Partì per il Congo cercando un cessate il fuoco. Il suo DC-6 precipitò nella notte vicino a Ndola, nell’attuale Zambia. Sessantacinque anni dopo, le Nazioni Unite continuano a cercare risposte sulle circostanze della morte di Dag Hammarskjöld, uno dei segretari generali che più profondamente hanno segnato la storia dell’ONU.
Ci sono uomini che occupano un incarico.
E poi ci sono uomini che finiscono per trasformarlo.
Dag Hammarskjöld appartiene alla seconda categoria.
Fu il secondo Segretario generale delle Nazioni Unite, dal 10 aprile 1953 al 18 settembre 1961, quando morì durante una missione di pace in Africa. Era stato nominato all’unanimità e rieletto, ancora all’unanimità, nel 1957. (Nazioni Unite)
Oggi, 18 settembre 2026, sono trascorsi esattamente 65 anni da quella notte.
Per la diciottesima puntata di Deep View by Allora! News abbiamo scelto “Dag Hammarskjold: The Man Who Built the United Nations”, documentario pubblicato dal canale verificato Biographics.
In poco più di venti minuti il filmato attraversa la vita di Hammarskjöld, il suo rapporto con le grandi potenze, la crisi di Suez, il Congo e quel volo verso Ndola dal quale non sarebbe mai tornato.
Un diplomatico che nessuno considerava pericoloso
Quando venne scelto come Segretario generale nel 1953, Hammarskjöld sembrava quasi il candidato perfetto proprio perché considerato discreto, tecnico, poco incline al protagonismo politico.
Svedese, economista, diplomatico e funzionario pubblico, arrivava alle Nazioni Unite in piena Guerra fredda.
Ma chi immaginava un semplice amministratore avrebbe presto cambiato idea.
Hammarskjöld sviluppò infatti una concezione molto forte dell’indipendenza del Segretario generale: non il portavoce delle grandi potenze, ma un funzionario internazionale chiamato a difendere gli interessi dell’Organizzazione e i principi della Carta delle Nazioni Unite.
Quell’idea lo avrebbe portato inevitabilmente allo scontro con governi molto più potenti di lui.
Suez e la nascita del peacekeeping moderno
Uno dei momenti decisivi arrivò nel 1956, durante la crisi di Suez.
Dopo l’attacco all’Egitto da parte di Israele, Francia e Regno Unito, le Nazioni Unite dovettero inventare praticamente da zero uno strumento capace di separare le parti e impedire che la guerra si allargasse.
Hammarskjöld e il canadese Lester Pearson furono fra i protagonisti della creazione della United Nations Emergency Force, la prima vera forza di peacekeeping armata delle Nazioni Unite.
Il modello sarebbe diventato uno degli strumenti più riconoscibili dell’ONU nei decenni successivi. (Nazioni Unite)
Caschi blu.
Forze internazionali.
Interposizione.
Osservazione dei cessate il fuoco.
Oggi ci sembrano elementi quasi naturali del sistema delle Nazioni Unite.
All’epoca erano un esperimento.
Il Congo, la crisi più difficile
Nel 1960 arrivò il Congo.
L’ex colonia belga aveva appena ottenuto l’indipendenza quando esplose una crisi politica, militare e internazionale che coinvolse il nuovo governo congolese, il Belgio, le grandi potenze della Guerra fredda e la ricchissima provincia mineraria del Katanga, che proclamò la secessione sotto la guida di Moïse Tshombe.
Le Nazioni Unite avviarono l’operazione ONUC, una delle più grandi e complesse missioni internazionali dell’epoca.
Hammarskjöld si recò più volte personalmente nel Paese.
Il suo obiettivo dichiarato era sostenere l’integrità territoriale del Congo, ridurre l’interferenza straniera e cercare una soluzione politica alla crisi. (Nazioni Unite)
Ma ogni passo lo esponeva a nuove accuse.
Per alcuni occidentali l’ONU interferiva troppo.
Per l’Unione Sovietica, al contrario, Hammarskjöld era ormai uno strumento degli interessi occidentali.
Mosca arrivò a chiederne le dimissioni e propose di sostituire la figura del Segretario generale con una direzione a tre, la famosa “troika”, nella quale Oriente, Occidente e Paesi non allineati avrebbero avuto ciascuno un proprio rappresentante. (Nazioni Unite)
Hammarskjöld resistette.
Settembre 1961: il Congo brucia
Nel settembre del 1961 la situazione nel Katanga precipitò.
Le forze delle Nazioni Unite e quelle katanghesi si scontrarono attorno a Elisabethville, l’attuale Lubumbashi.
Hammarskjöld cercò di fermare i combattimenti.
La possibilità di un incontro diretto con Moïse Tshombe prese forma il 16 settembre.
La sede scelta fu Ndola, allora nella Rhodesia Settentrionale, oggi Zambia.
Lo scopo era ottenere un cessate il fuoco e aprire una strada verso una soluzione politica. (Biblioteca Digitale ONU)
Hammarskjöld decise di partire personalmente.
L’ultimo volo
La sera del 17 settembre 1961, Hammarskjöld salì a bordo di un Douglas DC-6B con marche SE-BDY.
L’aereo prese la rotta per Ndola.
A bordo c’erano il Segretario generale, membri dello staff delle Nazioni Unite, uomini della sicurezza e l’equipaggio svedese.
Non arrivarono mai all’incontro.
Durante l’avvicinamento a Ndola, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, l’aereo precipitò nella foresta.
Hammarskjöld e altre quindici persone morirono. (Nazioni Unite)
La missione di pace si trasformò immediatamente in uno dei grandi misteri della storia delle Nazioni Unite.
Incidente o attacco?
Le prime indagini non riuscirono a stabilire con certezza una causa definitiva.
Per decenni si parlò principalmente di errore del pilota.
Ma testimonianze, documenti emersi successivamente e nuove ricerche hanno progressivamente riaperto il caso.
Possibile attacco aereo.
Minaccia esterna che avrebbe costretto il DC-6 a una manovra.
Sabotaggio.
Errore umano.
Interferenze straniere.
Sono ipotesi diverse e non devono essere confuse con conclusioni provate.
Ed è proprio questo l’elemento più importante della vicenda.
Sessantacinque anni dopo, le Nazioni Unite non considerano ancora definitivamente risolto il caso.
Le Nazioni Unite indagano ancora
Nel rapporto trasmesso nel 2024, l’“Eminent Person” incaricato dall’ONU, l’ex presidente della Corte Suprema della Tanzania Mohamed Chande Othman, concluse che restava plausibile che un attacco o una minaccia esterna avessero contribuito alla caduta dell’aereo.
Il rapporto indicava come altre ipotesi ancora disponibili il sabotaggio oppure un errore umano non intenzionale. Rilevava inoltre la possibile esistenza negli archivi di alcuni Stati di informazioni importanti mai rese pubbliche. (United Nations Press)
Nel dicembre 2024 l’Assemblea generale chiese di continuare il lavoro investigativo e invitò nuovamente gli Stati membri a cercare nei propri archivi militari, d’intelligence e diplomatici ogni documento ancora rilevante. (Sistema Documenti Ufficiali – ONU)
E la storia arriva fino a pochi giorni fa.
L’8 settembre 2026, il portavoce delle Nazioni Unite ha confermato che il Segretario generale ha ricevuto il nuovo rapporto di Mohamed Chande Othman e che le relative raccomandazioni saranno presto trasmesse all’Assemblea generale. (UN Transcripts)
Questo significa che, nel sessantacinquesimo anniversario della tragedia, l’inchiesta non appartiene soltanto agli archivi.
È ancora aperta.
Un Segretario generale contro le grandi potenze
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti della figura di Hammarskjöld.
Non aveva un esercito proprio.
Non rappresentava uno Stato.
Non disponeva del potere di una superpotenza.
Eppure cercò di trasformare il ruolo del Segretario generale in qualcosa di più di una funzione amministrativa.
Per lui l’ONU doveva poter agire.
Mediare.
Intervenire.
Creare strumenti nuovi quando quelli previsti nel 1945 non bastavano più.
Quella concezione gli procurò ammirazione e nemici.
E probabilmente spiega perché, dopo 65 anni, le domande sulla sua morte abbiano ancora una tale forza.
Il Nobel arrivato dopo la morte
Poche settimane dopo la tragedia, Hammarskjöld ricevette il Premio Nobel per la Pace 1961.
Il Comitato Nobel motivò la scelta con il suo contributo alla trasformazione dell’ONU in un’organizzazione internazionale efficace e capace di dare concretezza ai principi della Carta.
Il premio venne assegnato postumo.
Hammarskjöld rimane l’unica persona ad aver ricevuto postumamente il Nobel per la Pace; dal 1974 le regole della Fondazione Nobel hanno sostanzialmente escluso questa possibilità. (Premio Nobel)
Aveva 56 anni.
Perché abbiamo scelto questo video
Perché Dag Hammarskjöld rischia oggi di essere ricordato soprattutto come un nome inciso nella storia delle Nazioni Unite.
Il documentario di Biographics restituisce invece l’uomo e il contesto.
La Guerra fredda.
Suez.
Il peacekeeping.
Il Congo.
Le pressioni delle grandi potenze.
E infine Ndola.
È una storia che riguarda anche una domanda molto contemporanea:
quanto può essere davvero indipendente un’organizzazione internazionale quando deve confrontarsi con gli interessi degli Stati più potenti?
Hammarskjöld tentò di dare una risposta attraverso il proprio mandato.
Pagò un prezzo enorme.
Il video selezionato
🎬 Dag Hammarskjold: The Man Who Built the United Nations
Fonte video: Biographics
⏱️ Durata: circa 24 minuti
Il documentario ripercorre l’intera parabola di Hammarskjöld: dalla nomina a Segretario generale alla crisi di Suez, dal Congo allo scontro con le grandi potenze, fino all’ultimo viaggio verso Ndola.
Dopo il video resta una domanda
Quella notte Dag Hammarskjöld stava andando a negoziare.
Non a combattere.
Non stava lasciando il Congo.
Stava cercando di fermare una guerra.
Il suo aereo non arrivò mai a destinazione.
Sessantacinque anni dopo sappiamo molto più di quanto sapessimo nel 1961.
Ma non abbastanza per chiudere definitivamente il caso.
Ed è forse questa l’immagine con cui vogliamo lasciare i lettori.
Un aereo nella notte africana.
Un uomo diretto verso un tavolo negoziale.
E una domanda che, 65 anni dopo, le stesse Nazioni Unite continuano a porsi:
che cosa accadde davvero al volo SE-BDY?
Deep View. Guardare più a fondo.
Documentari. Inchieste. Storia. E domande alle quali il tempo non ha ancora dato una risposta definitiva.
Fonte e ringraziamenti
Fonte video: Biographics.
Allora! News ringrazia Biographics per aver realizzato e reso disponibile il documentario dedicato alla vita e all’eredità di Dag Hammarskjöld.
Le immagini e gli altri materiali audiovisivi restano attribuiti ai rispettivi autori, produttori e titolari dei diritti.

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