Il senatore di Fratelli d’Italia denuncia i rischi per Nord America e Australia, richiama l’eredità di Tremaglia e poi ritira i suoi emendamenti su richiesta del Governo. Il suo tentativo merita riconoscimento. La rinuncia lascia amarezza.
di Emanuele Esposito
A Roberto Menia va riconosciuto un merito: ci ha provato. Ha preso la parola, ha presentato tre emendamenti, ha spiegato perché la riforma elettorale rischia di indebolire la rappresentanza di alcune comunità italiane nel mondo. Lo ha fatto dalla maggioranza, rivolgendosi al Governo che sostiene. Poi, quando il Governo ne ha chiesto il ritiro, ha ritirato le sue proposte. È in questa distanza, tra ciò che ha denunciato e ciò che ha infine accettato, che si colloca il giudizio sul suo intervento.
Personalmente, ho apprezzato la voce dell’uomo, il legame con una storia e la volontà di far emergere un problema concreto. Mi lascia invece amarezza la scelta del politico, che ha riconosciuto il rischio senza mantenere fino al voto le correzioni proposte. Le due valutazioni possono stare insieme. Riconoscere il valore del suo tentativo rende la critica più onesta: Menia ha fatto qualcosa che merita di essere raccontato, anche se alla fine si è fermato.
Il suo discorso comincia dal ricordo di Mirko Tremaglia. Menia rievoca l’approvazione della legge sul voto estero nel 2001, quando Tremaglia «si rivolse al cielo salutando suo figlio che non c’era più». Ricorda che gli aveva affidato la dichiarazione di voto per Alleanza Nazionale. È un passaggio personale, che restituisce il rapporto con una battaglia vissuta da vicino. Menia spiega di avere deciso, «anche se in solitario», di presentare «tre soli emendamenti». Proposte pensate, nelle sue parole, per «dare un elemento in più di riflessione al Governo stesso».
Quel richiamo a Tremaglia introduce una questione precisa: quale rapporto vogliamo conservare tra gli eletti e le comunità che rappresentano? Menia ricorda la volontà di consentire agli italiani fuori dai confini di essere in Parlamento «gli ambasciatori di quelle diverse italianità». Diverse: è una parola che conta. Esprime storie, condizioni di vita, esigenze consolari, sociali e culturali che cambiano da un territorio all’altro. La rappresentanza estera acquista senso quando quelle differenze possono trovare ascolto e responsabilità politica.
Da qui i due emendamenti sulla residenza dei candidati. «Tu vuoi essere ambasciatore degli italiani che vivono all’estero, devi vivere all’estero», afferma Menia. Una delle proposte richiede almeno due anni di residenza, per evitare trasferimenti effettuati a ridosso delle elezioni. Il principio è comprensibile: rappresentare una comunità comporta conoscerne la vita quotidiana, frequentarne i luoghi, confrontarsi con i suoi problemi. La candidatura dovrebbe nascere anche da quel rapporto, e chi viene eletto dovrebbe risponderne agli elettori.
Il terzo emendamento riguarda l’attribuzione dei seggi. È qui che il suo intervento tocca direttamente il futuro della rappresentanza in Nord America e in Australia. Menia contesta gli effetti che, a suo giudizio, potrebbero derivare dalla combinazione tra preferenze e grandi aggregazioni territoriali: un collegio mondiale per il Senato e, alla Camera, una ripartizione che riunisce i territori fuori dall’Europa. Il peso numerico delle comunità sudamericane, sostiene, rischia di rendere molto più difficile l’elezione di candidati espressi da altre aree.
La frase rivolta a Francesco Giacobbe è netta: «L’amico Giacobbe che ha appena parlato e viene dall’Australia è inutile che provi a concorrere perché perderà per forza». È una previsione politica di Menia, espressa in termini categorici. Ma il problema che intende segnalare merita attenzione: quanto spazio resterà per le comunità meno numerose? Conservare il diritto di votare non garantisce, da solo, che ciascun territorio riesca ancora a esprimere una propria voce parlamentare.
Menia richiama anche Stati Uniti e Canada, ricordandone il peso internazionale e il rischio di perderne la rappresentanza. La sua alternativa guarda al precedente sistema delle elezioni provinciali, attraverso collegi territoriali e un confronto dei risultati percentuali. Si può discutere l’efficacia della soluzione, e lo stesso senatore ne riconosce la distanza dall’impostazione generale della riforma. Ma la richiesta di approfondimento è esplicita: «La specificità dell’estero secondo me doveva portare ad una riflessione ulteriore». È una richiesta alla quale una maggioranza dovrebbe saper rispondere nel merito.
Poi arriva il punto che lascia amarezza. Prima del ritiro, Menia anticipa che non intende «fare il Pierino tutti contro tutti» e richiama l’«amore di coalizione». Quando il Governo chiede di ritirare gli emendamenti, il senatore accoglie la richiesta. Le ragioni appena illustrate restano nel dibattito; le proposte vengono ritirate. All’uomo va riconosciuta la volontà di aver dato voce a una preoccupazione. Al politico si può chiedere perché quella preoccupazione, ritenuta tanto seria, non abbia giustificato la scelta di insistere.
Non era necessario vincere per dare valore alla battaglia: anche una proposta respinta avrebbe documentato fino in fondo la posizione di chi l’aveva presentata. Il ritiro ha un significato diverso, perché rinuncia al confronto del voto su quella correzione. Comprendo il vincolo politico della coalizione. Ritengo però legittimo domandare quanto debba pesare quando sono in discussione le possibilità di rappresentanza di intere comunità. È qui che il riconoscimento personale si accompagna al rammarico politico.
E tuttavia sarebbe ingiusto cancellare ciò che Menia ha fatto. Ci ha provato, ha esposto un problema, ha indicato alternative. Il confronto con altri movimenti nati all’estero, a cominciare dal MAIE, diventa inevitabile. Da chi ha costruito la propria identità sulla rappresentanza degli italiani nel mondo ci si aspetta una difesa altrettanto visibile e concreta. Quali correzioni avete proposto? Quali obiezioni avete sostenuto? Quali impegni avete chiesto al Governo? Sono domande che riguardano la coerenza tra la ragione per cui un movimento esiste e il suo comportamento nei momenti decisivi.
Menia, almeno, ha consegnato al dibattito parole sulle quali possiamo confrontarci. «Credevo di avere offerto argomenti di riflessione quantomeno intelligenti», ha detto, aggiungendo: «Vorrei che questa voce almeno restasse». Quella voce merita di restare e di essere ascoltata. Per me contiene una preoccupazione fondata, un legame personale con Tremaglia e un tentativo al quale va dato atto e merito. Resta il dispiacere per una scelta politica che si è fermata al ritiro. Avremmo voluto che, insieme alla voce, restassero sul tavolo anche gli emendamenti.
