di Alberto Migliucci
Per cinquant’anni mio padre salì su un palcoscenico per diventare qualcun altro. Pirandello. Goldoni. De Filippo. Collodi. Machiavelli. Dante. Sotto le luci dei palcoscenici di Sydney, quelle parole tornavano a vivere in italiano. Le risate, i gesti, gli applausi. Per qualche ora, un altro mondo.
Il paradosso del teatro è questo: dietro una maschera, a volte, si rivela il volto più vero. Poi calava il sipario. E tornava Annibale. O almeno, quello era l’Annibale che credevo di conoscere
Un nome che apparteneva alla storia molto prima di appartenere a mio padre. Al grande generale cartaginese che attraversò le Alpi con il suo esercito. Anche mio padre ebbe il suo cammino da compiere: da Firenze a Sydney.
Non aveva un esercito con sé, ma Santina, la sua bellissima moglie, presenza luminosa al suo fianco, due figli ancora piccoli e, davanti a loro, un mondo ancora sconosciuto. L’Italia rimase dentro di lui, mentre l’Australia diventava, poco a poco, parte del suo cammino.
Nella sua Firenze non c’era bisogno di pensare a cosa volesse dire essere italiano. Era semplicemente il mondo intorno a lui: la lingua, i gesti, l’umorismo, le discussioni, il modo di parlarsi. Era una patria prima ancora che una parola, fatta di cose comprese senza bisogno di essere spiegate.
In Australia, invece, nulla di tutto questo poteva più essere dato per scontato. Bisognava custodirlo, portarlo con sé lungo il cammino, quasi salvare dall’oblio ciò che la distanza avrebbe potuto lentamente cancellare. E mio padre lo fece attraverso il teatro. In quel cammino ebbe al suo fianco Bruno Buttini, amico di una vita e compagno di viaggio, fino alla fine.
Nei primi anni Settanta, insieme fondarono La Compagnia Teatrale Italiana di Sydney. Per cinquant’anni recitarono e diressero spettacoli in italiano, facendo rivivere sui palcoscenici di Sydney il mondo di Goldoni, di Pirandello e di tanti altri grandi autori italiani: le loro parole, i loro personaggi, i loro gesti e, con essi, un intero modo italiano di sentire e di stare al mondo.
Per anni ho pensato che il teatro fosse soltanto una grande passione di mio padre. Oggi credo che fosse qualcosa di più. Su quei palcoscenici prendeva vita un’Italia forse immaginata, forse ricordata, ma non per questo meno vera: una lingua che non aveva bisogno di spiegarsi, una battuta capita senza traduzione, un gesto che diceva più delle parole. Le scene erano dipinte, i costumi un travestimento, i personaggi maschere prese in prestito per una sera. Eppure, proprio attraverso quell’illusione del teatro, affiorava qualcosa di profondamente vero.
Un legame.
Questo paradosso mi è rimasto dentro. Il teatro chiedeva a mio padre di diventare qualcun altro, eppure forse era proprio lì, dietro una maschera, che lasciava affiorare qualcosa di più vero di sé. Pirandello lo avrebbe capito. Chi siamo, sotto i ruoli che interpretiamo? Per anni ho creduto che la risposta fosse semplice. Finita la scena, cadeva il personaggio e tornava Annibale. Ma quale Annibale?
L’italiano o l’australiano? L’attore o il regista? Il marito, il fratellone, l’amico? Mio padre? Ognuno di quelli che lo hanno conosciuto ha incontrato un Annibale diverso. Nessuno era falso. Nessuno era completo. Forse non esisteva un unico Annibale dietro tutte quelle parti, una figura definitiva in attesa dietro le quinte. Forse siamo tutti così: un poco ciò che siamo, un poco ciò che gli altri vedono, un poco ciò che diventiamo nel corso della vita.
Prima di essere mio padre, Annibale era il piccolo Annibaluccio di Alfredo, suo padre. Un bambino nella Firenze della guerra. Aveva soltanto undici anni quando lo perse.
Eppure, Alfredo gli aveva lasciato una voce. Annibale aveva appena dieci mesi quando Alfredo gli scrisse quella lettera. In alto, il peso del tempo: Anno XII Fascista, luglio 1934. Era l’Italia di Mussolini, ma sulla pagina c’era qualcosa di più antico e più intimo della politica: un padre che affidava al futuro le parole per il figlio che ancora non poteva comprenderle.
Al mio piccolo e caro Annibaluccio. Quella lettera ce l’ho ancora. Come un’antica iscrizione romana incisa nella pietra, le sue parole sono sopravvissute al padre che le scrisse e hanno attraversato le generazioni. Il piccolo Annibale non poteva capire quelle parole. Alfredo lo sapeva. Non scriveva al bambino che aveva davanti.
Scriveva all’uomo che sperava sarebbe diventato. E sono parole bellissime. Lo voleva istruito, onesto, buono e generoso; capace di fare del bene senza cercare riconoscimenti, di affrontare la fortuna e le delusioni, il dolore e la gioia, la ricchezza e la povertà, la salute e la malattia.
Tutto ciò che una vita può mettere sul nostro cammino. Poi, quasi alla fine della lettera, Alfredo scrisse: …cercare di vivere con la tua forza.
Vivere con la propria forza.
Alfredo morì dieci anni dopo. Non poté vedere dove avrebbe portato il cammino di quel bambino che chiamava Annibaluccio. Io sì. Non so quanto spesso mio padre abbia pensato a quella lettera. Forse tante volte. Forse quasi mai. Ma oggi, rileggendo le parole di Alfredo e guardando la vita di Annibale, mi sembra che padre e figlio si ritrovino, in qualche modo, attraverso il tempo.
Alfredo non conobbe l’uomo che suo figlio sarebbe diventato. Ma lo aveva immaginato. E Annibale, forse senza nemmeno rendersene conto, gli somigliò molto. Quando ripenso alla vita di mio padre, una cosa emerge sopra tutte le altre:
Ha vissuto con la propria forza.
Il teatro ha un sipario. La vita no. Non c’è un momento preciso in cui finisce una parte e ne comincia un’altra. Siamo figli, poi mariti, padri, amici; cambiamo paesi, lingue, età. Entriamo e usciamo da mille ruoli, eppure qualcosa di noi continua ad attraversarli tutti. Forse è questo che Pirandello aveva compreso così bene.
E forse è uno dei doni del tempo: crescendo, cominciamo a vedere i nostri genitori non più soltanto come Mamma o Papà, ma come persone che hanno avuto un cammino prima di noi, con amori, perdite, speranze e paure che da bambini non potevamo conoscere. Mio padre oggi ha 93 anni. Una vita lunga, attraversata da tante scene, dentro e fuori dal teatro. E oggi riesco a vedere qualcosa di più di Annibale. Il piccolo Annibaluccio a cui suo padre scrisse una lettera. Il bambino nella Firenze della guerra che perse quel padre troppo presto. Il giovane uomo accanto a Santina. Il padre che arrivò in Australia con due figli piccoli. L’attore sotto le luci. Il regista dietro le quinte. Mio padre.
Tutti loro, Annibale.
Una vita non può essere ridotta a un solo ruolo, nemmeno a uno importante quanto quello di padre.
