema democratico.

Il silenzio delle comunità

La responsabilità, però, non è soltanto di Roma.

Le comunità italiane all’estero hanno spesso accettato passivamente progressive riduzioni di peso politico. Si sono divise in gruppi, associazioni, personalismi e rivalità locali, mentre le decisioni importanti venivano prese altrove.

Troppi organismi rappresentativi si sono limitati a comunicati prudenti. Troppi eletti hanno preferito non disturbare i partiti. Troppi dirigenti comunitari hanno confuso la vicinanza al potere con la capacità di rappresentare.

Ora il rischio è concreto: interi continenti possono trovarsi senza una voce realmente radicata sul territorio.

L’Australia potrebbe eleggere un rappresentante. Potrebbe anche non eleggerne nessuno. E, soprattutto, potrebbe essere rappresentata da una persona che non conosce direttamente la sua comunità, i suoi problemi consolari, le scuole italiane, le associazioni, l’assistenza agli anziani, il sistema pensionistico bilaterale, la cittadinanza, i servizi culturali e le difficoltà dei nuovi emigrati.

Formalmente sarebbe un parlamentare eletto nella circoscrizione Estero. Sostanzialmente potrebbe essere un estraneo.

Riusciranno i senatori della maggioranza a metterci una pezza?

A questo punto la domanda è inevitabile: riusciranno i senatori della maggioranza a correggere almeno in parte questo obbrobrio? Riusciranno a fermarsi prima che una scelta costruita nei palazzi produca un danno politico e democratico difficilmente reversibile?

Questo sistema potrebbe anche portare qualche beneficio elettorale a qualche partitino, magari consentendo a qualcuno di strappare un seggio grazie a calcoli, accordi e candidature costruite a tavolino. Ma bisognerà poi vedere se gli italiani messi politicamente alla porta da questo emendamento continueranno a votare.

Perché non si può umiliare una comunità, cancellarne la territorialità, ridurla a serbatoio elettorale e poi presentarsi in Australia alla vigilia delle elezioni fingendo che nulla sia accaduto.

Sarebbe inutile arrivare con sorrisi, promesse, strette di mano e fotografie di circostanza. Il rischio è che, questa volta, invece degli applausi, qualcuno possa ricevere metaforicamente una torta in faccia.

E un avvertimento va rivolto anche ai tanti lecchini locali già pronti a mettersi in fila nella speranza di ottenere un posto in lista.

Potrete forse conquistare una candidatura, una fotografia, un titolo da esibire o qualche promessa sussurrata da Roma. Ma sappiate che, accettando di rappresentare una comunità privata della propria voce territoriale, rischiereste di diventare soltanto burattini e commedianti al soldo del solito impresario.

Non rappresentanti liberi, ma comparse di uno spettacolo già scritto altrove. Non interpreti delle esigenze della comunità, ma esecutori delle convenienze delle segreterie.

Finireste per assomigliare al Gatto e alla Volpe nella favola di Pinocchio: pronti a promettere il Campo dei Miracoli, mentre accompagnate gli elettori verso l’ennesimo inganno.

Con una differenza sostanziale: questa volta gli italiani all’estero potrebbero aver capito il gioco e decidere di non partecipare più alla commedia.

La memoria di Tremaglia

Il voto degli italiani all’estero non fu concepito come un premio simbolico, né come una concessione folkloristica.

Fu costruito sull’idea che la Repubblica dovesse riconoscere la presenza di milioni di cittadini oltreconfine e consentire loro di eleggere rappresentanti collegati alle diverse aree del mondo.

Quel sistema poteva e doveva essere migliorato. La riduzione del numero dei parlamentari aveva già indebolito la rappresentanza. Le irregolarità del voto postale richiedevano interventi seri. Le istituzioni degli italiani all’estero avevano bisogno di una revisione complessiva.

Ma riformare non significa cancellare.

Ridurre quattro ripartizioni a due alla Camera e a una sola al Senato significa abbandonare progressivamente l’idea che il territorio debba contare.

Significa trasformare una rappresentanza comunitaria in una competizione politica globale.

Significa sostituire il rapporto tra elettore ed eletto con il rapporto tra candidato e partito.

Non una questione di destra o di sinistra

Sarebbe un errore leggere questa battaglia soltanto attraverso gli schieramenti.

La rappresentanza degli italiani all’estero non appartiene alla destra, alla sinistra o al centro. È una questione costituzionale, democratica e nazionale.

Oggi una riforma può favorire una forza politica. Domani potrebbe favorirne un’altra. Le leggi elettorali costruite sulla convenienza del momento finiscono quasi sempre per produrre conseguenze impreviste.

Le regole dovrebbero essere pensate per durare, non per vincere la prossima elezione.

Chi sostiene questa riforma dovrebbe domandarsi non soltanto quanti seggi potrebbe ottenere, ma quale Parlamento stiamo costruendo e quale idea di cittadinanza stiamo consegnando alle generazioni future.

Un cittadino italiano residente a ventimila chilometri da Roma non vale meno di chi vive a Milano, Napoli o Torino. Non può essere considerato soltanto un numero nell’AIRE o una scheda dentro una busta.

Ha diritto a una rappresentanza riconoscibile, accessibile e responsabile.

La domanda che il Senato non può evitare

Il Senato ha ora la possibilità di correggere il testo.

Può ristabilire un equilibrio territoriale più ragionevole. Può impedire che il Senato Estero diventi un collegio mondiale indistinto. Può prevedere meccanismi che garantiscano una presenza minima dei diversi continenti. Può rafforzare la sicurezza del voto senza cancellare la rappresentanza.

La domanda è semplice: vogliamo parlamentari degli italiani all’estero o parlamentari eletti genericamente all’estero?

La differenza non è linguistica.

Nel primo caso, l’eletto risponde a comunità reali, territori, problemi e storie. Nel secondo, risponde soprattutto al partito che lo ha candidato e alla struttura che gli ha consentito di competere in uno spazio immenso.

Se la riforma verrà approvata senza correzioni, non sarà soltanto cambiata una cartina elettorale.

Sarà reciso un altro pezzo del rapporto tra l’Italia e le sue comunità nel mondo.

E un Paese che perde il legame con i propri cittadini all’estero non diventa più moderno, più efficiente o più governabile.

Diventa semplicemente più piccolo.