Il 29 luglio 1976 entrò nel governo Andreotti III alla guida del Ministero del Lavoro. Staffetta partigiana, protagonista delle grandi riforme sociali e presidente della Commissione sulla P2, ha lasciato alla Repubblica un’eredità di coraggio, rigore e difesa delle istituzioni
Cinquant’anni fa, il 29 luglio 1976, Tina Anselmi entrava nella storia diventando la prima donna a ricoprire l’incarico di ministra della Repubblica italiana.
Nel governo Andreotti III le venne affidato il Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, rompendo una barriera che aveva resistito per quasi trent’anni dalla nascita della Repubblica.
Quel momento è ricordato anche nella mostra fotografica dell’ANSA Le donne della Repubblica, ospitata fino al 13 settembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Attraverso 122 immagini, l’esposizione ripercorre il lungo e difficile cammino delle donne italiane verso la conquista dei diritti, della rappresentanza e delle responsabilità istituzionali.
Tina Anselmi non fu soltanto la prima donna ministra. Fu una delle figure più autorevoli della politica repubblicana, capace di unire giustizia sociale, etica pubblica, memoria della Resistenza e difesa della democrazia.
Dalla tragedia di Bassano alla Resistenza
Nata a Castelfranco Veneto il 25 marzo 1927, Anselmi vide la propria vita cambiare per sempre il 26 settembre 1944.
Ancora studentessa, fu costretta dai fascisti ad assistere, insieme ai compagni di scuola, all’impiccagione di 31 giovani partigiani lungo il viale alberato di Bassano del Grappa.
Quella tragedia segnò profondamente la sua coscienza civile.
A soli 17 anni entrò nella Resistenza con il nome di battaglia “Gabriella”, svolgendo il ruolo di staffetta tra le formazioni antifasciste del Veneto.
Trasportava messaggi, collegava i gruppi partigiani e affrontava ogni giorno rischi enormi. Fu in quella stagione che maturò il proprio senso delle istituzioni e la convinzione che la democrazia non fosse un bene acquisito per sempre, ma una conquista da difendere continuamente.
Terminata la guerra, proseguì il proprio impegno nel sindacato dei lavoratori tessili e successivamente nella Democrazia Cristiana.
Dalla scuola al Parlamento
Dopo la laurea in Lettere all’Università Cattolica di Milano, Tina Anselmi lavorò come insegnante elementare.
La politica divenne però progressivamente il centro della sua attività pubblica.
Eletta alla Camera dei deputati nel 1968, rimase in Parlamento fino al 1992. In quegli anni si occupò soprattutto di lavoro, famiglia, sanità, diritti delle donne e tutela delle persone più fragili.
Il suo ingresso al governo nel 1976 rappresentò una svolta simbolica e concreta. Per la prima volta una donna assumeva la responsabilità di un ministero in un Paese nel quale la presenza femminile nelle istituzioni era ancora fortemente minoritaria.
Anselmi non considerò mai quella nomina un traguardo personale. La interpretò come una responsabilità verso tutte le donne rimaste escluse dai luoghi decisionali.
Le battaglie per le lavoratrici
Alla guida del Ministero del Lavoro sostenne provvedimenti fondamentali per migliorare la condizione delle donne.
Aveva già contribuito all’ampliamento delle tutele per la maternità e divenne protagonista della legge del 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne nel mondo del lavoro.
La norma intervenne contro le discriminazioni nelle assunzioni, nelle retribuzioni e nelle possibilità di carriera, affermando il principio delle pari opportunità.
Era un cambiamento profondo in una società nella quale molte donne venivano ancora considerate lavoratrici secondarie e spesso costrette a scegliere tra occupazione e famiglia.
Anselmi comprese che la parità formale non era sufficiente. Occorrevano strumenti concreti per rimuovere gli ostacoli che impedivano alle donne di partecipare pienamente alla vita economica e politica.
La nascita del Servizio sanitario nazionale
Successivamente venne nominata ministra della Sanità.
In questo ruolo contribuì alla realizzazione di una delle riforme più importanti della storia repubblicana: l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.
La riforma affermò il principio dell’universalità della tutela della salute, superando un sistema frammentato e legato prevalentemente alle categorie professionali.
La possibilità di ricevere cure non doveva più dipendere dal reddito, dall’occupazione o dall’appartenenza a una determinata cassa mutualistica.
La salute diventava un diritto effettivo di ogni cittadino, coerentemente con l’articolo 32 della Costituzione.
Quel sistema, nonostante difficoltà e trasformazioni, resta ancora oggi uno dei pilastri fondamentali dello Stato sociale italiano.
La battaglia contro la Loggia P2
Uno dei capitoli più difficili della sua carriera fu la presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica P2.
Anselmi fu la prima donna a guidare una Commissione parlamentare d’inchiesta e affrontò una rete di potere capace di coinvolgere politica, apparati dello Stato, finanza, forze armate, servizi segreti, informazione e criminalità.
Condusse i lavori con determinazione, rifiutando pressioni e compromessi.
L’indagine incontrò fortissime resistenze. Come emerso anche dai suoi diari, vi furono tentativi di rallentare, limitare e chiudere anticipatamente il lavoro della Commissione.
Anselmi comprese che la P2 non era soltanto una deviazione massonica, ma un sistema capace di occupare gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni.
In un appunto del 1982 scrisse che le P2 non nascono per caso, ma si inseriscono negli spazi prodotti dall’insensibilità politica, preparando nuove forme occulte di potere.
Una riflessione che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
«Eravamo avversari, mai nemici»
Pur essendo una figura di primo piano della Democrazia Cristiana, Tina Anselmi mantenne sempre un profondo rispetto per gli avversari politici.
Ricordando il confronto con Nilde Iotti e con gli esponenti del Partito Comunista, affermò: «Eravamo avversari, ma mai nemici».
Era l’espressione di una politica dura nel confronto, ma fondata sul riconoscimento reciproco e sul rispetto delle istituzioni.
La sua generazione aveva vissuto il fascismo, la guerra e la Resistenza. Conosceva quindi il valore della democrazia e il pericolo di trasformare l’avversario in un nemico da eliminare.
Per Anselmi, le ambizioni personali dovevano essere contenute dal senso del limite e dalla consapevolezza di servire il bene comune.
Il dolore per Aldo Moro
Tra le date che considerava decisive nella storia italiana vi era il 9 maggio 1978, giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro.
In quelle drammatiche settimane Anselmi svolse anche un ruolo di collegamento tra la famiglia del presidente della Democrazia Cristiana e la sede del partito.
La morte di Moro rappresentò per lei una frattura irreparabile.
Ricordava che, dopo quel giorno, nulla sarebbe stato più come prima e che la politica non seppe offrire tutte le risposte necessarie alla stagione più oscura del terrorismo italiano.
Il rapporto con Moro e la memoria di quella tragedia rafforzarono ulteriormente il suo impegno per la legalità e la difesa delle istituzioni democratiche.
La prima donna considerata per il Quirinale
Tina Anselmi fu anche la prima donna a essere seriamente indicata tra le possibili candidate alla Presidenza della Repubblica.
Non arrivò mai al Quirinale, ma il semplice fatto che il suo nome venisse considerato dimostrava l’autorevolezza conquistata attraverso una vita interamente dedicata alle istituzioni.
Non possedeva il linguaggio aggressivo della politica moderna e non cercava la popolarità attraverso gesti spettacolari.
La sua forza risiedeva nella coerenza, nella preparazione e nell’indipendenza dimostrata soprattutto nei momenti più difficili.
«Le conquiste non sono mai definitive»
Alle proprie nipoti ripeteva spesso un avvertimento:
«Attente, fate la guardia, perché le conquiste non sono mai definitive».
Era un messaggio rivolto a tutte le nuove generazioni.
I diritti delle donne, la parità nel lavoro, la democrazia e la libertà non sono acquisizioni irreversibili. Possono essere ridimensionati, svuotati o perduti quando diminuiscono la partecipazione e la vigilanza dei cittadini.
Anselmi continuò per tutta la vita a occuparsi della memoria della Resistenza, delle conseguenze delle leggi razziali contro la comunità ebraica e del contributo delle donne cattoliche alla lotta antifascista.
Nel 2004 promosse il volume Tra città di Dio e città dell’uomo. Donne cattoliche nella Resistenza, restituendo voce a tante protagoniste spesso dimenticate dalla narrazione ufficiale.
Un modello di buona politica
Tina Anselmi morì il 1° novembre 2016.
A cinquant’anni dalla sua nomina a ministra, la sua figura continua a rappresentare un modello di buona politica: competente, rigorosa, coraggiosa e rispettosa delle istituzioni.
Fu partigiana, sindacalista, insegnante, parlamentare, ministra e presidente di una delle Commissioni d’inchiesta più delicate della Repubblica.
Ma soprattutto fu una donna che non utilizzò mai il potere per proteggere se stessa.
Lo considerò sempre uno strumento per garantire diritti, giustizia e libertà agli altri.
Il 29 luglio 1976 l’Italia aprì finalmente a una donna la porta di un ministero. Tina Anselmi attraversò quella porta senza limitarsi a occupare una posizione: cambiò la storia delle istituzioni e mostrò alle generazioni successive che nessun incarico doveva più essere considerato esclusivamente maschile.
Cinquant’anni dopo, il suo insegnamento resta intatto: la democrazia ha bisogno di persone capaci di esercitare il potere senza diventarne prigioniere e di difendere la verità anche quando significa sfidare i centri più forti e nascosti dello Stato.
Meta description: Cinquant’anni fa Tina Anselmi diventava la prima donna ministra d’Italia. Partigiana, riformatrice e presidente della Commissione P2, resta un simbolo della Repubblica.
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