Le intercettazioni recuperate dal settimanale “Giallo” e analizzate da Bugalalla aprono nuovi interrogativi sulla presenza di Andrea Sempio a Vigevano il 13 agosto 2007. In un’altra conversazione, Daniela Ferrari racconta alla giornalista di “Quarto Grado” una versione molto più articolata del rapporto con il vigile del fuoco Antonio Bugada
di Emanuele Esposito
Un dialogo apparentemente banale, pronunciato in automobile senza telecamere e senza domande formali, potrebbe diventare uno dei passaggi più interessanti della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.
A riportarlo alla luce è stato il settimanale “Giallo”, diretto da Albina Perri, attraverso il recupero e la pulizia dell’audio di alcune intercettazioni. Il materiale è stato successivamente analizzato sul canale Bugalalla da Francesca Bugamelli insieme alla stessa Perri.
Il punto centrale riguarda una conversazione tra Andrea Sempio e il suo allora difensore Massimo Lovati, mentre i due si trovano in automobile a Vigevano.
Lovati gli domanda, in sostanza, se frequentasse spesso quella zona. La risposta attribuita a Sempio è destinata a far discutere:
«Prima, quando avevo 17-18 anni, venivamo qua».
Una frase breve, ma potenzialmente significativa.
Sempio è nato nel 1988. Il riferimento ai 17-18 anni porterebbe quindi agli anni 2005-2006, mentre l’omicidio di Chiara Poggi avvenne il 13 agosto 2007, quando il giovane aveva già 19 anni.
L’audio non rappresenta, da solo, la prova che Sempio non fosse stato a Vigevano nel 2007. Non sarebbe corretto trasformare una conversazione informale in una certezza giudiziaria. Tuttavia, la frase introduce un’evidente domanda investigativa: perché, parlando spontaneamente delle sue frequentazioni di Vigevano, Sempio colloca quei passaggi negli anni precedenti e non ricorda immediatamente la visita che, secondo la ricostruzione del suo alibi, avrebbe effettuato proprio il giorno dell’omicidio?
Il nodo della libreria e dello scontrino
La questione è tutt’altro che secondaria.
L’alibi di Sempio è stato collegato per anni a uno scontrino di parcheggio rilasciato a Vigevano la mattina del 13 agosto 2007. Secondo la versione riferita agli investigatori, Sempio si sarebbe recato in città per acquistare un libro presso la libreria Feltrinelli. Non avendolo trovato, sarebbe ritornato anche il giorno successivo.
Proprio questa presunta abitudine è oggi al centro delle domande sollevate da Albina Perri e da Bugalalla: quanto frequentemente Sempio si recava realmente in quella libreria? Per quale ragione, se conosceva bene il centro cittadino e vi era stato proprio il 13 e il 14 agosto 2007, durante il viaggio con Lovati sembra collegare quelle strade soltanto al periodo in cui aveva 17 o 18 anni?
Il dialogo presenta inoltre un altro particolare: Sempio utilizza il plurale, «venivamo». Non chiarisce con chi andasse a Vigevano né per quale motivo. Anche questo aspetto potrebbe essere verificato attraverso testimonianze, tabulati, documentazione dell’epoca e confronto con le dichiarazioni rese nelle diverse fasi dell’indagine.
In una seconda registrazione, dopo avere accompagnato Lovati presso il suo studio, Sempio sembrerebbe inoltre mostrare incertezza sulla zona nella quale si trova. Secondo la ricostruzione proposta da “Giallo”, l’automobile sarebbe stata in quel momento a poca distanza dal parcheggio indicato nell’alibi del 2007.
Anche in questo caso, l’elemento non dimostra automaticamente che Sempio non conoscesse Vigevano. Le strade possono cambiare, i ricordi possono affievolirsi e una persona può non riconoscere immediatamente un percorso dopo molti anni. Ma la circostanza merita di essere confrontata con l’intera ricostruzione degli spostamenti del 13 agosto 2007.
Soprattutto perché, secondo le analisi già emerse sul caso, i tempi necessari per partire da Garlasco, raggiungere Vigevano, parcheggiare, recarsi in libreria e tornare indietro costituirebbero uno dei punti più delicati dell’alibi.
Altro che una semplice passeggiata estiva: per rispettare alcune delle tempistiche ipotizzate sarebbe stato necessario mantenere medie di percorrenza particolarmente elevate, senza navigatore satellitare e contando sulla perfetta conoscenza del tragitto.
Una frase spontanea vale più di molte interviste?
Il valore investigativo della conversazione sta soprattutto nel contesto.
Sempio non sta rispondendo a un pubblico ministero e non si trova davanti alle telecamere. È in automobile con il proprio avvocato e parla in modo apparentemente spontaneo. Proprio le frasi pronunciate in situazioni informali possono talvolta offrire agli investigatori elementi da confrontare con dichiarazioni precedenti, testimonianze e dati oggettivi.
Non significa che ogni imprecisione sia una menzogna o che ogni dimenticanza diventi un indizio di colpevolezza.
Significa, però, che un’affermazione così precisa sull’età — «quando avevo 17-18 anni» — non può essere liquidata senza approfondimenti, soprattutto perché riguarda il luogo sul quale si regge una parte importante dell’alibi.
La domanda, dunque, resta aperta: il 13 agosto 2007 Andrea Sempio raggiunse davvero il centro di Vigevano per cercare un libro?
A stabilirlo non saranno i programmi televisivi, i canali YouTube o le copertine dei giornali, ma gli accertamenti della Procura. Il lavoro giornalistico, però, può individuare contraddizioni, recuperare documenti dimenticati e porre domande che nessuno aveva ancora formulato con sufficiente chiarezza.
L’altra intercettazione: Daniela Ferrari e il “pompiere”
Il secondo audio trovato da Albina Perri riguarda una lunga conversazione tra Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, e Martina Maltagliati, giornalista di “Quarto Grado”.
Al centro del dialogo c’è Antonio Bugada, il vigile del fuoco che Ferrari chiama familiarmente “Toni”. Un uomo con il quale, secondo quanto raccontato nella telefonata, avrebbe ripreso i contatti tra il 2006 e il 2007.
La conversazione descrive un rapporto più articolato rispetto a una semplice conoscenza occasionale.
Ferrari racconta di messaggi frequenti, confidenze personali, incontri per un caffè e attenzioni quotidiane. Parla delle attività sportive dell’uomo, della sua alimentazione, dei problemi personali e del dolore per la perdita di un familiare. Riferisce inoltre di avergli procurato creme per la psoriasi, di avergli consegnato un manuale per un corso di volontariato e di essersi recata almeno una volta presso la sua abitazione.
«Ci sentivamo spesso», afferma nella telefonata, precisando tuttavia di averlo incontrato personalmente soltanto poche volte.
La differenza tra una relazione descritta come marginale e la quantità di dettagli emersi dagli audio costituisce un altro elemento che gli investigatori potranno valutare.
Non si tratta di giudicare la vita privata di Daniela Ferrari. La natura del rapporto diventa giornalisticamente rilevante esclusivamente perché gli inquirenti starebbero cercando di capire se la donna possa aver incontrato Bugada a Vigevano proprio la mattina del 13 agosto 2007.
Ferrari lo nega con decisione:
«Mai visto a Vigevano».
Ammette però di non ricordare chi, tra lei e Bugada, avesse inviato per primo un messaggio nella mattinata in cui Chiara Poggi venne uccisa.
Il collegamento suggerito con Stefania Cappa
La telefonata assume poi una direzione inattesa.
Daniela Ferrari ipotizza che Bugada, avendo frequentato un corso presso la Croce Garlaschese, possa aver conosciuto Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi.
Non presenta prove di questa conoscenza. Formula invece una serie di domande e supposizioni: perché Bugada non vorrebbe mostrarsi pubblicamente? Potrebbe essere stato interrogato su Stefania Cappa? I due potrebbero essersi incontrati durante le attività di volontariato?
Si tratta, allo stato, di semplici ipotesi formulate durante una conversazione privata. Non emerge dagli elementi pubblicamente disponibili una conferma del rapporto tra Bugada e Stefania Cappa.
Proprio per questo il metodo giornalistico impone prudenza: una pista suggerita da un interlocutore non diventa automaticamente un fatto. Può, però, essere verificata consultando gli elenchi dei volontari, le date dei corsi, i registri dell’associazione e le persone che frequentavano la struttura in quel periodo.
Nell’audio, Ferrari parla anche del marito Giuseppe Sempio, sostenendo che talvolta tenderebbe ad «allungare» o «allargare» i racconti. È un passaggio delicato, soprattutto alla luce delle numerose conversazioni familiari già finite al centro dell’attenzione pubblica.
Anche queste parole dovranno essere interpretate nel loro contesto e non possono essere utilizzate per dichiarare inattendibile, in blocco, qualunque affermazione del marito.
Il giornalismo che cerca i documenti
Ancora una volta, gli elementi più interessanti non arrivano dai grandi salotti televisivi nei quali spesso si ripetono le medesime ricostruzioni. Arrivano dal lavoro paziente di chi cerca i documenti, recupera gli audio, confronta le date e ascolta anche le frasi apparentemente insignificanti.
Il merito di “Giallo”, della direttrice Albina Perri e del lavoro di analisi svolto da Bugalalla è proprio questo: avere portato all’attenzione pubblica materiale che potrà essere valutato dagli investigatori insieme a tutti gli altri atti.
Non significa sostituirsi alla Procura. Significa fare giornalismo.
I giornalisti seri non devono costruire colpevoli né assolvere anticipatamente qualcuno. Devono cercare ciò che non torna, controllare le versioni, mettere in ordine i tempi e sollevare domande fondate.
In questo senso possono diventare i migliori alleati degli inquirenti: non perché suggeriscano una verità precostituita, ma perché impediscono che documenti, contraddizioni e dettagli importanti restino sepolti sotto il rumore del racconto dominante.
Le domande che ora attendono una risposta
Queste intercettazioni non dimostrano chi abbia ucciso Chiara Poggi. Non cancellano la condanna definitiva di Alberto Stasi e non provano la responsabilità di Andrea Sempio, che deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Aprono però interrogativi precisi.
Perché Sempio, parlando delle strade di Vigevano, ricorda le frequentazioni dei suoi 17-18 anni ma non richiama spontaneamente il viaggio del 13 agosto 2007?
Con chi «veniva» in città in quel periodo?
Quanto conosceva davvero il centro di Vigevano?
Quanto tempo sarebbe stato necessario per compiere il percorso indicato nel suo alibi?
Perché la ricostruzione del rapporto tra Daniela Ferrari e Antonio Bugada appare più complessa rispetto alle prime versioni?
Chi inviò il messaggio della mattina del delitto?
E soprattutto: esistono dati oggettivi capaci di stabilire dove si trovassero realmente le persone coinvolte?
Sono domande, non sentenze.
Ma dopo quasi diciannove anni di errori, omissioni, piste abbandonate e documenti riscoperti, il caso Garlasco non ha più bisogno di narrazioni comode. Ha bisogno di risposte verificabili.
E questa volta, grazie al lavoro di chi ha cercato e ascoltato gli audio originali, la Procura dispone di qualche domanda in più alla quale tentare di rispondere.
Nota: questo articolo presenta e analizza dichiarazioni e conversazioni attribuite ai soggetti citati, sulla base del materiale diffuso dal settimanale “Giallo” e dal canale Bugalalla. Le interpretazioni riportate non costituiscono accertamenti giudiziari né accuse di colpevolezza. Andrea Sempio e ogni altra persona menzionata devono essere considerati innocenti rispetto a fatti non definitivamente accertati.
