Grazie Ricky. Ora aspettiamo il MAIE australiano

Se per tutelare le comunità basta che le segreterie scelgano i candidati giusti, proviamo ad applicare la ricetta al MAIE: una lista senatoriale interamente fuori dal Sud America. Sarebbe un esperimento istruttivo. Soprattutto per chi dovrebbe approvarla.

di Emanuele Esposito

Caro Ricky, grazie.

Grazie al tuo acume giornalistico, possiamo finalmente affrontare la questione del voto estero con la dovuta tranquillità. Ci eravamo preoccupati per la rappresentanza delle comunità meno numerose. Non avevamo considerato una soluzione così rassicurante: chiedere alle segreterie dei partiti di essere particolarmente gentili.

Nel tuo editoriale spieghi che un partito potrebbe presentare al Senato una lista composta interamente da candidati del Nord America, oppure dell’Australia. Il voto di lista farebbe il resto. L’origine geografica degli eletti diventerebbe una scelta politica.

Benissimo. Prendiamo sul serio l’esempio.

Il MAIE potrebbe dunque presentare una lista senatoriale con soli candidati residenti in Sudafrica, Australia, Canada e Stati Uniti. Nessuno dal Sud America.

Per chiarezza: non stiamo dando notizia di candidature annunciate. Filosa propone un’ipotesi generale; noi abbiamo soltanto avuto la cortesia di applicarla al MAIE.

Immaginiamo il momento in cui la decisione viene comunicata agli elettori sudamericani. Un incontro cordiale, certamente. Si ringraziano le comunità per il sostegno, l’impegno, la partecipazione. Poi si spiega che, questa volta, per il Senato i candidati abitano tutti altrove.

Il loro contributo rimarrebbe molto apprezzato. Soprattutto nella busta elettorale.

Naturalmente nessuno sarebbe obbligato a votare quella lista. Potrebbero sceglierne un’altra. Ma se volessero continuare a sostenere il MAIE, dovrebbero accettare anche la nuova sistemazione geografica. È possibile che qualcuno manifesti una certa freddezza. Non necessariamente il clima ideale per inaugurare una campagna elettorale.

Un elettore argentino potrebbe persino domandare come mai la propria comunità sia considerata indispensabile quando si raccolgono i voti e perfettamente sostituibile quando si scelgono i candidati.

Domanda poco elegante. Ma gli elettori, a volte, trascurano il protocollo.

È qui che l’operazione descritta come molto facile comincia a richiedere qualche spiegazione supplementare. Bisognerebbe convincere i dirigenti locali, i candidati esclusi, chi organizza gli incontri e chi ha costruito relazioni sul territorio. Tutte persone alle quali potrebbe sfuggire la bellezza di lavorare per un seggio destinato, per decisione superiore, a un’altra parte del mondo.

Se fosse davvero così semplice, sarebbe interessante vedere chi si offrirebbe per primo di rinunciare alla candidatura.

Speriamo allora che il MAIE raccolga la suggestione. Che scelga candidati fuori dal Sud America anche per i posti più ambiti, anche quando questo comportasse lasciare fuori nomi che altrimenti verrebbero riconfermati. Sarebbe una dimostrazione assai convincente della disponibilità a redistribuire le opportunità.

E sarebbe una notizia. Il giorno in cui accadesse.

Fino ad allora, abbiamo una possibilità teorica e una domanda politica: perché una segreteria dovrebbe rinunciare ai propri equilibri interni, ai candidati più influenti o ai territori dai quali ritiene di ricavare più consenso?

Potrebbe farlo. Le persone compiono talvolta gesti di notevole generosità. Costruire la rappresentanza parlamentare sull’attesa di quei gesti mi sembra però un investimento piuttosto fiducioso.

Del resto, la libertà delle segreterie funzionerebbe anche nella direzione opposta. Potrebbero decidere che i candidati migliori si trovano tutti in Sud America, oppure tutti in Europa. A quel punto gli australiani riceverebbero una spiegazione impeccabile: avrebbero potuto essere scelti. Non lo sono stati. La possibilità, tuttavia, era perfettamente intatta.

È una consolazione che occupa pochissimo spazio. Anche in Parlamento.

Nel tuo articolo riconosci il grande potere che finirebbe nelle mani delle segreterie. Su questo possiamo essere d’accordo. Mi sfugge soltanto perché una comunità dovrebbe sentirsi più tranquilla sapendo che la propria presenza dipenderà da una riunione alla quale, con ogni probabilità, non sarà invitata.

Rimane infine un dettaglio: gli elettori potrebbero non confermare le previsioni. Potrebbero apprezzare poco la lista, scegliere altri candidati, cambiare partito. Il voto di opinione non è un addebito automatico. Anche chi ha sostenuto un movimento in passato conserva il fastidioso diritto di ripensarci.

Attendiamo dunque l’esperimento. Una lista senatoriale del MAIE tutta fuori dal Sud America, presentata con entusiasmo e accolta con pari entusiasmo da chi dovrebbe sostenerla da Buenos Aires, San Paolo o Montevideo.

Se funzionasse, avremmo imparato qualcosa. Se invece il progetto incontrasse qualche resistenza già nella stanza delle candidature, avremmo imparato perché una garanzia territoriale e una promessa di partito non sono la stessa cosa.

Grazie ancora, Ricky. Ci hai offerto un ottimo criterio per valutare le prossime liste.

Per fortuna che c’è il MAIE. Ora manca soltanto che il MAIE sia d’accordo.

La ricetta di Ricky Filosa

Vi smetite da soli….

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