Eletti all’estero, rileggete Tremaglia. Meditate, leggete e imparate: siete ancora in tempo

Il discorso pronunciato alla Camera il 18 ottobre 2000 ricorda a chi siede oggi in Parlamento perché esiste la rappresentanza degli italiani nel mondo. E quale responsabilità comporta difenderla.

di Emanuele Esposito

A tutti i parlamentari eletti nella circoscrizione Estero rivolgo un invito: fermatevi e rileggete il discorso pronunciato da Mirko Tremaglia alla Camera dei deputati il 18 ottobre 2000. Leggetelo fino all’ultima riga. Poi domandatevi se le vostre scelte sono all’altezza della responsabilità che avete ricevuto.

«Oggi finisce la discriminazione dei diritti: sono diritti costituzionali», disse Tremaglia durante la dichiarazione di voto sulle modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione. Si arrivava al passaggio conclusivo della riforma che assegnava agli italiani all’estero dodici deputati e sei senatori. Quelli erano i numeri dell’impianto originario. Il principio era il riconoscimento di cittadini che chiedevano di partecipare alla vita politica del proprio Paese attraverso una rappresentanza effettiva.

Tremaglia spiegò il senso della circoscrizione Estero con parole precise: «Dà la possibilità a milioni di cittadini italiani di votare direttamente per i propri rappresentanti nel Parlamento italiano». È su questa possibilità che ogni eletto dovrebbe misurare le proprie decisioni. Quanto resta concreta? Quanto conta la scelta dell’elettore? Quanto conosce, il rappresentante, la realtà delle persone che dovrebbe ascoltare?

La distanza geografica pesa. Pesa quando una famiglia deve affrontare una pratica consolare, quando un pensionato cerca una risposta sui contributi versati in Paesi diversi, quando una scuola di italiano rischia di perdere continuità, quando un giovane emigrato vuole mantenere un rapporto con l’Italia. Dietro la parola “estero” ci sono società, ordinamenti, lingue e condizioni di vita profondamente differenti.

Accorpare territori può rendere più semplice una mappa elettorale. Può anche aumentare la distanza tra cittadini ed eletti e lasciare le comunità meno numerose senza una voce capace di farsi ascoltare. Per questo una riforma va giudicata anche da ciò che accade ai margini: dove gli elettori sono meno, gli spostamenti più difficili e l’attenzione politica arriva raramente.

Chi sostiene una modifica della rappresentanza dovrebbe spiegare pubblicamente come intende evitare questi effetti. Con criteri verificabili, con numeri comprensibili, con risposte alle comunità coinvolte. La rassicurazione «sarete comunque rappresentati» ha poco valore se manca la spiegazione di come, da chi e con quale rapporto con il territorio.

Nel suo intervento Tremaglia richiamava anche il peso economico e internazionale degli italiani nel mondo. Li descriveva come una «risorsa» e una «grande ricchezza», presenti nell’economia, nelle amministrazioni, nei Parlamenti e nei Governi di altri Paesi. Invitava l’Italia a riconoscere il valore di quei rapporti e la possibilità di svilupparli attraverso i rappresentanti eletti.

Da quella lettura deriva una responsabilità politica precisa. Una comunità che mantiene relazioni commerciali, promuove la lingua, costruisce scambi culturali e tiene aperti rapporti tra Paesi deve poter portare in Parlamento anche le proprie richieste. Se la si celebra per quello che offre all’Italia, bisogna ascoltarla quando domanda servizi, attenzione e partecipazione.

Troppo comodo ricordare Tremaglia nelle occasioni solenni e lasciare senza risposta le domande che il suo discorso pone. Il rispetto per una battaglia politica si dimostra soprattutto quando difenderne le ragioni comporta un costo: una discussione nel proprio gruppo, una posizione scomoda, la richiesta di correggere una scelta sostenuta dai propri alleati.

Quel discorso contiene anche una lezione sul rapporto tra appartenenza e responsabilità. Tremaglia rivendicò l’intesa raggiunta con la sinistra e con il mondo cattolico. Ringraziò colleghi di schieramenti diversi. Disse: «Quando vi sono interessi che non sono di parte o di schieramento di partito, la politica dell’intesa è indispensabile».

Gli eletti all’estero dovrebbero rileggere soprattutto questo passaggio. Le differenze politiche esistono e devono potersi esprimere. Ma sulla possibilità stessa delle comunità di avere voce serve la capacità di cercare un terreno comune. Chi conosce quei territori ha il dovere politico di farne comprendere le esigenze anche al proprio partito.

Tremaglia ricordò quarantacinque anni di percorso legislativo, illusioni, delusioni, ostruzionismo e fatica. Alla fine pronunciò parole che danno la misura personale di quella battaglia: «È stato […] il traguardo della mia vita politica. Oggi posso dire che, forse, è il traguardo della mia vita».

Il resoconto registra vivissimi applausi e molte congratulazioni. Luciano Violante gli rispose: «Onorevole Tremaglia, le siamo tutti molto vicini».

Oggi quella vicinanza va meritata attraverso le decisioni. A chi siede nei seggi conquistati anche grazie a quella battaglia chiediamo di leggere le proposte, valutarne le conseguenze, ascoltare chi rischia di perdere peso e assumersi pubblicamente la responsabilità del proprio voto. Anche quando sarebbe più comodo tacere.

Siete ancora in tempo per fare di quelle parole un criterio di condotta. Per chiedere spiegazioni, proporre correzioni e difendere una rappresentanza che abbia un rapporto riconoscibile con le persone.

Meditate, leggete e imparate. Poi scegliete con il coraggio che chiedete agli elettori quando vi accordano fiducia.

Gli italiani all’estero vi hanno affidato la loro voce. Quando si decide quanto conterà, hanno il diritto di sentire la vostra.

Fonte delle citazioni: Camera dei deputati, seduta del 18 ottobre 2000, intervento di Mirko Tremaglia.