Il diritto di non rispondere è sacrosanto. Ma il diritto non cancella le domande. Quando un indagato tace, non si rende disponibile agli accertamenti e continua a dire senza spiegare, il sospetto cresce: forse non sta proteggendo soltanto se stesso.
di Emanuele Esposito
Sempio è colpevole.
Lo scrivo conoscendo perfettamente il peso di questa parola. Non sto dicendo che Andrea Sempio sia già colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi: questo potrà stabilirlo soltanto un tribunale, dopo un processo e nel rispetto di tutte le garanzie previste dalla legge.
Giudiziariamente non esiste ancora una condanna. Esiste un’indagine, esiste un’accusa pesantissima della Procura di Pavia ed esiste una verità definitiva che, almeno formalmente, continua ad attribuire il delitto ad Alberto Stasi.
Ma sul piano mediatico Sempio è ormai davanti a un plotone d’esecuzione. Tutti sembrano averlo già processato, condannato e consegnato alla storia come l’assassino di Garlasco. E forse, almeno in parte, questa condanna se l’è costruita anche lui: con i silenzi, con le mezze frasi, con le parole lasciate a metà, con quel continuo dire senza dire nulla.
Perché il punto non è soltanto ciò che sostiene la Procura. Il punto è il comportamento di un uomo che proclama la propria estraneità, ma quando arriva il momento di confrontarsi con gli inquirenti si avvale della facoltà di non rispondere; quando viene disposta una consulenza psichiatrica sulla capacità di intendere e di volere e sulla possibile pericolosità sociale, non offre la propria disponibilità a sottoporsi all’esame; quando parla pubblicamente, non chiarisce il centro della vicenda.
Gira intorno alle domande, le sfiora, poi si ferma.
È un suo diritto. Nessuno può negarlo. Il diritto al silenzio è una garanzia fondamentale e non può essere trasformato automaticamente in una prova di colpevolezza. La storia giudiziaria è piena di innocenti che hanno taciuto per paura, sfiducia o consiglio dei propri avvocati, così come è piena di colpevoli che hanno parlato per ore.
Ma qui non stiamo emettendo una sentenza. Stiamo formulando un giudizio umano e giornalistico su un comportamento che, invece di dissipare i dubbi, li moltiplica.
Mi si dirà: è una strategia difensiva.
Sul piano processuale lo è certamente. Sul piano umano, però, questa risposta non mi basta più.
Se io fossi completamente estraneo a un omicidio, se sapessi di non avere avuto alcun ruolo nella morte violenta di una ragazza, avrei paura dell’accusa, certo. Avrei paura degli errori giudiziari, delle ricostruzioni sbagliate, delle perizie e del massacro mediatico.
Ma chiederei anche di parlare.
Vorrei confrontarmi con ogni domanda, con ogni traccia, con ogni incongruenza. Cercherei di spiegare perché il mio DNA viene accostato a quello trovato sotto le unghie della vittima, perché i miei movimenti sono sottoposti a nuovi controlli, perché la misura del mio piede deve essere confrontata con l’impronta rinvenuta nella villetta.
Pretenderei di essere ascoltato, non soltanto difeso.
Sempio, invece, tace. E il suo silenzio non prova che abbia ucciso Chiara Poggi, ma comunica qualcosa.
Comunica paura.
Resta da capire paura di che cosa e, soprattutto, paura di chi.
È qui che il dubbio diventa enorme.
Io sono sempre più convinto — e temo che presto questa convinzione possa trasformarsi in certezza — che Andrea Sempio sappia molto più di quanto abbia raccontato.
Forse non sta difendendo soltanto se stesso. Forse sta coprendo qualcuno. Forse protegge una persona, un rapporto, un ambiente o una parte della storia che non è mai entrata interamente negli atti.
Non affermo che sia così come se avessi una prova che non possiedo. Dico che questa è ormai l’ipotesi investigativa che il suo comportamento continua ad alimentare.
Perché Garlasco non è più soltanto il nome di un delitto. È diventato il nome di un sistema di silenzi, omissioni, accertamenti tardivi, reperti riletti quasi vent’anni dopo e verità giudiziarie che oggi sembrano urtare l’una contro l’altra.
Da una parte c’è una condanna definitiva nei confronti di Stasi. Dall’altra c’è una Procura che, nella nuova contestazione, indica Sempio come autore dell’aggressione.
Due ricostruzioni difficili da tenere insieme.
Due verità che non possono essere entrambe interamente vere.
In mezzo c’è lui.
Non un personaggio secondario, non uno spettatore trascinato casualmente nella vicenda, ma l’unico indagato della nuova inchiesta. La Procura gli attribuisce un ruolo centrale e sta ancora approfondendo la compatibilità del DNA e dell’impronta.
Sono elementi che dovranno superare il contraddittorio e che la difesa contesta. Ma non sono invenzioni televisive: sono questioni presenti nell’indagine e attendono risposte precise.
Poi c’è il capitolo psicologico e psichiatrico. Qualcuno potrebbe ipotizzare una patologia, una fragilità o una condizione capace di spiegare determinati comportamenti.
Io non ci credo, almeno non sulla base di ciò che conosciamo.
E soprattutto nessuno può diagnosticare a distanza una malattia mentale per riempire i vuoti dell’inchiesta. Proprio per questo sarebbe stato importante il confronto diretto con il consulente. Non per stabilire la colpevolezza attraverso un profilo psicologico — cosa inaccettabile — ma per evitare che anche questo spazio venisse occupato da supposizioni, interpretazioni e sospetti.
Sempio ha scelto diversamente.
È una scelta legittima. Ma ogni scelta produce conseguenze, almeno sul piano dell’opinione pubblica.
Il problema non è pretendere che un indagato dimostri la propria innocenza. L’onere della prova appartiene all’accusa e deve rimanere lì.
Il problema è chiedersi perché un uomo che si dichiara totalmente estraneo sembri avere più paura delle domande di chi indaga che del sospetto devastante che ormai lo accompagna.
Che cosa teme davvero Andrea Sempio?
Teme di contraddirsi? Teme che una risposta apra altre domande? Teme di essere incastrato da una ricostruzione che considera falsa? Oppure teme che, parlando fino in fondo, possa emergere qualcosa che riguarda altre persone e un’altra storia?
È questa la domanda che oggi attraversa Garlasco.
Non soltanto: «Sempio ha ucciso Chiara?».
Ma anche: «Sempio che cosa sa?».
E forse è la seconda domanda a spaventare più della prima.
Io non posso condannarlo per l’omicidio. Non ne ho il potere e, soprattutto, non possiedo una sentenza.
Posso però esprimere un giudizio netto: Sempio è colpevole di alimentare il mistero. È colpevole, sul piano morale e pubblico, di continuare a nascondersi dietro un silenzio processualmente legittimo ma umanamente insopportabile.
È colpevole di lasciare che ogni omissione diventi un sospetto e ogni mezza frase apra un nuovo scenario.
È colpevole di non dire.
È colpevole di fare il finto tonto mentre intorno a lui si combatte una guerra giudiziaria che riguarda una ragazza massacrata, un uomo condannato definitivamente e un’intera famiglia costretta, dopo quasi vent’anni, a vedere nuovamente rimessa in discussione la verità sul delitto.
Dietro Garlasco c’è molto, molto di più.
Più delle impronte, più del DNA, più delle consulenze, più delle trasmissioni televisive e delle tifoserie innocentiste o colpevoliste.
C’è una zona d’ombra che qualcuno continua a proteggere.
E fino a quando Andrea Sempio non deciderà di attraversare quella zona d’ombra e rispondere fino in fondo, il sospetto resterà lì.
Sempre più grande.
Sempre più pesante.
Non è ancora una condanna giudiziaria.
Ma è già una condanna della coscienza.
Andrea Sempio deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Le valutazioni contenute nell’articolo costituiscono opinioni dell’autore sui comportamenti pubblicamente riportati e non un’affermazione giudiziaria di responsabilità per l’omicidio di Chiara Poggi.
