C’è un momento, in Italia, in cui la giustizia smette di essere giustizia e diventa spettacolo. Un momento preciso. Non coincide con una sentenza. Non coincide con una prova. Coincide con l’apertura di un cancello. Con il flash di una macchina fotografica. Con il boato della folla.
“Vergogna!”
“Ladro!”
“Criminale!”
17 giugno 1983. Fuori dalla caserma dei Carabinieri c’è una folla inferocita. In manette c’è Enzo Tortora. Il volto più amato della televisione italiana viene trascinato via come il peggiore dei delinquenti. Le accuse sono devastanti: traffico di droga, associazione camorristica. I giornali lo massacrano. Le televisioni lo processano. L’Italia lo condanna prima ancora che entri in un’aula di tribunale.
Poi sappiamo com’è andata.
Innocente.
Non “parzialmente innocente”.
Non “con qualche dubbio”.
Innocente.
Distrutto però per sempre.
E oggi?
Quarant’anni dopo non è cambiato nulla. Anzi, forse è peggio.
Perché ieri sera, davanti a una caserma, un’altra folla gridava ancora:
“Assassino!”
“Bastardo!”
Dentro un’Alfetta dei carabinieri c’era Alberto Stasi. Gli stessi occhi freddi descritti per anni come quelli del “mostro perfetto”. Lo stesso volto sbattuto in prima pagina mille volte. La stessa condanna popolare costruita giorno dopo giorno da trasmissioni morbose, talk show famelici e giornalisti trasformati in venditori ambulanti di indignazione.
E allora la domanda è semplice.
Dove sono oggi quelle persone che urlavano contro Tortora?
Dove sono quelli che sputavano sentenze davanti alle caserme?
Dove sono i professionisti della gogna?
Dove sono i titolisti seriali?
Dove sono i “mostro”, “killer”, “diabolico”, “freddo assassino”?
Un po’ di vergogna no?
Perché in Italia il problema non è solo la giustizia. Il problema è il circo costruito attorno alla giustizia. Un’industria milionaria fatta di ascolti, clic, copie vendute, plastici in studio, opinionisti improvvisati, criminologi da salotto e giornalisti che hanno smesso di cercare la verità per inseguire engagement.
Non informazione.
Intrattenimento giudiziario.
E la cosa più grave è che il pubblico viene educato all’odio immediato. Alla condanna preventiva. Alla sentenza emotiva.
Basta una foto in manette.
Basta un fermo.
Basta un’indagine.
E il mostro è servito.
Poi magari anni dopo arrivano assoluzioni, revisioni, dubbi, errori investigativi, testimoni inattendibili, prove crollate. Ma non importa più niente a nessuno. Perché il processo mediatico è già finito. E la reputazione di una persona è già stata sepolta.
Nel caso Tortora, almeno, alcuni giornalisti veri ebbero il coraggio di andare controcorrente. Enzo Biagi, Piero Angela, Vittorio Feltri e pochi altri difesero il principio più semplice della democrazia: la presunzione d’innocenza.
Oggi invece troppi preferiscono il linciaggio. Perché conviene.
Nel caso Stasi, alcuni cronisti hanno almeno avuto il coraggio di guardare le carte invece delle emozioni. Di seguire i fatti invece del tifo, luigi Grimaldi, Alessandro Di Giuseppe i primi che hanno creduto a una realtà diversa poi altri maa sono pochi. Troppo pochi.
Perché oggi il giornalismo giudiziario spesso non cerca più la verità.
Cerca il mostro perfetto.
E chiunque osi dubitare della narrazione dominante viene attaccato, insultato, ridicolizzato.
La verità è che un Paese civile non urla fuori dalle caserme.
Aspetta le sentenze.
Rispetta il dubbio.
Pretende prove.
Non trasforma le indagini in reality show.
Perché quando uno Stato permette alla piazza di sostituirsi ai tribunali, quando i media diventano megafoni dell’odio collettivo, quando una persona viene massacrata prima ancora di essere giudicata, allora il problema non è più il singolo caso.
Il problema siamo noi.
E forse la frase più inquietante di tutte resta questa:
in Italia non basta essere innocenti per salvarsi.
A volte basta finire in prima pagina per essere condannati per sempre
