I giudici costituzionali chiedono a Lussemburgo di chiarire se le restrizioni retroattive allo iure sanguinis siano compatibili con il diritto dell’Unione. La decisione potrebbe incidere su migliaia di procedimenti ancora pendenti
La riforma della cittadinanza italiana per discendenza arriva davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
La Corte costituzionale ha deciso di rinviare ai giudici di Lussemburgo alcune questioni riguardanti il cosiddetto decreto Tajani, il provvedimento con cui il governo Meloni ha limitato la trasmissione della cittadinanza italiana iure sanguinisalle persone nate all’estero.
La Consulta non ha dichiarato illegittima la normativa, ma ha chiesto alla Corte europea di stabilire se le nuove restrizioni, soprattutto nella loro applicazione retroattiva, siano compatibili con i principi dell’Unione e con lo status di cittadino europeo.
La decisione potrebbe avere conseguenze rilevanti sui numerosi ricorsi ancora pendenti nei tribunali italiani.
I dubbi sollevati da Mantova e Campobasso
Le questioni sono state presentate dai tribunali di Mantova e Campobasso, chiamati a decidere su richieste di riconoscimento della cittadinanza italiana avanzate da persone discendenti da cittadini italiani emigrati all’estero.
I giudici hanno sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale della legge, concentrandosi in particolare sulla sua efficacia retroattiva.
La disposizione contestata stabilisce che debba essere considerato come non avesse mai acquistato la cittadinanza italiana chi è nato all’estero, anche prima dell’entrata in vigore della riforma, ed è già in possesso di un’altra cittadinanza, salvo alcune eccezioni.
È proprio l’espressione «non avere mai acquistato» ad aver aperto il problema giuridico più delicato.
Secondo i giudici rimettenti, la norma potrebbe produrre una revoca sostanziale e retroattiva di uno status che, in base alla legislazione precedente, sarebbe stato acquisito automaticamente dalla nascita, anche quando non ancora formalmente riconosciuto da un Comune o da un tribunale.
Il caso del bambino brasiliano
Il procedimento di Mantova riguarda un bambino nato e residente in Brasile.
Il Comune di Canneto sull’Oglio aveva rifiutato di trascrivere il suo atto di nascita, nonostante la madre fosse stata riconosciuta cittadina italiana con una sentenza pronunciata dal Tribunale di Brescia l’11 aprile 2025.
Secondo il tribunale mantovano, la nuova normativa potrebbe determinare la revoca implicita della cittadinanza nei confronti di persone nate prima della sua entrata in vigore.
Questi soggetti, in base alle norme precedenti, avrebbero già acquisito la titolarità sostanziale dello status civitatisattraverso la discendenza da un cittadino italiano, anche senza averne ancora ottenuto il riconoscimento amministrativo o giudiziario.
La questione riguarda quindi la differenza tra l’acquisizione del diritto e il suo successivo accertamento formale.
I ricorsi di Argentina e Brasile
Davanti al Tribunale di Campobasso si erano invece rivolti alcuni discendenti di cittadini italiani emigrati in Argentina e Brasile.
Gli antenati, secondo quanto sostenuto nei ricorsi, non si erano mai naturalizzati nei Paesi di destinazione e non avrebbero quindi perso la cittadinanza italiana.
I ricorrenti chiedevano il riconoscimento del proprio status di cittadini italiani iure sanguinis, ma la nuova normativa rischiava di impedire l’accoglimento delle domande.
La sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione ha sollevato anche un problema di compatibilità con i trattati europei.
Secondo questa impostazione, la legge potrebbe comportare una perdita automatica e generalizzata non soltanto della cittadinanza italiana, ma anche di quella europea che ne deriva.
Il nodo della cittadinanza europea
L’articolo 9 del Trattato sull’Unione europea e l’articolo 20 del Trattato sul funzionamento dell’Unione stabiliscono che è cittadino dell’Unione chiunque possieda la cittadinanza di uno Stato membro.
La competenza per stabilire chi sia cittadino nazionale resta agli Stati, ma le loro decisioni possono produrre conseguenze dirette sullo status europeo e sui diritti collegati, come la libera circolazione, il soggiorno e la partecipazione politica.
La domanda posta alla Corte di giustizia è quindi se uno Stato possa modificare retroattivamente le proprie regole e considerare mai acquisita una cittadinanza che, secondo la disciplina precedente, sarebbe derivata automaticamente dalla nascita.
Non è soltanto una questione italiana.
La risposta di Lussemburgo potrà contribuire a definire fino a che punto gli Stati membri siano liberi di restringere l’accesso alla cittadinanza quando tale scelta incide anche sui diritti garantiti dall’Unione.
La precedente decisione della Consulta
La Corte costituzionale ha richiamato anche la propria sentenza del 30 aprile 2026, con la quale aveva già esaminato alcuni profili del decreto Tajani.
In quella decisione, la Consulta aveva respinto la tesi secondo cui la normativa violasse direttamente gli articoli 9 del TUE e 20 del TFUE.
I giudici avevano osservato che la giurisprudenza europea si era occupata prevalentemente di persone private di una cittadinanza nazionale già formalmente accertata.
Nei casi relativi allo iure sanguinis, invece, il governo e i sostenitori della riforma distinguono tra la perdita di uno status già riconosciuto e il mancato accertamento di una cittadinanza soltanto rivendicata.
Il nuovo rinvio dimostra però che questa distinzione non è sufficiente a chiudere la questione, soprattutto quando la legge interviene retroattivamente su persone nate molti anni prima.
Non è ancora una bocciatura
La decisione della Consulta non annulla il decreto né sospende automaticamente tutte le sue disposizioni.
La Corte costituzionale ha chiesto un chiarimento interpretativo alla Corte di giustizia europea prima di pronunciarsi definitivamente sulle questioni sollevate.
I procedimenti dai quali è nato il rinvio resteranno quindi in attesa della risposta europea.
Anche altri tribunali potrebbero decidere di sospendere cause simili, soprattutto quando riguardano persone nate prima dell’entrata in vigore della riforma e che sostengono di aver acquisito la cittadinanza in base alla legislazione precedente.
La sentenza della Corte di giustizia avrà dunque un peso determinante nell’orientare le future decisioni.
La battaglia contro la “cittadinanza facile”
Il governo aveva presentato il decreto come una misura necessaria per contrastare quella che alcuni esponenti della maggioranza avevano definito «industria della cittadinanza».
L’obiettivo dichiarato era limitare richieste provenienti da persone con legami considerati troppo lontani con l’Italia e ridurre il carico su consolati, Comuni e tribunali.
La riforma ha però suscitato forti contestazioni nelle comunità italiane all’estero.
I critici sostengono che il provvedimento abbia modificato retroattivamente diritti consolidati, colpendo persone che avevano iniziato le procedure sulla base delle norme precedenti o che erano già cittadine dalla nascita secondo il principio tradizionale della trasmissione per discendenza.
Il problema non riguarda soltanto chi presenta oggi una domanda.
Riguarda il valore giuridico della cittadinanza e la possibilità per lo Stato di riscrivere a posteriori la condizione personale di individui nati prima della riforma.
Una decisione attesa da migliaia di famiglie
Il pronunciamento della Corte di giustizia sarà seguito con particolare attenzione in Argentina, Brasile, Stati Uniti, Australia e negli altri Paesi dove vivono grandi comunità di origine italiana.
Migliaia di famiglie hanno già avviato procedimenti amministrativi o giudiziari, spesso sostenendo spese importanti per raccogliere certificati, ricostruire le linee genealogiche e dimostrare la mancata naturalizzazione degli antenati.
La nuova legge ha cambiato improvvisamente il quadro, lasciando molte persone nell’incertezza.
Se la Corte europea ritenesse incompatibile la retroattività con il diritto dell’Unione, il Parlamento e il governo potrebbero essere costretti a modificare la normativa o a introdurre una disciplina transitoria più ampia.
Se invece confermasse la compatibilità delle restrizioni, il nuovo sistema ne uscirebbe notevolmente rafforzato.
Una questione politica oltre che giuridica
Dietro il confronto legale esiste una scelta politica fondamentale: quale rapporto vuole mantenere l’Italia con i propri discendenti nel mondo?
È legittimo riformare un sistema diventato difficile da gestire e introdurre criteri capaci di valorizzare un legame effettivo con il Paese.
Ma un conto è cambiare le regole per il futuro. Altro è dichiarare che persone nate sotto una normativa differente debbano essere considerate come se non avessero mai acquistato la cittadinanza.
È proprio questa retroattività a rendere la riforma tanto controversa.
La Consulta ha scelto di non risolvere da sola il problema e ha chiamato in causa la Corte di giustizia dell’Unione europea.
Ora sarà Lussemburgo a stabilire se il decreto Tajani rappresenti una legittima ridefinizione della cittadinanza nazionale oppure se abbia superato i limiti posti dal diritto europeo.
Per il governo è un passaggio delicato. Per migliaia di italiani e discendenti all’estero, può essere l’ultima speranza di vedere riconosciuto un diritto che ritenevano di possedere già dalla nascita.
