Garlasco, gli slip sul divano e quella catena di custodia che ora qualcuno deve spiegare

di Emanuele Esposito

Il nuovo documento portato alla luce da Luigi Grimaldi, se letto nei termini in cui viene descritto, non consegna il nome dell’assassino di Chiara Poggi. Ma pone una questione forse altrettanto grave per un’inchiesta che dura da quasi vent’anni: che cosa è successo realmente sulla scena del crimine e chi ha avuto in mano reperti che oggi risultano ancora disponibili per nuove analisi? Perché se quattro slip furono trovati in una posizione e successivamente documentati in un’altra, senza una ricostruzione chiara del passaggio, non siamo davanti a una curiosità. Siamo davanti a un problema investigativo.

La vicenda di Garlasco sembra avere una caratteristica inquietante: ogni volta che si pensa di essere arrivati alla fine, si apre una porta che avrebbe dovuto essere controllata molti anni prima.

L’ultimo elemento arriva dal lavoro di Luigi Grimaldi, che rende noto il contenuto di un documento attribuito al RIS di Parma e datato marzo 2025.

Il passaggio più importante non riguarda satanismo, alchimia o interpretazioni simboliche.

Riguarda qualcosa di molto più concreto.

Gli slip repertati nel 2007 esisterebbero ancora e potrebbero essere sottoposti ad accertamenti genetici.

E soprattutto, secondo la ricostruzione documentale proposta da Grimaldi, la loro posizione sulla scena non sarebbe rimasta invariata.

Qui bisogna fermarsi.

Perché tutto il resto può essere discusso. Questo no.

Chi ha spostato quei reperti?

Secondo il documento citato, gli slip indicati come traccia 64 vennero rinvenuti sul divano, sotto un indumento rosso, e successivamente fotografati dagli operatori del RIS insieme a due nastri.

Grimaldi evidenzia però una presunta incongruenza tra la documentazione del 13 agosto 2007 e quella successiva: i reperti sarebbero inizialmente apparsi all’interno di un sacchetto e poi fotografati in una diversa collocazione.

Se questa sequenza documentale verrà confermata, la domanda è elementare:

chi li ha spostati?

Quando?

Per quale motivo?

Con quale verbalizzazione?

E soprattutto: chi può garantire oggi che la loro catena di custodia sia stata ricostruita completamente?

In un normale caso giudiziario sarebbe già una questione seria. Nel delitto di Chiara Poggi, dove ogni centimetro della villetta di via Pascoli è stato analizzato, contestato e discusso per quasi vent’anni, diventa enorme.

Non significa che quei reperti contengano la soluzione del delitto.

Significa qualcosa di più semplice: devono essere analizzati e la loro storia deve essere spiegata fino all’ultimo passaggio.

Il vero scoop non sono i quattro colori

Poi ci sono nero, bianco, giallo e rosso.

Grimaldi osserva che corrispondono ai quattro stadi tradizionali della Magnum Opus alchemica: nigredo, albedo, citrinitas e rubedo.

A questo aggiunge alcune immagini di carattere alchemico che sarebbero state recuperate dalla copia forense della chiavetta USB utilizzata da Chiara Poggi.

È interessante?

Sì.

È suggestivo?

Moltissimo.

È una prova?

Assolutamente no.

Ed è proprio qui che bisogna evitare l’errore commesso troppe volte attorno a Garlasco: innamorarsi di una teoria prima di avere dimostrato i fatti.

Quattro colori possono avere un significato oppure essere una coincidenza. Immagini recuperate da una memoria digitale possono essere rilevanti oppure non esserlo. Un interesse per contenuti oscuri, violenti o occultistici non trasforma automaticamente nessuno in un assassino.

L’inchiesta deve partire dai reperti, non dai simboli.

DNA, impronte, collocazione degli oggetti, fotografie originali, metadata, verbali, accessi alla casa, spostamenti dei reperti.

Prima la scienza. Poi, eventualmente, le interpretazioni.

Su Sempio serve ancora più cautela

Nella nuova inchiesta figura nuovamente Andrea Sempio, e Grimaldi richiama materiale investigativo che, secondo la sua ricostruzione, riguarderebbe anche interessi e contenuti digitali legati a temi oscuri e violenti.

Anche qui il principio deve essere netto.

Essere indagati non significa essere colpevoli.

Avere effettuato ricerche, letto determinati contenuti o manifestato curiosità per argomenti inquietanti non dimostra la partecipazione a un omicidio.

Il rischio sarebbe quello di trasformare un’inchiesta giudiziaria in una caccia alle suggestioni.

E Garlasco di suggestioni ne ha già avute abbastanza.

Proprio per questo, se esistono nuovi reperti, nuove possibilità genetiche o anomalie documentali, è lì che bisogna andare.

Però qualcuno dovrà rispondere

C’è però un punto sul quale non dovrebbe esserci prudenza retorica.

Se un reperto è stato spostato senza che sia possibile stabilire chiaramente chi lo abbia fatto, quando e perché, siamo davanti a una falla.

Se fotografie con numerazioni apparentemente incongruenti fanno parte della documentazione ufficiale, quella incongruenza deve essere chiarita.

Se reperti che per anni sono stati considerati marginali risultano ancora disponibili per nuove analisi, bisogna spiegare perché certe verifiche non siano state effettuate prima.

E se emergeranno errori nella gestione della scena del crimine, qualcuno dovrà assumersene la responsabilità.

Non serve evocare complotti.

Serve molto meno, ed è forse più grave: verificare se qualcuno abbia lavorato male.

Dopo diciannove anni non possiamo più accontentarci

Il problema di Garlasco ormai non riguarda soltanto la domanda “chi ha ucciso Chiara Poggi?”.

Riguarda anche un’altra domanda:

quanto possiamo essere sicuri che tutto ciò che poteva essere fatto sia stato fatto correttamente?

Perché dopo quasi vent’anni non è accettabile scoprire continuamente reperti rivalutabili, fotografie da reinterpretare, oggetti da ricollocare, tracce da riesaminare e documenti che aprono interrogativi sulla gestione originaria della scena.

È questo che rende il lavoro di Grimaldi interessante, indipendentemente da dove porterà la pista alchemica.

Gli slip non parlano di satanismo.

Gli slip parlano di investigazione.

E se qualcuno li ha davvero spostati senza lasciare una traccia documentale chiara, prima ancora di chiederci che cosa significassero i loro colori dovremmo pretendere di sapere chi li ha toccati.

Perché una scena del crimine non è un luogo nel quale gli oggetti possono cambiare posizione senza una spiegazione.

E se le nuove verifiche dimostreranno che questo è accaduto, allora sì: non necessariamente “salteranno teste”, ma qualche responsabilità dovrà finalmente avere un nome e un cognome.

Il caso Garlasco non ha bisogno dell’ennesima leggenda.

Ha bisogno di verità.

E, soprattutto, di capire se quella verità sia stata cercata bene fin dal primo giorno.