Riformare il voto, ma non cancellare la rappresentanza territoriale

Vincenzo Arcobelli, presidente CTIM, con la senatrice USA Jane Nelson e l'on. Giorgia Meloni
Vincenzo Arcobelli, presidente CTIM, con la senatrice USA Jane Nelson e l'on. Giorgia Meloni

di Emanuele Esposito

Vincenzo Arcobelli, da oltre vent’anni impegnato nella rappresentanza degli italiani negli Stati Uniti, traccia ad A Tu per Tu una linea netta: cambiare ciò che non funziona, senza smantellare le conquiste ottenute dalle comunità italiane nel mondo.

«Le problematiche sono tante e riguardano in questo momento l’Italia all’estero». È da questa considerazione che Vincenzo Arcobelli, intervistato da Emanuele Esposito nella trasmissione A tu per tu, parte per affrontare uno dei temi più complessi della realtà italiana contemporanea: il rapporto tra l’Italia e i milioni di connazionali che vivono fuori dai confini nazionali.

Arcobelli, da anni impegnato nella rappresentanza degli italiani nel mondo, ricorda come molte delle questioni attuali affondino le proprie radici negli anni Ottanta e Novanta, quando iniziò la sua collaborazione con Mirko Tremaglia, storico protagonista delle battaglie per i diritti degli italiani all’estero e fondatore del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, di cui oggi Arcobelli è presidente.

«Se oggi siamo qui un po’ tutti a parlare di italiani all’estero, di voto e di rappresentanza, non possiamo non ringraziare la persona che ci ha dato un diritto», afferma, riferendosi a Tremaglia.

Da quelle battaglie sono nate conquiste considerate oggi fondamentali: l’iscrizione degli italiani residenti all’estero all’AIRE, il diritto di voto, i Comites, il Consiglio generale degli italiani all’estero e, successivamente, la rappresentanza parlamentare degli italiani residenti fuori dall’Italia.

Ma, secondo Arcobelli, il lavoro non può fermarsi. Gli strumenti esistenti devono essere adeguati a una realtà profondamente cambiata. «Questi organismi di rappresentanza ritengo che oggi, per avere un’azione più concreta sia sul territorio sia a livello politico e istituzionale, dovrebbero essere riformati», sostiene.

E alla domanda se abbia ancora senso mantenere i Comites, risponde senza esitazione: «Qualsiasi tipo di conquista deve essere non soltanto mantenuta, ma rafforzata, quindi semmai dovrebbero essere potenziati».

La comunità italiana all’estero non è più quella di trent’anni fa. Accanto alle storiche collettività nate dall’emigrazione del dopoguerra si sono sviluppate nuove forme di mobilità: studenti, ricercatori, professionisti, imprenditori e lavoratori altamente qualificati.

Proprio per questo, secondo Arcobelli, i Comites possono continuare a rappresentare un punto di riferimento locale, soprattutto nel rapporto con la rete diplomatica e consolare. «È importante avere un punto di riferimento», spiega.

Il problema dei servizi consolari rimane infatti uno dei principali temi che interessano gli italiani all’estero. Le nuove assunzioni annunciate dal Ministero degli Esteri sono un passo avanti, ma i tempi necessari per i concorsi, le assunzioni e l’invio del personale nelle sedi estere non consentono di risolvere immediatamente le difficoltà.

In questo scenario, i Comites potrebbero svolgere un ruolo complementare. «Il Comites come organo di rappresentanza potrebbe alleviare, in qualche modo, assistere i connazionali in maniera più fluida, in maniera più in sinergia con l’azione che dovrebbe essere svolta dall’autorità diplomatica consolare».

Il loro compito, sottolinea Arcobelli, non dovrebbe limitarsi all’assistenza. I Comites potrebbero contribuire alla promozione dell’italianità, della lingua e della cultura attraverso eventi, concerti, mostre e iniziative capaci di coinvolgere tanto le vecchie quanto le nuove generazioni.

Nel corso dell’intervista emerge anche una questione delicata: quella del coordinamento tra i numerosi soggetti che compongono il cosiddetto “Sistema Italia” all’estero. Camere di commercio, ICE, ENIT, consolati, Istituti italiani di cultura, Comites e CGIE operano in settori diversi ma spesso interconnessi.

Il rischio, secondo l’intervistatore, è che siano troppi soggetti a lavorare senza una sufficiente comunicazione reciproca.

Arcobelli concorda sulla necessità di un maggiore coordinamento. «Per far sistema ci vuole un coordinamento», afferma.

L’esempio più significativo è rappresentato dal lavoro svolto per vent’anni a favore dei ricercatori italiani nel mondo, celebrato recentemente a Roma. Arcobelli tiene però a precisare che un risultato simile non può essere attribuito a una singola persona.

«Il raggiungimento di un obiettivo […] è frutto di un lavoro svolto non soltanto da una persona», chiarisce, ricordando il contributo della Texas Scientific Italian Community, delle università, dei ricercatori e di numerose personalità dell’associazionismo.

L’obiettivo, però, va oltre la celebrazione. Si tratta di costruire una rete permanente capace di mettere in relazione le eccellenze italiane all’estero con l’Italia.

Oggi molti ricercatori italiani dirigono laboratori e istituzioni in settori strategici come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, la biomedicina, l’aerospazio e le scienze.

«Il contributo che potrebbe essere dato da questi nostri ricercatori […] potrebbe essere molto utile a rafforzare i rapporti», sostiene Arcobelli.

La rete dei ricercatori può diventare, quindi, un ponte tra università, imprese, istituzioni e comunità italiane all’estero. Un modello che potrebbe essere applicato anche a professionisti, imprenditori, artisti e operatori economici.

«Noi ci siamo. Come possiamo aiutare la nostra nazione, cioè l’Italia?», è la domanda che Arcobelli vorrebbe vedere rivolta con maggiore frequenza alle istituzioni italiane.

Un altro passaggio centrale riguarda il voto degli italiani all’estero. Arcobelli riconosce a Tremaglia il merito storico di aver contribuito alla conquista del voto per corrispondenza, introdotto per la prima volta nelle elezioni politiche del 2006.

«È stata una grandissima conquista democratica», afferma. Tuttavia, dopo quasi vent’anni, il sistema mostra secondo lui alcune criticità.

«Nel corso degli anni ci si è resi conto che questo sistema elettorale del voto per corrispondenza ha dimostrato di avere sostanzialmente delle lacune per quanto riguarda la sicurezza e la segretezza del voto».

Tra le ipotesi discusse c’è il voto elettronico, ma Arcobelli invita alla prudenza: «Deve essere sperimentato prima».

Altre soluzioni potrebbero riguardare una maggiore sicurezza nella produzione e nella gestione delle schede, compresa la possibilità di stamparle attraverso strutture statali in Italia.

La riforma, però, dovrà preservare un altro principio: la rappresentanza territoriale.

«Lo spirito della legge Tremaglia era proprio questo: avere un rappresentante territoriale», spiega. Ogni continente e ogni grande area dell’emigrazione presenta infatti caratteristiche diverse. «Ogni migrazione ha una storia a sé».

Sul futuro dei giovani italiani, Arcobelli propone una riflessione che non demonizza l’emigrazione. Un’esperienza internazionale può essere una straordinaria occasione di crescita personale e professionale.

«L’esperienza all’estero, anche se costituita da un breve periodo, credo che possa servire ai nostri giovani», afferma. Lingue, formazione, nuove competenze e conoscenza di altre culture possono arricchire una persona.

Il problema, però, è quando l’Italia non riesce a trasformare quella formazione in un’opportunità di rientro.

«L’Italia sta perdendo un patrimonio enorme, non soltanto di risorse umane ma anche di risorse economiche», osserva Arcobelli, riferendosi agli investimenti sostenuti per formare giovani che poi costruiscono la propria carriera all’estero.

Il suo consiglio ai giovani che decidono di partire è chiaro: farlo con preparazione e umiltà, con la volontà di imparare e di integrarsi nel Paese ospitante.

Nella parte finale dell’intervista, Arcobelli si rivolge direttamente ai milioni di italiani residenti all’estero. Il suo messaggio è quello di mantenere vivo il rapporto con l’Italia e con le proprie origini, educando figli e nipoti alla conoscenza della lingua, della cultura e della storia familiare.

«Per avere un grande futuro bisogna riconoscere il passato, altrimenti non c’è un grande futuro».

Il richiamo alle radici non significa, però, vivere fuori dal tempo. L’identità italiana può convivere con una piena integrazione nel Paese di residenza. Il passaporto, da solo, non basta: dietro un documento deve esserci una consapevolezza culturale.

Arcobelli invita inoltre gli italiani all’estero a non trasformare il rapporto con l’Italia in una continua lamentela. «L’Italia è una grande nazione», osserva, sottolineando anche il crescente interesse internazionale verso il Paese, il turismo e la cultura italiana.

Il confronto si chiude con una riflessione sulla rappresentanza politica. Alla provocazione di Esposito, che auspica un giorno la presenza di persone come Arcobelli in Parlamento, la risposta è netta.

«Essere oggi un senatore o un parlamentare non deve essere una cosa soggettiva oppure un punto di arrivo: deve essere uno strumento», afferma.

Uno strumento per migliorare la vita delle comunità e del Paese. Per questo, aggiunge, «bisogna valorizzare l’essere umano prima di ogni cosa», insieme a competenza, professionalità e meritocrazia.

E tornando allo spirito della legge Tremaglia, Arcobelli ribadisce l’importanza di una rappresentanza realmente legata ai territori.

Il futuro degli italiani nel mondo, dunque, passa secondo Arcobelli attraverso una riforma degli strumenti di rappresentanza, una maggiore sicurezza del voto, un coordinamento più efficace tra le istituzioni e una valorizzazione concreta delle eccellenze italiane sparse nel mondo.

Ma soprattutto attraverso una consapevolezza: gli italiani all’estero non sono una realtà marginale. Sono una parte dell’Italia.

«Noi ci siamo. Ci siamo sempre stati», conclude Arcobelli.

Vincenzo Arcobelli, presidente CTIM, con la senatrice USA Jane Nelson e l’on. Giorgia Meloni.