Israele, Netanyahu avanti ma senza maggioranza: 19 seggi ai partiti arabi, il Likud denuncia brogli

Con l’85,6% dei voti conteggiati, lo schieramento del premier uscente ottiene 53 seggi contro i 48 del blocco guidato da Gadi Eisenkot. Le formazioni arabo-israeliane raggiungono quota 19 e diventano potenzialmente decisive per la nascita di un nuovo governo. Il presidente Isaac Herzog chiede ai partiti di evitare un ritorno alle urne, mentre la Commissione elettorale esamina le accuse di irregolarità avanzate dal Likud.

Israele si ritrova davanti a uno scenario politico incerto dopo le elezioni parlamentari del 27 ottobre. Benjamin Netanyahu mantiene un vantaggio sul principale blocco dell’opposizione, ma non dispone dei numeri necessari per formare autonomamente un nuovo governo. A emergere come elemento determinante della consultazione è il risultato delle formazioni arabo-israeliane, che raggiungono complessivamente 19 seggi, un dato senza precedenti nella storia parlamentare del Paese.

Secondo i risultati provvisori diffusi dalla Commissione elettorale centrale, con l’85,6% delle schede complessive conteggiate, il blocco di destra guidato dal Likud ottiene 53 seggi, mentre la coalizione di opposizione rappresentata da Gadi Eisenkot si attesta a 48.

I restanti 19 deputati vengono attribuiti alla Lista Unita e a Ra’am, le due principali formazioni politiche a rappresentanza prevalentemente araba.

Per controllare la Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 membri, sono necessari almeno 61 seggi.

Il risultato conferma quindi che nessuno dei due schieramenti principali dispone, allo stato attuale dello scrutinio, di una maggioranza parlamentare.

Netanyahu primo, ma lontano dai 61 seggi

Il Likud rimane il primo partito israeliano, con una proiezione di 26 deputati.

La formazione di Gadi Eisenkot, Yashar, raggiunge invece 21 seggi, confermandosi la principale forza dell’opposizione.

Nel blocco vicino a Netanyahu figurano anche Shas, United Torah Judaism, Otzma Yehudit e l’alleanza tra Sionismo Religioso e Zehut.

Insieme, queste formazioni arrivano a 53 deputati, otto in meno della maggioranza assoluta.

Lo schieramento guidato da Eisenkot comprende invece Yashar, l’alleanza Beyachad di Naftali Bennett e Yair Lapid, i Democratici di Yair Golan e Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman.

La loro forza complessiva raggiunge 48 seggi, tredici in meno rispetto alla soglia necessaria per governare.

Il quadro restituisce un Parlamento frammentato, nel quale nessuno dei due principali schieramenti può rivendicare la certezza di guidare il prossimo esecutivo.

Il primo ministro uscente ha ribadito l’intenzione di costruire un governo nazionale di destra, invitando gli alleati a mantenere unito il proprio blocco.

Eisenkot, dal canto suo, sostiene che gli elettori abbiano espresso una richiesta di cambiamento politico e ha promesso di lavorare per la formazione di un’alternativa.

Entrambi dovranno però confrontarsi con la distribuzione effettiva dei seggi e con la disponibilità degli altri partiti a sottoscrivere accordi di governo.

La svolta dei partiti arabi: 19 seggi nella nuova Knesset

Il risultato politicamente più significativo riguarda la crescita dei partiti arabo-israeliani.

La Lista Unita, che riunisce diverse formazioni tra cui Hadash, Ta’al e Balad, viene accreditata di 12 seggi.

Ra’am, il partito guidato da Mansour Abbas, ne ottiene sette.

Complessivamente, le due formazioni raggiungono 19 deputati, quasi il doppio rispetto ai dieci rappresentanti della legislatura precedente.

Il risultato è stato favorito da una partecipazione particolarmente elevata nelle comunità arabe, che hanno risposto con una mobilitazione superiore a quella registrata in diverse consultazioni precedenti.

Questi numeri possono modificare profondamente gli equilibri parlamentari.

Sommando i 48 seggi dello schieramento di Eisenkot ai 19 dei partiti arabi si arriverebbe infatti a 67 deputati, una maggioranza numerica superiore alla soglia richiesta.

La possibilità aritmetica, tuttavia, non equivale all’esistenza di un accordo politico.

Durante la campagna elettorale, diversi partiti dell’opposizione hanno escluso la formazione di un governo dipendente dal sostegno dei partiti arabi.

Il risultato potrebbe quindi costringere le forze politiche a riconsiderare alcune delle posizioni assunte prima delle elezioni.

La Lista Unita apre al sostegno esterno

Yousef Jabareen, esponente della Lista Unita, ha dichiarato che la sua formazione è disponibile a contribuire alla nascita di un governo alternativo a Netanyahu, senza necessariamente entrarne a far parte.

La proposta riguarda la possibilità di offrire un sostegno parlamentare esterno, consentendo a un eventuale esecutivo di ottenere i voti necessari pur mantenendo i rappresentanti arabi fuori dalla coalizione ministeriale.

È una soluzione che potrebbe essere presa in considerazione durante le trattative, anche se rimangono divergenze politiche significative.

La Lista Unita ha posizioni fortemente critiche verso la guerra a Gaza e le politiche israeliane nei territori palestinesi.

Alcuni partiti del blocco di Eisenkot mantengono invece orientamenti molto differenti sulle questioni della sicurezza e sul conflitto israelo-palestinese.

Anche Mansour Abbas ha sottolineato l’importanza del nuovo peso parlamentare di Ra’am, indicando la volontà di utilizzare il risultato elettorale per ottenere maggiore attenzione alle esigenze delle comunità arabe.

Il ruolo delle due formazioni potrebbe dunque diventare centrale non soltanto nella formazione del governo, ma anche nella definizione delle priorità della prossima legislatura.

Il Likud denuncia presunti brogli elettorali

La crescita del voto arabo ha provocato una dura reazione del Likud.

Il partito di Benjamin Netanyahu ha accusato le formazioni arabo-israeliane di aver ottenuto parte dei propri risultati attraverso presunte irregolarità, chiedendo l’apertura di un’indagine.

In una dichiarazione pubblica, il Likud ha sostenuto di possedere testimonianze e altri elementi relativi a possibili episodi di corruzione elettorale, intimidazioni, falsificazioni e utilizzo di strumenti informatici non autorizzati per mobilitare gli elettori.

Il partito ha annunciato l’invio del materiale alla polizia, allo Shin Bet e alla Commissione elettorale centrale.

Le accuse, tuttavia, non costituiscono prove accertate di una manipolazione del risultato elettorale.

La Commissione elettorale ha confermato di avere ricevuto la richiesta del Likud e di averla inserita nelle normali procedure di verifica delle segnalazioni presentate dai partiti.

L’organismo ha precisato che le contestazioni relative all’integrità del voto vengono esaminate nell’ambito di un sistema di controllo applicato a tutte le liste elettorali.

In precedenza, rappresentanti della Commissione avevano dichiarato di non avere rilevato indicazioni di frodi sistematiche.

La replica dei rappresentanti arabo-israeliani

Ahmad Tibi, tra i principali esponenti della Lista Unita, ha respinto le accuse del Likud, sostenendo che non esistano elementi per contestare la regolarità complessiva della consultazione.

Secondo Tibi, le dichiarazioni del partito di Netanyahu mettono in discussione la legittimità del voto espresso da una componente significativa della popolazione israeliana.

Il confronto rischia quindi di trasformarsi in una questione più ampia, riguardante il ruolo politico dei cittadini arabi e il loro diritto a partecipare alla formazione delle maggioranze parlamentari.

La Commissione elettorale sarà chiamata a esaminare le segnalazioni e a verificare se emergano irregolarità concretamente documentate.

Fino alla conclusione di tali accertamenti, non è possibile attribuire responsabilità o considerare compromessa la validità del risultato elettorale.

Herzog: evitare a ogni costo nuove elezioni

Il presidente israeliano Isaac Herzog è intervenuto per invitare i partiti a mantenere aperto il dialogo.

Il capo dello Stato ha sottolineato la necessità di evitare un nuovo ricorso alle urne, dopo una consultazione caratterizzata da un’affluenza particolarmente elevata e da un quadro parlamentare complesso.

Herzog ha chiesto ai rappresentanti delle forze politiche di presentarsi alle future consultazioni con disponibilità al confronto.

Il presidente ha inoltre espresso soddisfazione per la partecipazione popolare, considerandola un segnale dell’importanza attribuita dagli israeliani al processo democratico.

Una volta ricevuti i risultati ufficiali, Herzog dovrà incontrare le delegazioni dei partiti eletti e valutare quale candidato disponga delle migliori possibilità di ottenere una maggioranza alla Knesset.

Non esiste un automatismo che attribuisca l’incarico al leader del partito più votato.

La scelta dipenderà soprattutto dalle indicazioni delle forze parlamentari e dalla possibilità di costruire un accordo sufficientemente solido.

Restano da scrutinare i voti speciali

Nonostante l’avanzamento delle operazioni di conteggio, il risultato non è ancora definitivo.

La Commissione elettorale ha precisato che una parte delle schede ordinarie richiede ulteriori verifiche, mentre rimangono da conteggiare le cosiddette doppie buste.

Si tratta dei voti espressi attraverso procedure particolari da militari, diplomatici all’estero, detenuti, pazienti ospedalieri e altre categorie di cittadini che non possono votare presso il proprio seggio ordinario.

Le schede devono essere sottoposte a controlli aggiuntivi per evitare che uno stesso elettore possa votare più di una volta.

Le prime stime parlavano di circa 600–650mila voti speciali.

La Commissione elettorale ha successivamente rivisto la previsione, indicando tra 430mila e 480mila schede ancora da conteggiare, una stima comunque provvisoria.

Si tratta di un numero sufficiente a modificare la distribuzione dei seggi tra i partiti, soprattutto nei casi in cui le differenze siano limitate.

Le autorità prevedono di completare una parte importante dello scrutinio entro il 29 ottobre, mentre la pubblicazione dei risultati ufficiali è attesa entro il 4 novembre.

Affluenza record: ha votato il 77,7% degli elettori

Uno degli elementi più significativi delle elezioni del 27 ottobre è la partecipazione.

Secondo la Commissione elettorale centrale, ha votato il 77,7% degli aventi diritto, pari a circa 5,7 milioni di cittadini.

Si tratta del livello più elevato dal 1999, con un incremento di oltre sette punti percentuali rispetto al 2022.

La forte mobilitazione ha interessato diverse componenti della società israeliana, comprese le comunità arabe e il personale militare.

Le Forze di Difesa israeliane hanno comunicato che il 79,9% dei propri membri ha partecipato al voto, un incremento rispetto alla consultazione precedente.

L’affluenza testimonia l’importanza attribuita dagli elettori a una consultazione che arriva dopo anni di conflitti, tensioni istituzionali e controversie politiche.

Il futuro del governo e il peso del 7 ottobre

Le elezioni del 2026 sono state le prime consultazioni parlamentari israeliane dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Le conseguenze di quegli eventi hanno profondamente influenzato la campagna elettorale.

La gestione della sicurezza nazionale, la guerra a Gaza, i rapporti con l’Iran e le responsabilità istituzionali per le carenze emerse nel 2023 hanno rappresentato alcuni dei temi centrali del confronto.

I familiari delle vittime degli attacchi hanno ribadito la richiesta di istituire una commissione statale d’inchiesta indipendente.

Una parte significativa dell’opposizione ha sostenuto tale proposta, presentandola come uno strumento necessario per chiarire le responsabilità.

Netanyahu ha invece difeso le decisioni assunte dal proprio governo, rivendicando i risultati militari e la cooperazione strategica con gli Stati Uniti.

Il presidente americano Donald Trump ha espresso soddisfazione per il risultato del premier uscente, sostenendo che il proprio appoggio possa aver contribuito alla mobilitazione dei suoi sostenitori.

Si tratta di una valutazione politica di Trump, non di un effetto elettorale dimostrato.

Le possibili strade per formare un governo

Una volta completato lo scrutinio, il presidente Herzog dovrà individuare il parlamentare al quale affidare l’incarico di formare l’esecutivo.

Il candidato prescelto disporrà inizialmente di 28 giorni, con la possibilità di ottenere una proroga di 14 giorni, per raggiungere un accordo tra le forze parlamentari.

Tra le ipotesi discusse figurano un governo di destra guidato da Netanyahu, un esecutivo alternativo sostenuto anche dall’esterno dai partiti arabi oppure una formula di collaborazione più ampia tra forze politiche oggi contrapposte.

Ogni soluzione presenta ostacoli politici e programmatici.

Se nessun candidato riuscisse a costruire una maggioranza, si aprirebbero ulteriori procedure costituzionali che potrebbero condurre a nuove elezioni.

Per il momento, tuttavia, nessuno di questi scenari può essere considerato acquisito.

Israele, il voto non ha ancora deciso chi governerà

Le elezioni del 27 ottobre hanno prodotto un quadro profondamente diverso da quello della precedente legislatura.

Il Likud rimane il primo partito, ma il blocco di Netanyahu è lontano dalla maggioranza assoluta.

L’opposizione guidata da Eisenkot dispone di una forza parlamentare significativa, ma deve risolvere divergenze interne prima di poter avanzare una proposta di governo condivisa.

I partiti arabo-israeliani, grazie a una partecipazione particolarmente elevata, hanno conquistato una posizione che potrebbe diventare decisiva nei negoziati.

Il risultato più evidente, per ora, è che nessuno può governare da solo.

Il futuro politico di Israele dipenderà dalla conclusione dello scrutinio, dalle decisioni del presidente Herzog e soprattutto dalla capacità delle forze parlamentari di costruire una maggioranza.

Nel frattempo, il confronto politico si è già acceso sulle accuse di irregolarità e sulla legittimità del ruolo dei partiti arabi.

La consultazione elettorale è terminata, ma la partita per il prossimo governo israeliano è appena cominciata.