Il Purgatorio delle anime sole nelle case di cura

di Cav. Luigi De Luca

Dal mio osservatorio interno di Sydney, Australia

Cari lettori, ieri ho vissuto un’esperienza che ha scosso nel profondo la mia coscienza di uomo e di Cavaliere della Repubblica, lasciandomi addosso una commozione che sento il dovere morale di trasformare in parola scritta.

Sono andato ad aiutare mio figlio a servire della cioccolata calda in una casa di cura. Un piccolo gesto di affetto familiare che, nel giro di pochi istanti, si è trasformato in un viaggio doloroso e profondo oltre il limite visibile della nostra società opulenta.

Mentre versavamo quel calore nei bicchieri di carta, avvolti in un doppio tovagliolo, il mio cuore si è stretto. Davanti ai miei occhi non ho visto semplicemente un luogo di degenza. Ho visto una dimensione sospesa, un limbo d’anime avvolto da pianti silenziosi, da una tristezza densa e da uno smarrimento profondo.

Ho incrociato sguardi fissi nel vuoto, occhi di madri e padri che hanno edificato la nostra società e che oggi si trovano a fare i conti con la fragilità estrema e, spesso, con la solitudine della distanza. Più che una casa di riposo, quella struttura mi è apparsa, a tratti, come un vero e proprio Purgatorio terreno.

Ma in questo quadro di profonda malinconia c’è una luce straordinaria che merita di essere raccontata con totale rispetto e gratitudine: il lavoro immenso, umile e instancabile degli assistenti e del personale sanitario. Loro non sono affatto complici di questo silenzio: ne sono gli eroi quotidiani.

Ho osservato con quanta pazienza, dolcezza e dignità professionale si muovono tra quei corridoi, cercando di colmare con una carezza o una parola buona quel vuoto emotivo che nessuna medicina può curare. Gli assistenti operano diventando, a tutti gli effetti, la vera famiglia sostitutiva di queste persone. Il loro operato è un pilastro di etica e devozione civile che merita il massimo riconoscimento sociale.

Se la solitudine ferisce queste stanze, la colpa non è di chi assiste con amore, ma di un sistema e di una frenesia moderna che tendono ad archiviare i nostri anziani, collocandoli “fuori tempo” rispetto ai ritmi della produttività.

L’essenza di una civiltà si misura da come essa tratta i suoi due estremi: i giovani che cercano la rotta nel futuro e i vecchi che custodiscono la memoria e l’onestà etica del passato.

Quella cioccolata calda servita insieme a mio figlio non era soltanto un alimento: era un piccolo e umile tentativo di sostenere sia i degenti sia gli stessi operatori, portando un briciolo di calore umano laddove il tempo sembra essersi fermato.

Rivolgo un appello accorato alle famiglie: andare a trovare chi soffre e ascoltare quel silenzio è il primo, fondamentale atto di volontariato civile che ci restituisce la nostra vera dignità umana.