Pauline Hanson cresce nei sondaggi e costringe i due principali schieramenti a ridefinire strategie e priorità. Dal taglio della migrazione al nucleare, dalle tasse al multiculturalismo, la prossima campagna elettorale si annuncia come una delle più polarizzate della storia australiana
La corsa alle elezioni federali del 2028 è già cominciata e l’ascesa di One Nation sta modificando profondamente il panorama politico australiano.
Il partito di Pauline Hanson non è più soltanto una forza di protesta ai margini del sistema. Con un consenso vicino a quello di Labor e superiore, secondo gli ultimi rilevamenti, a quello della Coalizione, One Nation si prepara a contendere voti e seggi ai due schieramenti che hanno dominato la politica federale per decenni.
Anthony Albanese accusa Hanson di non avere un vero progetto per il Paese. Il leader dell’opposizione Angus Taylor sostiene invece che le sue proposte economiche rischierebbero di danneggiare gravemente l’Australia.
Ma la crescita di One Nation obbliga entrambi a confrontarsi con temi che fino a pochi anni fa venivano considerati troppo radicali: riduzione drastica dell’immigrazione, abbandono del net zero, ritorno al carbone, abolizione di interi dipartimenti pubblici e contestazione del multiculturalismo.

Immigrazione: tre modelli molto diversi
Labor, Coalizione e One Nation concordano sulla necessità di riformare il sistema migratorio, ma propongono soluzioni profondamente differenti.
Il governo Albanese sostiene che la migrazione netta sia già scesa rispetto al picco registrato dopo la pandemia e punta a stabilizzarla intorno alle 230.000 persone all’anno.
Labor ha però incontrato difficoltà nel rispettare le proprie previsioni, superando recentemente l’obiettivo di circa 35.000 unità.
La Coalizione accusa il governo di aver permesso una crescita troppo rapida degli arrivi, contribuendo alla carenza di abitazioni e alla pressione su ospedali, scuole, trasporti e infrastrutture.
Il centrodestra propone controlli più severi sui visti e vuole rendere il rispetto dei valori australiani una condizione necessaria per mantenere il diritto di soggiorno.
One Nation presenta la linea più restrittiva: ridurre l’immigrazione a 130.000 persone all’anno, impedire l’ingresso a chi proviene da Paesi dominati da ideologie estremiste e accelerare il rimpatrio di chi rimane illegalmente dopo la scadenza del visto.
Il partito non ha ancora indicato quali nazioni sarebbero interessate dall’eventuale divieto né chiarito se la misura riguarderebbe interi Paesi o soltanto determinate aree.
Il costo economico dei tagli migratori
Secondo una valutazione del Parliamentary Budget Office citata nel dibattito, il piano migratorio di One Nation potrebbe ridurre l’economia australiana fino al 10% nell’arco di dieci anni.
Una contrazione tanto significativa avrebbe conseguenze sul gettito fiscale, sulla crescita e sulla disponibilità di lavoratori nei settori che già soffrono gravi carenze di personale.
Hanson sostiene però che un’immigrazione molto più bassa permetterebbe di alleggerire la domanda di abitazioni, ridurre la pressione sui servizi e aumentare la capacità contrattuale dei lavoratori australiani.
Il confronto sarà centrale nella campagna del 2028.
Labor dovrà dimostrare di saper gestire gli ingressi senza compromettere l’economia. La Coalizione cercherà di presentarsi come l’alternativa più rigorosa ma responsabile. One Nation punterà invece sulla percezione che il sistema abbia perso il controllo.
Labor scommette sulle rinnovabili
L’energia rappresenta un’altra linea di divisione fondamentale.
Labor punta a raggiungere l’82% di produzione elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e mantiene l’obiettivo delle emissioni nette zero entro il 2050.
Il governo considera la transizione energetica una necessità ambientale ed economica, capace di attrarre investimenti, modernizzare l’industria e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.
Secondo le cifre presentate da Labor, il percorso verso il net zero avrebbe un costo stimato di circa 122 miliardi di dollari.
La Coalizione contesta questa valutazione e sostiene che il costo reale potrebbe superare il trilione di dollari, una stima respinta dal governo.
La Coalizione riapre la porta al nucleare
La strategia energetica della Coalizione prevede maggiori investimenti nel carbone e nel gas e la rimozione del divieto federale sull’energia nucleare.
Il centrodestra ha abbandonato l’obiettivo del net zero entro il 2050, ma intende restare nell’Accordo di Parigi con un orizzonte molto più lungo, fissato al 2100.
Angus Taylor sostiene che l’Australia non possa affidarsi esclusivamente a solare ed eolico e che debba mantenere fonti energetiche stabili e programmabili.
Il nucleare viene presentato come una soluzione per garantire continuità alla rete e ridurre le emissioni senza chiudere prematuramente le centrali tradizionali.
Restano però aperti i problemi dei costi, dei tempi di costruzione, della gestione delle scorie e della localizzazione degli impianti.
One Nation vuole cancellare net zero e Accordo di Parigi
One Nation propone una rottura ancora più radicale.
Il partito vuole abbandonare sia il net zero sia l’Accordo di Parigi, aumentare l’utilizzo di carbone e gas e introdurre l’energia nucleare.
Hanson propone inoltre una partecipazione pubblica del 30% nei progetti congiunti riguardanti le risorse naturali e royalties del 10% su petrolio e gas.
Il programma prevede l’abolizione del dipartimento federale dedicato al cambiamento climatico e la cancellazione dei sussidi destinati alle energie rinnovabili.
Secondo One Nation, queste risorse potrebbero essere utilizzate per ridurre le tasse, abbassare i prezzi dell’energia e sostenere le famiglie.
I critici avvertono però che il ritiro dagli impegni climatici potrebbe isolare l’Australia, scoraggiare gli investimenti internazionali e aumentare il rischio di misure commerciali punitive sulle esportazioni.
Costo della vita, il grande terreno di battaglia
Tutti gli schieramenti riconoscono che il costo della vita sarà probabilmente il tema decisivo delle prossime elezioni.
Labor punta su tagli fiscali, servizi pubblici e sussidi mirati.
Il governo ha introdotto un beneficio fiscale annuale di 250 dollari per i lavoratori e, secondo il quadro politico illustrato, ha modificato il trattamento del negative gearing e delle plusvalenze immobiliari.
La spesa pubblica ha raggiunto circa il 29% del prodotto interno lordo, il livello più elevato degli ultimi quarant’anni al di fuori della pandemia.
Labor sostiene che gli investimenti siano necessari per finanziare sanità, istruzione, assistenza e misure contro il carovita.
Taylor punta su spesa e bracket creep
La Coalizione accusa il governo di aver alimentato l’inflazione attraverso una spesa eccessiva, contribuendo a mantenere elevati i tassi d’interesse e i mutui.
Angus Taylor promette di ridurre la burocrazia e migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione.
Il suo principale progetto fiscale consiste nell’indicizzazione degli scaglioni delle imposte sul reddito, per impedire che l’inflazione faccia salire automaticamente i lavoratori verso aliquote più elevate.
La misura avrebbe un costo stimato di 22,5 miliardi di dollari in quattro anni.
Il problema per la Coalizione sarà spiegare dove intende trovare i risparmi. La promessa di ridurre la spesa lascia aperto il timore di possibili tagli a sanità e istruzione, anche se il partito non ha ancora definito nel dettaglio la propria strategia.
Il piano fiscale di One Nation
One Nation propone l’intervento più ampio e radicale.
Tra le misure indicate figurano la riduzione dell’accisa sui carburanti, lo splitting del reddito familiare, l’abolizione delle accise sugli alcolici e l’indicizzazione degli scaglioni fiscali.
Il partito non ha però ancora spiegato completamente come finanzierà tutte le proposte.
Alcune analisi stimano un impatto superiore a 90 miliardi di dollari sul bilancio federale.
Hanson sostiene che le risorse potrebbero essere recuperate cancellando la spesa per il cambiamento climatico, abolendo i dipartimenti dedicati agli Affari aborigeni e chiudendo ABC e SBS.
Sono proposte destinate a provocare uno scontro durissimo, non soltanto economico ma anche culturale.
Welcome to Country, lo scontro simbolico
Le cosiddette “guerre culturali” stanno diventando un altro terreno centrale della competizione.
Labor sostiene le cerimonie istituzionali di Welcome to Country e Acknowledgement of Country, considerate un riconoscimento del ruolo e della storia dei popoli aborigeni e delle comunità delle Torres Strait Islands.
One Nation vuole eliminarle dalle istituzioni pubbliche. Pauline Hanson ha già manifestato la propria opposizione voltando le spalle durante una cerimonia in Parlamento.
La Coalizione mantiene una posizione intermedia. Non propone l’abolizione totale, ma ritiene che le cerimonie siano diventate troppo frequenti e che non siano sempre appropriate, soprattutto durante eventi legati all’ANZAC Day.
Il dibattito non riguarda soltanto un rituale. Riflette due visioni opposte dell’identità australiana e del rapporto con la storia coloniale.
Diritti transgender e definizione del sesso
Anche le politiche di genere divideranno gli schieramenti.
Labor sostiene le protezioni contro la discriminazione e ha appoggiato una revisione, affidata al National Health and Medical Research Council, dei trattamenti di affermazione di genere destinati ai minori.
La Coalizione propone di rafforzare all’interno del Sex Discrimination Act le protezioni fondate sul sesso biologico, mantenendo comunque tutele per le persone transgender.
One Nation chiede la fine dei trattamenti di affermazione di genere per i minori e ha tentato di introdurre una definizione legale del sesso esclusivamente biologica.
Le differenze sono destinate a produrre una campagna molto polarizzata, nella quale il linguaggio utilizzato avrà un peso quasi pari alle proposte legislative.
Hanson contro il multiculturalismo
La posizione più controversa di One Nation riguarda il multiculturalismo.
Hanson ha invocato una “monocultura”, sostenendo che il multiculturalismo divida la società e indebolisca la coesione nazionale.
Labor risponde che il multiculturalismo rappresenta una parte fondamentale dell’identità australiana.
La Coalizione sostiene il modello multiculturale, ma insiste sulla necessità che tutte le comunità condividano valori fondamentali, rispettino le leggi e riconoscano la centralità delle istituzioni australiane.
La questione è particolarmente delicata in un Paese nel quale quasi un residente su tre è nato all’estero e molte industrie dipendono dal contributo dei migranti.
Il rischio è che il dibattito sulla coesione sociale si trasformi in una contrapposizione tra “veri australiani” e comunità considerate esterne, alimentando divisioni anziché risolverle.
I sondaggi fotografano una situazione senza precedenti
L’ultimo sondaggio News24 Pulse-YouGov, condotto tra il 21 e il 28 luglio, attribuisce a Labor il 28% dei voti primari.
One Nation segue al 25%, dopo una flessione di un punto, mentre la Coalizione sale al 22%. I Verdi raggiungono il 13%.
È una fotografia politica sorprendente: il partito di governo mantiene il primo posto, ma con il più basso consenso primario mai registrato da una forza capace di conquistare una maggioranza federale.
Nonostante ciò, nelle simulazioni a preferenze Labor continuerebbe a vincere.
Albanese guiderebbe contro la Coalizione con il 53% contro il 47% e batterebbe One Nation con il 56% contro il 44%.
Secondo Paul Smith, direttore dei dati pubblici di YouGov, il risultato riflette più la mancanza di un’alternativa convincente che un autentico entusiasmo nei confronti del governo.
One Nation può davvero conquistare il governo?
Il consenso primario di One Nation non si traduce automaticamente in una strada verso il governo.
Il sistema elettorale australiano è basato sulle preferenze e sulla competizione nei singoli collegi. Un partito può ottenere milioni di voti distribuiti in tutto il Paese senza riuscire a conquistare un numero proporzionato di seggi.
One Nation dovrà costruire candidati locali credibili, una rete organizzativa nazionale e una strategia efficace sulle preferenze.
Dovrà inoltre dimostrare che il proprio programma economico è sostenibile e che le sue proposte più radicali non allontanano gli elettori moderati.
Ma la sua crescita è già sufficiente a influenzare la campagna.
Labor attaccherà Hanson come un rischio per la coesione sociale e i servizi pubblici. La Coalizione dovrà evitare di perdere il proprio elettorato conservatore senza adottare un programma tanto radicale da compromettere il consenso centrista.
Il rischio di un Parlamento terremotato
A due anni dal voto, nessun risultato può essere considerato definitivo.
L’inflazione, i tassi d’interesse, il mercato immobiliare, l’immigrazione e le crisi internazionali possono modificare rapidamente l’umore degli elettori.
Ma una cosa appare già chiara: le elezioni del 2028 potrebbero produrre un terremoto.
Labor rischia di vincere con un consenso primario storicamente basso. La Coalizione potrebbe perdere il ruolo di principale forza alternativa. One Nation potrebbe diventare il vero polo conservatore o conquistare una posizione decisiva in un Parlamento senza maggioranza chiara.
Il confronto non sarà soltanto tra tre programmi.
Sarà una scelta tra tre idee di Australia: una nazione multiculturale guidata dalla transizione energetica; un Paese più conservatore che cerca equilibrio tra mercato, sicurezza e identità; oppure un’Australia radicalmente diversa, con meno immigrazione, più combustibili fossili, minore spesa climatica e una cultura nazionale uniforme.
Il 2028 è ancora lontano. Ma la battaglia politica è già cominciata e Pauline Hanson, piaccia o no, ne è diventata una delle protagoniste principali.
