Giovani italiani all’estero, il ritorno passa da stipendi e merito: il costo della fuga dei talenti vale quasi 160 miliardi

Molti giovani italiani emigrati sarebbero disponibili a rientrare, ma a condizioni precise: retribuzioni più alte, opportunità professionali coerenti con le competenze e maggiore riconoscimento del merito. È quanto emerge dal rapporto del CNEL “Giovani Expat. Come farli tornare”, realizzato da Ref Ricerche con Questlab. Sullo sfondo resta un dato pesante: tra il 2011 e il 2024 l’Italia avrebbe perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un costo stimato del capitale umano pari a 159,5 miliardi di euro.

Gli italiani iscritti all’AIRE sono oltre sei milioni, ma la dimensione reale della mobilità verso l’estero potrebbe essere ancora più ampia rispetto ai dati amministrativi ufficiali.

La nuova indagine promossa dal CNEL prova però a rispondere a una domanda diversa: cosa servirebbe per convincere i giovani italiani emigrati a tornare?

La risposta è netta.

Lo stipendio viene prima di tutto

Per l’83% degli intervistati un aumento significativo della retribuzione è considerato estremamente importante.

Se si sommano i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo professionale arrivano all’88%, mentre il riconoscimento del merito raggiunge il 79%.

Seguono gli incentivi al rientro, indicati dal 75%, e una migliore conciliazione tra vita e lavoro, considerata importante dal 72%.

Più indietro, ma comunque rilevanti, gli alloggi accessibili al 63% e l’efficienza dei servizi pubblici al 62%.

Il quadro che emerge è quindi chiaro: per molti giovani emigrati il problema non è soltanto economico, ma riguarda anche la qualità del lavoro e la possibilità di costruire una carriera basata sulle competenze.

441 mila giovani persi in tredici anni

Il rapporto CNEL si inserisce in un quadro demografico molto più ampio.

Tra il 2011 e il 2024, secondo i dati riportati nello studio, l’Italia avrebbe perso al netto dei rientri 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni.

Solo nel 2024 il saldo negativo avrebbe superato le 61 mila unità, il livello più alto della serie considerata.

Non si tratta quindi più di un fenomeno marginale.

La mobilità internazionale fa parte della normale evoluzione professionale delle nuove generazioni, ma il problema emerge quando le partenze diventano strutturalmente superiori ai rientri.

Il confronto con gli altri Paesi europei

Il CNEL utilizza anche un proprio Indice Sintetico dei Flussi Migratori, che mette in rapporto i giovani italiani che partono verso economie avanzate con quelli che arrivano in Italia dagli stessi Paesi.

Il risultato indicato dal rapporto è particolarmente sfavorevole.

Per ogni giovane che arriva da un’economia avanzata, partirebbero 14,5 italiani.

Negli altri principali Paesi europei, secondo la stessa analisi, il rapporto sarebbe invece vicino alla parità.

È probabilmente questo il dato che meglio descrive la difficoltà italiana: il Paese continua a formare giovani che trovano opportunità all’estero, ma fatica ad attirare un numero equivalente di professionisti e laureati dall’estero.

Il capitale umano perso

Il CNEL stima in 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano perso tra il 2011 e il 2024.

Sulla base delle tendenze più recenti, il costo sarebbe ormai vicino ai 16 miliardi di euro l’anno.

La cifra prova a quantificare un problema spesso raccontato soltanto in termini demografici.

Quando un giovane formato in Italia si trasferisce definitivamente all’estero, il Paese non perde soltanto un residente.

Perde competenze, capacità produttiva, gettito fiscale potenziale e una parte dell’investimento sostenuto per la sua formazione.

Questo non significa che l’emigrazione sia di per sé negativa. Il problema diventa economico quando il sistema non riesce a trasformare la mobilità in circolazione dei talenti e continua invece a registrare una perdita netta.

Il nodo dei salari italiani

Il rapporto mette al centro anche il divario salariale.

A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 la posizione italiana sarebbe peggiorata rispetto ai principali partner europei.

Rispetto alla Spagna, l’Italia sarebbe passata da un vantaggio dell’1% a un ritardo del 7%.

Il divario con la Germania sarebbe aumentato dal 14% al 36%, mentre quello con la Svizzera sarebbe salito dal 39% al 71%.

Per un giovane che lavora in settori altamente qualificati, queste differenze possono diventare decisive.

Gli incentivi fiscali al rientro possono aiutare, ma difficilmente possono compensare in modo permanente un mercato del lavoro caratterizzato da retribuzioni inferiori e percorsi di carriera meno competitivi.

Il merito come seconda grande questione

Il dato sul merito è quasi altrettanto importante di quello sugli stipendi.

Il 79% degli intervistati considera essenziale una maggiore valorizzazione delle capacità individuali.

È un segnale che riguarda la struttura delle aziende, della pubblica amministrazione e del sistema universitario.

Per chi ha sperimentato mercati del lavoro nei quali progressione, responsabilità e retribuzione sono maggiormente legate alle competenze, tornare in Italia può risultare difficile se percepisce un sistema meno trasparente o meno capace di riconoscere i risultati.

Il problema, quindi, non può essere affrontato soltanto attraverso bonus.

Far tornare gli italiani o rendere l’Italia competitiva?

La questione posta dal rapporto va probabilmente oltre il rientro degli expat.

Se stipendi, opportunità professionali e merito sono le condizioni principali indicate da chi vive all’estero, allora le stesse riforme servirebbero anche a trattenere i giovani che non sono ancora partiti.

La politica del rientro dei talenti rischia di avere un effetto limitato se non viene accompagnata da una trasformazione più ampia del mercato del lavoro.

Il messaggio dei giovani italiani all’estero non sembra essere “aiutateci a tornare”, ma piuttosto “dateci condizioni per cui valga la pena tornare”.

Ed è qui che si misura la sfida.

Non basta recuperare una parte dei 441 mila giovani persi in tredici anni. Bisogna costruire un sistema economico capace di competere con i Paesi nei quali quegli stessi giovani hanno scelto di vivere e lavorare.