Il tasso è sceso a 1,48 figli per donna, ben sotto il livello di sostituzione di 2,1. Esperti avvertono che, una volta radicata, la bassa natalità diventa difficilissima da invertire. Casa, costo della vita, lavoro precario e disuguaglianze frenano le famiglie
L’Australia ha raggiunto il tasso di fertilità più basso mai registrato, scendendo a 1,48 figli per donna e avvicinandosi a quella soglia di 1,4 che alcuni demografi considerano particolarmente difficile da superare in senso inverso.
La popolazione australiana continua a crescere, ma sempre meno grazie alle nascite e sempre più per effetto dell’immigrazione.
Il fenomeno non nasce oggi. La fertilità australiana è inferiore al livello di sostituzione di 2,1 figli per donna dagli anni Settanta. Ciò che preoccupa è però la velocità con cui si stanno consolidando ritardo nella genitorialità, famiglie più piccole, aumento delle persone senza figli e progressivo invecchiamento della popolazione.
Secondo Liz Allen, demografa e docente dell’Australian National University, il Paese si trova vicino a un punto critico. Una volta scesi stabilmente sotto quota 1,4, ha spiegato, la discesa verso 1,3 o 1,2 può diventare estremamente difficile da arrestare.
Il precedente di Corea del Sud e Giappone
Gli esperti osservano con attenzione quanto accaduto in diversi Paesi asiatici.
La Corea del Sud scese a circa 1,4 figli per donna nel 1999, prima di precipitare attorno a 0,7 nel 2024. Il Giappone, già fermo vicino a 1,4 nel 2015, è successivamente sceso verso 1,1.
Anche Singapore e Cina hanno dimostrato quanto sia complicato invertire la tendenza quando la bassa fertilità diventa una norma sociale consolidata.
Non significa che l’Australia sia inevitabilmente destinata allo stesso percorso. Ma il confronto mostra che bonus, incentivi e campagne pubbliche difficilmente bastano quando le persone hanno modificato stabilmente aspettative, tempi di vita e dimensione ideale della famiglia.
La natalità è il sintomo, non la malattia
Per Allen, il vero problema non è semplicemente che gli australiani abbiano meno figli.
La natalità in calo sarebbe piuttosto il segnale di difficoltà più profonde: abitazioni inaccessibili, insicurezza economica, disuguaglianze di genere, servizi per l’infanzia costosi e crescente preoccupazione per il futuro.
Il punto centrale è la libertà di scelta.
Una coppia può legittimamente desiderare un solo figlio o nessuno. Il problema nasce quando chi vorrebbe avere due o tre bambini rinuncia perché non riesce a sostenere il costo di una casa, di un asilo nido o di un periodo lontano dal lavoro.
Secondo la demografa, la vera «catastrofe umana» è proprio questa: il desiderio di formare una famiglia viene bloccato da ostacoli economici e sociali percepiti come insormontabili.
I giovani desiderano meno figli rispetto al passato
Uno studio dell’e61 Institute, basato sui dati dell’indagine HILDA, mostra che anche il numero ideale di figli dichiarato dai giovani australiani è diminuito.
Nel 2005 le donne tra 25 e 29 anni desideravano in media 2,52 figli. Nel 2023 il valore era sceso a 2,13.
Tra gli uomini della stessa fascia d’età, la media è passata da 2,28 a 1,86.
Il cambiamento indica che non stanno diminuendo soltanto le nascite effettive. Si stanno modificando anche le aspettative.
Le decisioni restano personali, ma sono influenzate dal costo di crescere un figlio, dalla disponibilità di una casa, dalla stabilità dell’occupazione, dal prezzo dei servizi educativi e dalla possibilità di conciliare lavoro e famiglia.
La casa è diventata il primo ostacolo
La crisi immobiliare pesa direttamente sulla natalità.
Molti giovani rimandano la formazione di una famiglia perché non riescono ad acquistare un’abitazione e devono affrontare affitti elevati, contratti instabili o continui trasferimenti.
Quando una parte consistente del reddito viene assorbita dalla casa, avere un figlio diventa una decisione economicamente più rischiosa.
La natalità non può quindi essere separata dal mercato immobiliare.
Ridurre il costo degli asili o aumentare il congedo parentale può aiutare, ma se una coppia non possiede uno spazio adeguato e non ha la certezza di poterlo mantenere, la scelta di diventare genitori continuerà a essere rinviata.
Il Baby Bonus funzionò, ma solo in parte
Nel corso degli anni, i governi australiani hanno provato diverse politiche per incoraggiare le nascite.
Il Baby Bonus introdotto dal governo Howard nel 2004 prevedeva un pagamento di 3.000 dollari per ogni nascita, successivamente aumentato a 5.000 dollari nel 2008.
Secondo l’analisi dell’e61 Institute, nove mesi dopo l’introduzione della misura le nascite mensili aumentarono del 6,5%. Le madri interessate dal programma avrebbero inoltre avuto, entro il 2022, il 6,8% di figli in più.
L’effetto fu maggiore tra le donne più giovani e le famiglie con redditi bassi.
Il provvedimento aveva però costi fiscali elevati e un impatto più limitato tra le fasce economicamente più forti. Venne sottoposto a verifica del reddito nel 2009 e abolito nel 2014.
Il caso dimostra che gli incentivi economici possono modificare le decisioni di alcune famiglie, ma non sono sufficienti a invertire una trasformazione demografica di lungo periodo.
Il congedo parentale non basta
Risultati meno evidenti sono stati registrati con il Paid Parental Leave, introdotto dal governo Gillard nel 2011 e successivamente ampliato.
Il programma ha migliorato le condizioni dei genitori e la possibilità di trascorrere tempo con i neonati, ma non sembra aver prodotto un significativo aumento della fertilità.
La conclusione è semplice: una singola politica non può risolvere il problema.
Le famiglie valutano contemporaneamente reddito, lavoro, casa, servizi, salute, carriera e prospettive future. Un pagamento una tantum o alcune settimane aggiuntive di congedo possono aiutare, ma non eliminano l’incertezza complessiva.
Una popolazione sostenuta dall’immigrazione
Finora l’Australia ha evitato il declino demografico grazie all’immigrazione.
A partire dagli anni 2010, la migrazione netta dall’estero è diventata il principale motore della crescita della popolazione.
Anche senza nuovi arrivi, il numero degli abitanti continuerebbe ad aumentare ancora per alcuni anni grazie alla struttura demografica esistente. Ma non durerebbe a lungo.
Secondo Allen, attorno alla metà degli anni Cinquanta di questo secolo il numero dei decessi potrebbe superare quello delle nascite.
L’immigrazione non è quindi soltanto una scelta economica o politica. È diventata anche uno strumento per compensare la riduzione naturale della popolazione.
Immigrazione e natalità non sono alternative
Il dibattito pubblico tende spesso a contrapporre due soluzioni: aumentare le nascite oppure ricorrere all’immigrazione.
In realtà, i due strumenti rispondono a tempi e bisogni differenti.
Un bambino nato oggi entrerà pienamente nel mercato del lavoro tra circa vent’anni. Un migrante adulto e qualificato può invece contribuire immediatamente all’economia, al sistema fiscale e ai servizi essenziali.
L’immigrazione può quindi sostenere il Paese nel breve e medio periodo. Ma non elimina la necessità di rendere possibile agli australiani avere i figli che desiderano.
Senza nuove famiglie, il Paese rischia di diventare sempre più anziano e dipendente dall’arrivo continuo di popolazione dall’estero.
Una società più anziana e meno lavoratori
L’invecchiamento della popolazione comporta conseguenze importanti.
Aumenterà la quota di persone con più di 65 anni, mentre si ridurrà la proporzione dei cittadini in età lavorativa.
Questo significa maggiore pressione su sanità, assistenza agli anziani, pensioni e finanze pubbliche.
Con meno lavoratori per ogni pensionato, il sistema dovrà aumentare la produttività, prolungare la partecipazione al lavoro, favorire l’occupazione femminile e continuare ad attrarre migranti.
La sfida non è soltanto contabile. Una società molto anziana può avere meno dinamismo economico, minore domanda di nuove abitazioni e maggiori difficoltà nel garantire personale nei settori essenziali.
Le donne continuano a sostenere il costo maggiore
La disuguaglianza di genere rimane uno degli ostacoli principali.
In molte famiglie sono ancora le donne a interrompere o rallentare maggiormente la carriera dopo la nascita di un figlio.
Il costo degli asili, la scarsità di servizi accessibili, la flessibilità insufficiente nei luoghi di lavoro e la distribuzione squilibrata delle responsabilità domestiche possono rendere la maternità economicamente penalizzante.
Finché avere figli significherà perdere reddito, avanzamento professionale e sicurezza previdenziale, molte donne continueranno a rimandare o ridimensionare i propri progetti familiari.
Una politica per la natalità non può quindi limitarsi a chiedere più bambini. Deve garantire maggiore uguaglianza tra madri e padri.
La politica pensa in tre anni, la demografia in generazioni
Uno dei problemi più difficili è la distanza tra i tempi della politica e quelli della demografia.
I governi vengono giudicati nell’arco di pochi anni. Le riforme necessarie per modificare la natalità richiedono invece decenni.
Costruire abitazioni accessibili, ampliare i servizi educativi, ridurre la precarietà, migliorare i salari e riequilibrare il lavoro di cura non produce risultati immediati.
Sono inoltre interventi costosi e politicamente difficili, perché richiedono scelte che possono scontentare proprietari immobiliari, investitori, imprese o contribuenti.
Ma rinviare le decisioni renderà il problema ancora più costoso.
Restituire fiducia nel futuro
La natalità australiana non risalirà soltanto attraverso un nuovo bonus.
Per invertire la tendenza servono case accessibili, lavori sicuri, salari adeguati, asili disponibili, congedi realmente condivisi e maggiore fiducia nel futuro.
Le persone decidono di avere figli quando credono di poter offrire loro una vita dignitosa.
Il dato di 1,48 figli per donna non racconta quindi soltanto quante nascite avvengono. Misura anche l’incertezza di una generazione che teme di non potersi permettere la famiglia desiderata.
L’Australia continua a crescere grazie all’immigrazione, ma non può ignorare il segnale proveniente dalle proprie famiglie.
Il punto non è convincere gli australiani ad avere più figli.
È costruire un Paese nel quale chi li desidera non sia costretto a rinunciarvi.
