Le prove contro Sempio, considerate singolarmente, appaiono ancora limitate. Ma il lavoro degli investigatori sembra andare in un’altra direzione. E c’è un aspetto che merita più attenzione di tutti.
di Emanuele Esposito
Il caso Garlasco è tornato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Come spesso accade, il dibattito si è rapidamente diviso tra chi ritiene che le nuove indagini confermino una direzione precisa e chi, invece, sostiene che gli elementi emersi siano troppo deboli per modificare una vicenda giudiziaria che dura da quasi vent’anni.
Personalmente, ritengo che le prove finora conosciute nei confronti di Andrea Sempio, considerate singolarmente, siano ancora fragili e che dovranno essere valutate con il massimo rigore. Saranno la Procura e, se si arriverà a un processo, i giudici a stabilire quale valore abbiano nel quadro complessivo dell’indagine.
Ma è proprio qui che, a mio avviso, molti stanno commettendo un errore.
L’attenzione è concentrata quasi esclusivamente su Sempio, mentre ho la sensazione che gli investigatori stiano lavorando su un quadro molto più ampio. Da ciò che emerge pubblicamente, l’impressione è che la Procura non stia cercando semplicemente di rafforzare un’ipotesi accusatoria già esistente, ma stia verificando se la ricostruzione complessiva di quanto accadde il 13 agosto 2007 sia davvero quella che per anni è stata considerata definitiva.
È una differenza sostanziale.
Una Procura non riapre un’indagine di questa portata per confermare ciò che già sa. La riapre perché ritiene che vi siano elementi che meritano ulteriori verifiche.
Questo non significa che esista già una nuova verità.
Non significa che qualcuno sia colpevole.
Significa soltanto che le domande sono tornate a essere più numerose delle risposte.
Ed è esattamente questa la fase nella quale ci troviamo oggi.
Negli ultimi mesi sono riemersi aspetti della prima indagine che oggi vengono riletti con strumenti, metodologie e prospettive differenti. Sarà la magistratura a stabilire se vi siano stati semplici errori investigativi, omissioni o altre eventuali responsabilità. Ma è difficile ignorare che parte del lavoro svolto all’epoca sia oggi oggetto di una verifica approfondita.
Anche questo è un fatto che merita attenzione.
Perché se una parte dell’impianto investigativo originario viene rimessa sotto esame, inevitabilmente vengono riconsiderate anche conclusioni che per anni sono sembrate definitive.
C’è poi un altro elemento che, da osservatore e da giornalista, mi colpisce.
Da quando la Procura ha ripreso con decisione il lavoro investigativo, si è assistito a una crescente pressione nei confronti di giornalisti, trasmissioni televisive, mezzi di informazione e youtuber che seguono il caso. Non traggo conclusioni da questo. Ognuno ha il diritto di difendere la propria posizione e contestare ricostruzioni che ritiene inesatte.
Tuttavia, il clima che si è creato rappresenta un dato che non può essere ignorato.
Quando un’indagine torna a muoversi dopo tanti anni e contemporaneamente cresce la tensione attorno a chi la racconta, è inevitabile chiedersi se vi siano sviluppi che qualcuno preferirebbe non vedere approfonditi.
È una domanda.
Non è una risposta.
Ed è giusto che resti tale fino a quando gli atti giudiziari non diranno altro.
Continuo però ad avere la sensazione che il lavoro della Procura non sia limitato a verificare una singola prova o un unico indizio. L’impressione è che gli investigatori stiano cercando di ricostruire relazioni, movimenti, dichiarazioni e circostanze che, considerate nel loro insieme, potrebbero offrire una lettura diversa di quella mattina.
Potrebbe non essere così.
Potrebbe anche emergere che la ricostruzione finora conosciuta sia corretta.
Ma sarebbe sbagliato escludere a priori la possibilità che gli sviluppi investigativi conducano verso scenari differenti.
Ci sono ancora troppi interrogativi che attendono una risposta.
Perché alcuni aspetti della scena del crimine continuano a essere oggetto di approfondimento?
Perché alcune testimonianze vengono oggi rivalutate?
Perché alcune attività investigative svolte quasi vent’anni fa sono tornate sotto la lente della magistratura?
Sono domande alle quali, oggi, nessuno può rispondere con certezza.
Ed è proprio per questo che ritengo sbagliato emettere sentenze mediatiche in un senso o nell’altro.
Negli ultimi anni il caso Garlasco è diventato terreno di scontro tra innocentisti e colpevolisti.
Io credo che questo approccio non serva a nessuno.
Serve invece continuare a seguire il lavoro della Procura con attenzione, documenti alla mano, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora oggetto di verifica.
Ho la sensazione che entro la fine di settembre possano emergere elementi destinati a modificare il quadro che oggi conosciamo. Non so quale direzione prenderanno. Non so chi coinvolgeranno. Non so se confermeranno o smentiranno le ipotesi che circolano in queste settimane.
So soltanto che gli investigatori continuano a lavorare.
E quando una Procura continua a cercare, significa che ritiene di non avere ancora tutte le risposte.
Questo, per me, è il vero punto.
La verità sul delitto di Garlasco non può essere costruita sulle convinzioni personali, né sulle simpatie o sulle antipatie verso una persona.
Può nascere soltanto dai fatti.
Per questo motivo continuo a pensare che sia necessario arrivare fino in fondo, qualunque sia la conclusione.
Lo dobbiamo a Chiara Poggi, che merita una verità piena e definitiva.
Lo dobbiamo anche ad Alberto Stasi, perché uno Stato di diritto ha il dovere di accertare ogni fatto con rigore, senza lasciare spazio a dubbi irrisolti.
Se questa nuova inchiesta porterà a confermare ciò che già sappiamo, sarà giusto prenderne atto.
Se invece dimostrerà che alcuni aspetti della vicenda erano stati interpretati in modo incompleto o errato, sarà altrettanto doveroso avere il coraggio di riconoscerlo.
Perché il tempo trascorso non può diventare un motivo per smettere di cercare la verità.
Può solo renderla ancora più necessaria.
