di Marco Zacchera
Certo siamo in un paese dove non si vuole cambiare mai nulla, compressi per di più dalla cappa europea che ci condiziona economicamente e militarmente tanto che è praticamente impossibile trovare risorse senza aumentare le imposte (l’Italia l’anno scorso ha speso 45 miliardi per la difesa, ben di più della manovra finanziaria), ma autonomia differenziata e struttura presidenziale sono riforme che non “costano”, ma bisogna avere la volontà e la forza di proporle, votarle, attuarle.
Invece non è così e il voto al referendum ha sottolineato come FdI e FI non abbiano strutture territoriali efficienti, né siano stati capaci di movimentarsi neppure nelle regioni di riferimento al sud, dove peraltro c’è sempre una forte resistenza a portare avanti qualsiasi riforma, soprattutto se minacciasse di ridurre i fondi per quel peso burocratico-amministrativo che puntella da sempre l’economia delle regioni del mezzogiorno e frena lo sviluppo della nazione.
Certamente hanno più appeal elettorali il reddito di cittadinanza o una serie infinita di “bonus” clientelari, ma la partita la si vuole giocare oppure no? Il centro-destra ha insomma la spina dorsale di affrontare queste tematiche che alla lunga saranno fondamentali per il bene di tutti? Diciamocelo con chiarezza o prendiamo atto di un’altra occasione perduta.
Già ora non ci sono più i tempi per altre riforme costituzionali durante questa legislatura, ma almeno delineare chiaramente il progetto è necessario, riscrivendo finalmente i connotati di una repubblica che ha bisogno non di autoritarismo ma di decisionismo e responsabilità dirette, o tutto regolarmente rallenta, si appanna e alla fine si ferma.
Certo è deludente prendere atto che la maggioranza del paese non è stata capace neppure di comprendere le ragioni della necessità di una riforma della magistratura e forse neppure accetterebbe né autonomie né un premier eletto dal popolo e non dai partiti, ma credo che almeno ci si debba provare.

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