Consulta mette luce su questione cittadinanza

di Emanuele Esposito

C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui il rumore si spegne e resta solo il diritto. Quel momento è arrivato.

Per mesi – anzi, per anni – il dibattito sulla riforma della cittadinanza è stato accompagnato da accuse pesanti: “atto fascista”, “deriva autoritaria”, “violazione della Costituzione”. Si è detto che la nuova disciplina avrebbe cancellato diritti, che la Sentenza n. 63/2026 della Corte Costituzionale avrebbe smontato l’impianto normativo, che il governo avrebbe superato un limite invalicabile.

Oggi il verdetto è arrivato. E il quadro è stato chiarito. La Corte ha esaminato l’articolo 3-bis della legge sulla cittadinanza, introdotto dal decreto del 2025, che ha ristretto il riconoscimento dello ius sanguinis. Il nodo era uno solo: stabilire se la norma fosse una violazione dei principi costituzionali oppure una legittima scelta del legislatore. Il Tribunale di Torino aveva parlato di “revoca retroattiva”, di lesione dell’affidamento e di disparità tra chi aveva presentato domanda prima o dopo il 27 marzo 2025. Ma la ricostruzione giuridica della Consulta è più netta e complessa della narrazione politica.

Per la Corte, infatti, per chi non aveva ancora ottenuto il riconoscimento formale della cittadinanza non si può parlare di diritto già consolidato, bensì di una posizione ancora da accertare. Su questo terreno, il legislatore conserva margini di intervento. La sentenza mette inoltre in evidenza un dato rimasto a lungo sullo sfondo: l’Italia rappresentava un caso unico. Una cittadinanza trasmissibile senza limiti generazionali, una “cittadinanza potenziale” che, secondo le stime richiamate negli atti, riguarda oltre 60 milioni di persone nel mondo. 

Un sistema che ha prodotto effetti sempre più evidenti: aumento esponenziale delle richieste nei consolati, contenzioso giudiziario crescente e ricadute anche sul corpo elettorale e sull’equilibrio della rappresentanza democratica. Non si tratta di interpretazioni politiche, ma di elementi istituzionali. La politica e il diritto

A questo punto la domanda si impone: dove sono oggi coloro che parlavano di “golpe giuridico”? E quelli che indicavano la Corte come uno strumento politico, certi che avrebbe bocciato la riforma? Il punto non è il dissenso, che in democrazia è fisiologico. Il problema è l’uso strumentale delle istituzioni, e la tendenza a riconoscerne l’autorevolezza solo quando le decisioni coincidono con la propria posizione. La verità, più scomoda, è che la democrazia non funziona a intermittenza. Nel ragionamento della Consulta emerge un principio chiaro: la cittadinanza non può essere ridotta a una finzione giuridica sganciata dalla realtà. Non può trasformarsi in un automatismo genealogico infinito, privo di legame effettivo con il Paese.

Il legislatore è intervenuto proprio su questo punto, cercando di ristabilire un equilibrio tra diritto e appartenenza, tra identità e realtà. Questa sentenza non è una vittoria di parte, ma piuttosto la fine di una stagione di semplificazioni. Per anni il tema è stato rinviato, accumulando criticità fino a rendere il sistema sempre più difficile da gestire.

La cittadinanza resta una materia delicata, che riguarda storie familiari, milioni di italiani all’estero e identità profonde. Ma proprio per questo non può essere affrontata con slogan o letture ideologiche.

La Sentenza n. 63/2026 segna un passaggio netto: dalla retorica alla responsabilità. Ora la politica è chiamata a fare ciò che spesso evita: costruire regole chiare, sostenibili e coerenti. Senza slogan. Senza scorciatoie. E soprattutto senza trasformare ogni decisione del diritto in un pretesto di scontro ideologico.

Il dibattito che ne deriva non si esaurirà nel breve periodo, perché tocca questioni identitarie profonde e sensibilità politiche opposte. Sarà decisivo il modo in cui il Parlamento tradurrà i principi indicati dalla Consulta in norme operative, evitando nuove fratture sociali e garantendo certezza del diritto per i cittadini coinvolti.

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