122 GIORNI SENZA UN ATTO PUBBLICO SU NOMINA DEL VICE PRESIDENTE DEL MAIE ODOGUARDI, SU COMPENSO E CONFLITTI D’INTERESSE. COSA STA SUCCEDENDO AL MAECI?

di Emanuele Esposito

La vicenda dell’incarico attribuito a Vincenzo Odoguardi (Vice Presidente del MAIE-MERLO-NOI MODERATI-LUPI) dal sottosegretario agli Esteri Massimo Dell’Utri (NOI MODERATI) entra finalmente nel terreno dei documenti ufficiali. Il consigliere del CGIE Alessandro Boccaletti ha presentato al MAECI un’istanza di accesso civico, cioè la richiesta prevista dalla legge finalizzata ad ottenere documenti e informazioni che devono essere pubblici, chiedendo l’atto di nomina, il numero di protocollo, le informazioni economiche, i rimborsi, le dichiarazioni sugli altri incarichi e gli eventuali conflitti d’interesse del nominato. Una domanda semplice: se l’incarico esiste, perché dopo 122 giorni non è possibile verificarne pubblicamente gli estremi?

Questa storia, raccontata in maniera complicata dall’agenzia AISE, è molto più semplice di quanto qualcuno voglia far credere. Il problema non è stabilire oggi se Vincenzo Odoguardi abbia o non abbia diritto a ricoprire un incarico. Il problema è sapere con quale atto, con quali funzioni e a quali condizioni gli sarebbe stato conferito.

A 122 giorni dalla notizia dell’incarico, secondo la verifica effettuata dal consigliere del CGIE Alessandro Boccaletti, nella sezione “Amministrazione trasparente” del Ministero degli Esteri non risultavano pubblicati né l’atto di conferimento, né il curriculum, né l’eventuale compenso o gratuità dell’incarico, né la documentazione relativa ai conflitti di interesse.

Per questo Boccaletti ha presentato al MAECI un’istanza di accesso civico, semplice e generalizzato. In parole povere, l’accesso civico è il diritto di chiedere alla pubblica amministrazione documenti e informazioni che devono essere conoscibili per legge. Non è una richiesta di favore, ma uno strumento previsto proprio per consentire ai cittadini di controllare l’attività della pubblica amministrazione.

La questione diventa ancora più delicata alla luce dell’articolo 15 del decreto legislativo 33 del 2013, che prevede specifici obblighi di pubblicazione per determinati incarichi, compresi gli estremi dell’atto, il curriculum, gli altri incarichi e i compensi. La norma stabilisce inoltre un termine di tre mesi per la pubblicazione e, per gli incarichi retribuiti, collega alla pubblicazione degli estremi dell’atto l’efficacia dell’incarico e la possibilità di liquidare i compensi.

Dunque la domanda è inevitabile: se l’incarico a Odoguardi è stato effettivamente conferito, perché non è stato reso disponibile nei tempi previsti per legge? E se esiste una ragione giuridica o amministrativa che lo giustifica, perché il Ministero non la chiarisce?

Sono domande elementari, alle quali sarebbe doveroso dare una risposta altrettanto semplice.

C’è poi un particolare che merita attenzione. Vincenzo Odoguardi non è una persona qualsiasi che improvvisamente compare negli uffici della Farnesina. È il vicepresidente del MAIE, il Movimento Associativo Italiani all’Estero. E proprio questo elemento, presente nel comunicato originale diffuso da Boccaletti, è stato curiosamente espunto dalla notizia pubblicata da AISE. Perché?

Non è un dettaglio irrilevante per chi vuole comprendere fino in fondo la vicenda. Da una parte abbiamo un esponente politico-organizzativo di primo piano del MAIE; dall’altra un incarico che, secondo quanto riferito pubblicamente, gli sarebbe stato attribuito dal sottosegretario agli Esteri Massimo Dell’Utri, con competenze sui rapporti economici e sul raccordo con comunità, associazioni e istituzioni del Nord e Centro America e Caraibi.

Non c’è nulla di illegittimo, di per sé, nel fatto che una persona impegnata politicamente possa ricevere un incarico. Ma proprio per la natura delle funzioni attribuite, è indispensabile che siano chiari ruolo, titolo e condizioni.

Nel corso dei mesi, infatti, Odoguardi è stato presentato pubblicamente con qualifiche differenti: vicepresidente del MAIE, ma anche consigliere personale del sottosegretario Dell’Utri. Una comunicazione pubblica che attribuisce a una persona un ruolo istituzionale dovrebbe poter essere accompagnata dal relativo atto ufficiale.

Altrimenti si crea una situazione paradossale: si conosce il nome del presunto incaricato, ma non è possibile verificare con certezza il documento che ne stabilisce funzioni, data, protocollo ed eventuale trattamento economico.

È esattamente questo il punto sollevato da Boccaletti.

E c’è un ulteriore interrogativo che non può essere ignorato. Il consigliere CGIE Paolo Dussich aveva già sollevato la questione dell’atto, indicando una data del 19 giugno e lamentando l’assenza del numero di protocollo.

Se quella data fosse confermata, emergerebbe anche una curiosa anomalia temporale: la notizia dell’incarico sarebbe stata resa pubblica il 18 giugno, cioè un giorno prima della data indicata per l’atto.

Attenzione: questo non significa automaticamente che ci sia qualcosa di irregolare. Significa che c’è una domanda alla quale qualcuno dovrebbe rispondere. E la risposta dovrebbe essere semplicissima: ecco l’atto, ecco la data, ecco il protocollo, ecco le funzioni, ecco il trattamento economico e le dichiarazioni richieste. Fine.

Perché quando si tratta di incarichi che riguardano direttamente le istituzioni e le comunità italiane all’estero, i cittadini hanno il diritto di sapere chi svolge determinate funzioni e a quale titolo.

Boccaletti non ha accusato nessuno. Ha chiesto di verificare i documenti.

Il MAECI dovrà rispondere entro il 18 novembre. A quel punto si vedrà se esiste un problema reale oppure se tutto è regolare e semplicemente non è stato ancora spiegato adeguatamente.

Ma fino a quel momento una domanda resta perfettamente legittima: perché un incarico istituzionale attribuito ormai da mesi deve essere ricostruito attraverso comunicati, articoli e dichiarazioni, invece di poter essere verificato attraverso un atto ufficiale?

Questa non è una guerra personale contro Odoguardi. È una questione di correttezza istituzionale.

Se l’incarico è regolare, lo si dimostri rendendo disponibili gli atti previsti. Se è gratuito, lo si dica. Se è retribuito, si rendano noti compenso e condizioni nei limiti stabiliti dalla legge. Se esistono dichiarazioni sugli altri incarichi e sui conflitti d’interesse, siano rese conoscibili secondo le norme applicabili. Se esiste un protocollo, lo si indichi. E se c’è una ragione per la quale qualcosa non può essere reso pubblico, la si spieghi.

Perché nelle istituzioni della Repubblica le regole devono essere uguali per tutti: per chi governa, per chi viene nominato, per chi nomina e per chi controlla.

Soprattutto quando sono in gioco i rapporti con gli italiani all’estero, che hanno il diritto di sapere chi parla con le loro comunità e soprattutto a quale titolo lo fa.

Ora la parola passa al MAECI. E questa volta sarebbe davvero auspicabile che, insieme alle parole, arrivassero finalmente anche le risposte.