Nello stesso momento in cui l’Australia celebra la tutela di 4,7 milioni di ettari affidati ai Traditional Owners, il governo federale autorizza la vendita della più grande tenuta agricola della Tasmania a un investitore britannico
Due storie apparentemente lontane, ma unite dallo stesso elemento: la terra australiana.
Da una parte, il governo celebra uno storico accordo che protegge 4,7 milioni di ettari del Simpson Desert, riconoscendo ai Traditional Owners un ruolo centrale nella conservazione del territorio.
Dall’altra, autorizza la vendita di Rushy Lagoon, la più grande proprietà agricola della Tasmania, a un gruppo forestale britannico intenzionato a trasformare migliaia di ettari di pascoli e terreni produttivi in piantagioni di pino.
Due decisioni adottate nello stesso Paese e nello stesso momento. Due visioni profondamente diverse del valore della terra.
Il Simpson Desert torna nelle mani di chi lo custodisce da millenni
Nel sud-est del Northern Territory, la nuova Pmere Atherre Antenterreme/Simpson Desert Indigenous Protected Area coprirà circa 4,7 milioni di ettari.
L’accordo è stato firmato nelle remote terre di Uluperte e prevede che il territorio venga gestito dal Central Land Council insieme ai Traditional Owners.
Non si tratta soltanto di proteggere un’immensa area naturale. La decisione riconosce il legame culturale, spirituale e storico delle comunità aborigene con il Country.
Le conoscenze sviluppate nel corso di migliaia di anni saranno integrate con le moderne pratiche di conservazione, creando un modello nel quale tutela ambientale e tradizione possono convivere.
Specie rare e paesaggi unici
La nuova area protetta comprende dune di sabbia, pianure rocciose, zone umide e habitat desertici di enorme valore.
In questi ambienti vivono specie rare e minacciate come il greater bilby, il central rock-rat, il night parrot e il princess parrot.
La gestione consentirà di rafforzare il monitoraggio della fauna, il controllo delle specie invasive, la prevenzione degli incendi e la protezione dei siti culturali.
L’accordo potrà inoltre creare lavoro per ranger indigeni, giovani e residenti delle comunità più isolate.
Un quarto dell’Australia sotto conservazione
Con la nuova Indigenous Protected Area, circa un quarto del territorio australiano risulta ora sottoposto a una qualche forma di tutela ambientale.
È un risultato importante, soprattutto in un Paese esposto alla perdita di biodiversità, agli incendi estremi, alla siccità e agli effetti del cambiamento climatico.
Il governo presenta l’accordo come un investimento nel futuro: proteggere la natura, riconoscere i diritti dei Traditional Owners e generare opportunità economiche sostenibili.
In Tasmania, invece, la terra cambia proprietario
Mentre nel Simpson Desert si rafforza il controllo comunitario e tradizionale, in Tasmania avviene qualcosa di completamente diverso.
Il governo Albanese ha approvato la vendita di Rushy Lagoon al gruppo britannico Gresham House per circa 142 milioni di dollari.
La proprietà si estende per 21.744 ettari nel nord-est dell’isola ed è considerata una delle aziende agricole più importanti dello Stato.
Per decenni ha contribuito alla produzione di latte, carne bovina e colture agricole. Ora una parte significativa di quella terra cambierà funzione.
Dodici milioni di pini al posto dei terreni agricoli
Il nuovo proprietario intende destinare circa 9.000 ettari alla coltivazione di radiata pine.
Il progetto prevede la messa a dimora di circa 12 milioni di alberi, che verranno raccolti dopo trent’anni e utilizzati per rifornire le segherie e l’industria australiana delle costruzioni.
L’operazione potrà produrre legname, investimenti e occupazione. Ma comporterà anche la sottrazione di una grande superficie alla produzione alimentare.
Ed è proprio questo il punto che ha provocato la reazione degli agricoltori e del governo della Tasmania.
Il timore per la sicurezza alimentare
TasFarmers ha parlato di un tradimento nei confronti dell’agricoltura e della sicurezza alimentare australiana.
Rushy Lagoon ha contribuito per generazioni a produrre cibo. La sua trasformazione in un investimento forestale a lungo termine riduce la capacità agricola di una regione che dipende fortemente dalle proprie risorse produttive.
La terra utilizzata per coltivazioni e allevamento non è una risorsa facilmente sostituibile. Una volta trasformata, potrebbe non tornare più alla sua funzione originaria.
Il ruolo del denaro pubblico
A rendere la vicenda ancora più controversa sono i collegamenti del gruppo britannico con finanziamenti sostenuti dalla Clean Energy Finance Corporation.
Secondo i critici, il paradosso è evidente: risorse pubbliche australiane potrebbero contribuire indirettamente all’acquisto di terra australiana da parte di un investitore straniero.
Il governo sostiene che gli investimenti internazionali possano portare capitali, innovazione e nuovi progetti. Gli oppositori rispondono che un asset agricolo strategico non può essere valutato soltanto attraverso il prezzo di vendita.
Conservazione da una parte, finanziarizzazione dall’altra
Le due decisioni mostrano due modi completamente diversi di considerare il territorio.
Nel Simpson Desert la terra viene protetta perché possiede un valore ambientale, culturale e spirituale che supera il semplice rendimento economico.
A Rushy Lagoon, invece, una delle principali aziende agricole della Tasmania viene trasformata in un progetto finanziario e forestale gestito da un gruppo straniero.
In un caso, la terra viene affidata a chi la custodisce da generazioni. Nell’altro, passa a un investitore internazionale che la utilizzerà secondo un piano economico trentennale.
Non tutte le terre sono uguali, ma il principio resta
Naturalmente, il Simpson Desert e Rushy Lagoon non possono essere confrontati direttamente.
Il primo è un vastissimo territorio desertico di straordinaria importanza ecologica e culturale. Il secondo è una tenuta agricola produttiva, inserita nell’economia della Tasmania.
Ma il confronto non riguarda soltanto le dimensioni o la destinazione d’uso. Riguarda il principio con cui l’Australia decide chi debba controllare le proprie risorse.
La terra è soltanto un bene da vendere al miglior offerente oppure rappresenta un patrimonio strategico da conservare per le generazioni future?
Un Paese alla ricerca di un equilibrio
L’Australia ha bisogno di proteggere la biodiversità, ma anche di produrre cibo.
Ha bisogno di investimenti stranieri, ma deve evitare di perdere il controllo delle risorse più importanti.
Ha bisogno di legname per l’edilizia, ma deve chiedersi quanta terra agricola possa essere convertita senza compromettere la propria sicurezza alimentare.
Il vero problema non è scegliere tra ambiente ed economia. È costruire una strategia nazionale capace di difendere entrambi.
Due decisioni che raccontano una contraddizione
La nuova area protetta del Simpson Desert rappresenta un modello di cooperazione tra istituzioni e Traditional Owners.
La vendita di Rushy Lagoon, invece, alimenta la sensazione che le terre agricole australiane possano essere cedute e trasformate senza ascoltare pienamente chi vive e lavora nei territori coinvolti.
Da una parte si riconosce che la terra possiede un valore che non può essere misurato soltanto in denaro.
Dall’altra, una delle proprietà agricole più importanti della Tasmania viene valutata essenzialmente come un’operazione finanziaria da 142 milioni di dollari.
Una sola terra, due futuri
Il Simpson Desert sarà custodito da chi ne conosce i cicli naturali, la storia e il significato spirituale.
Rushy Lagoon diventerà in parte una grande piantagione destinata a produrre legname tra trent’anni, con possibili attività turistiche e ricreative.
Entrambi i progetti possono generare benefici. Ma soltanto uno dei due nasce dalla volontà di preservare il territorio nella sua identità più profonda.
Queste due storie raccontano l’Australia di oggi: un Paese che protegge milioni di ettari nel nome della conservazione e, contemporaneamente, autorizza la cessione di una delle sue più importanti aziende agricole a un gruppo straniero.
La domanda rimane aperta: quale valore attribuiamo davvero alla nostra terra?
