Il Presidente della Repubblica ha firmato la riforma elettorale approvata definitivamente dalla Camera. Si chiude così la strada del rinvio alle Camere che avevamo chiesto con un appello sostenuto da cittadini italiani residenti in ogni parte del mondo. Resta la soddisfazione di aver dato voce a una comunità che non intende rinunciare alla propria rappresentanza. Grazie a tutti coloro che hanno firmato. Ora l’attenzione si sposta sui ricorsi e sulla Corte costituzionale: continueremo a seguire, partecipare e far sentire la nostra voce.
di Emanuele Esposito
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato la nuova legge elettorale, approvata definitivamente dalla Camera dei deputati con 227 voti favorevoli e 164 contrari. La firma del Capo dello Stato conclude il percorso della promulgazione. Dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e il periodo previsto per l’entrata in vigore, la riforma sostituirà il Rosatellum e diventerà il nuovo sistema per l’elezione del Parlamento italiano.
Per gli italiani residenti all’estero, tuttavia, questa non è soltanto una notizia di politica nazionale. È un passaggio che riguarda direttamente il futuro della loro rappresentanza parlamentare, perché la riforma modifica profondamente l’articolazione territoriale della circoscrizione Estero introdotta dalla legge Tremaglia.
Con la promulgazione è venuta meno la possibilità che il Presidente esercitasse, su questo testo, il potere di rinvio alle Camere previsto dall’articolo 74 della Costituzione.
Era proprio ciò che avevamo chiesto attraverso il nostro appello, «Presidente Mattarella, tuteli la rappresentanza degli italiani nel mondo».
La nostra richiesta non è stata accolta.
Ne prendo atto, con rispetto per le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, ma anche con la convinzione che le ragioni che ci hanno spinto a promuovere questa iniziativa non siano venute meno.
Anzi, oggi quelle ragioni meritano di essere esaminate con ancora maggiore attenzione.
Un appello nato dall’amore per gli italiani nel mondo
Quando abbiamo deciso di rivolgerci al Presidente della Repubblica non lo abbiamo fatto per appartenenza politica, per interesse personale o per sostenere una particolare formazione.
Lo abbiamo fatto per una ragione molto più semplice: difendere il principio della rappresentanza degli italiani residenti all’estero.
Un principio che consideriamo parte integrante della cittadinanza italiana e del rapporto tra la Repubblica e le sue comunità sparse nei continenti.
Il nostro appello è nato dalla forza dell’amore verso gli italiani nel mondo, dalla convinzione che milioni di connazionali non possano essere considerati soltanto numeri inseriti negli elenchi elettorali.
Dietro ogni cittadino residente all’estero esistono una storia, una famiglia, una comunità, un percorso di emigrazione e un rapporto con l’Italia che continua anche a migliaia di chilometri di distanza.
La legge Tremaglia aveva dato una risposta istituzionale a questa realtà, attraverso una rappresentanza organizzata in quattro ripartizioni geografiche.
La nuova normativa supera quell’articolazione.
Non cancella il diritto di voto e mantiene gli otto deputati e i quattro senatori previsti dalla Costituzione, ma modifica il rapporto territoriale tra gli elettori e i loro rappresentanti.
Alla Camera le ripartizioni diventano due. Al Senato viene introdotto un collegio unico mondiale.
Ed è proprio questa trasformazione che ci ha spinto a chiedere una riflessione supplementare.
Non abbiamo mai sostenuto che la legge Tremaglia fosse perfetta o che non potesse essere riformata.
Abbiamo sostenuto, invece, che modificare il sistema di rappresentanza degli italiani nel mondo richiedesse particolare attenzione alla loro distribuzione geografica, alle differenze tra le comunità e all’effettiva possibilità di mantenere un rapporto tra eletti ed elettori.
Grazie a chi ha firmato, da ogni parte del mondo
Oggi desidero soprattutto rivolgere un ringraziamento sincero a tutte le persone che hanno sottoscritto il nostro appello.
A chi lo ha fatto dall’Australia, dal Canada, dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dal Brasile, dall’Europa e dagli altri Paesi dai quali sono arrivate adesioni.
A chi ha dedicato qualche minuto del proprio tempo per leggere, comprendere e sostenere la nostra iniziativa.
A chi ha condiviso l’appello, lo ha fatto conoscere agli amici e ha contribuito ad aprire un confronto che troppo spesso rimane confinato agli ambienti politici e istituzionali.
Non intendo trasformare questa esperienza in una gara di numeri.
Il valore di un appello non si misura soltanto dalla quantità delle firme raccolte, ma dalla consapevolezza e dalla convinzione delle persone che scelgono di sottoscriverlo.
Ogni adesione ha rappresentato un atto di partecipazione civile.
Ogni firma ha dimostrato che esistono italiani, in ogni parte del mondo, che continuano a interessarsi al funzionamento delle istituzioni democratiche del proprio Paese.
A tutti loro va la mia gratitudine.
Abbiamo cercato di dare voce a una preoccupazione reale, attraverso uno strumento pacifico, democratico e rispettoso delle istituzioni.
Nessuno ci aveva imposto di farlo.
Nessuno ci aveva promesso un risultato.
Lo abbiamo fatto perché ritenevamo giusto farlo.
E per quanto mi riguarda, questo rimane il significato più importante dell’intera iniziativa.
La firma del Presidente non cancella le nostre ragioni
Rispetto la decisione del presidente Mattarella.
Il Capo dello Stato ha esercitato le proprie prerogative costituzionali, scegliendo di promulgare il testo approvato dal Parlamento.
La promulgazione, tuttavia, non equivale a una sentenza della Corte costituzionale sulla legittimità di ogni singola disposizione.
È un passaggio istituzionale importante, ma non elimina la possibilità che, una volta entrata in vigore, la normativa venga sottoposta al controllo di costituzionalità attraverso le procedure previste dall’ordinamento.
Sono comunque soddisfatto che il nostro appello sia arrivato all’attenzione delle istituzioni e che il tema della rappresentanza degli italiani all’estero sia entrato nel confronto pubblico sulla riforma.
Non conosco le valutazioni interne del Quirinale e non intendo attribuire alla nostra iniziativa un peso che non posso documentare.
Il risultato è evidente: non c’è stato il rinvio alle Camere che avevamo richiesto.
Ma questo non significa che l’appello sia stato inutile.
Abbiamo esercitato un diritto democratico.
Abbiamo manifestato una preoccupazione.
Abbiamo richiamato l’attenzione su una modifica legislativa che riguarda direttamente la partecipazione politica degli italiani nel mondo.
E abbiamo dimostrato che anche chi vive lontano dall’Italia può intervenire nel dibattito nazionale senza aspettare che siano altri a parlare al suo posto.
Adesso la parola passa ai giudici
Il confronto sulla legge elettorale non è concluso.
Un gruppo di costituzionalisti, giuristi e rappresentanti della società civile ha annunciato la preparazione di ricorsi che, dopo l’entrata in vigore della legge, saranno presentati nei distretti delle Corti d’Appello italiane.
Tra i promotori figurano Roberto Zaccaria ed Enrico Grosso, impegnati in un’iniziativa che punta a ottenere, attraverso il vaglio dei giudici competenti, un eventuale pronunciamento della Corte costituzionale prima delle prossime elezioni politiche.
Le contestazioni riguardano diversi aspetti della riforma: il premio di governabilità, le preferenze con i capilista bloccati, le norme sulla rappresentanza di genere, l’aumento delle firme necessarie per presentare nuove liste e l’indicazione preventiva del candidato alla presidenza del Consiglio.
Tra i punti sollevati compare anche la nuova configurazione della circoscrizione Estero.
In particolare, il collegio unico mondiale per il Senato solleva interrogativi sul rapporto tra uguaglianza del voto, rappresentanza territoriale e accesso effettivo alla competizione elettorale.
Sono questioni sulle quali il dibattito costituzionale è aperto.
Non spetta a noi dichiarare incostituzionale una legge: spetta alla Corte costituzionale pronunciarsi, qualora venga investita delle questioni secondo le procedure previste.
Ed è proprio per questa ragione che seguiremo con particolare attenzione le iniziative giudiziarie annunciate.
Non perché si debba necessariamente ottenere una determinata sentenza, ma perché riteniamo importante che le questioni sollevate siano esaminate in modo approfondito e trasparente.
La rappresentanza degli italiani nel mondo non è una questione secondaria
Il dibattito sulla nuova legge elettorale si è concentrato soprattutto sul premio di maggioranza, sulle preferenze e sui rapporti tra maggioranza e opposizione.
Molto meno spazio è stato dedicato alle conseguenze della riforma per gli italiani all’estero.
Eppure, la trasformazione delle quattro ripartizioni territoriali rappresenta una modifica di grande rilievo.
Con il nuovo sistema, un cittadino italiano residente a Sydney parteciperà all’elezione dei senatori nello stesso collegio di un cittadino residente a Buenos Aires, Toronto, Londra o New York.
È una scelta legislativa che può essere sostenuta o criticata, ma che merita un confronto serio sulle conseguenze pratiche.
Come potranno i candidati mantenere un rapporto diretto con territori così estesi?
Come potranno essere rappresentate esigenze profondamente differenti?
Quale spazio avranno le comunità più piccole rispetto a quelle numericamente più consistenti?
E come verrà garantita un’effettiva conoscenza dei candidati da parte degli elettori?
Sono domande alle quali la politica dovrebbe rispondere, indipendentemente dall’orientamento dei partiti.
L’esistenza di dodici seggi parlamentari non esaurisce infatti il problema della qualità della rappresentanza.
Rappresentare significa anche conoscere, ascoltare, comprendere e mantenere un legame con le persone che si è chiamati a rappresentare.
Non ci fermeremo
Qualcuno potrebbe considerare conclusa la nostra iniziativa con la firma del Presidente della Repubblica.
Io non la penso così.
La raccolta delle firme aveva un obiettivo preciso: chiedere al Capo dello Stato di valutare il rinvio della legge alle Camere.
Quel risultato non è arrivato.
Ma la difesa della rappresentanza degli italiani nel mondo non può esaurirsi in un singolo appello.
Non sarà certamente la promulgazione della legge a impedirci di continuare a far sentire la nostra voce.
Seguiremo i ricorsi annunciati, studieremo gli sviluppi giuridici, daremo spazio alle diverse valutazioni costituzionali e continueremo a intervenire pubblicamente su una questione che riguarda il futuro democratico degli italiani residenti all’estero.
Lo faremo con attenzione, serietà e indipendenza.
Senza trasformare ogni critica in uno scontro personale.
Senza pretendere che tutti condividano le nostre posizioni.
Ma anche senza rinunciare al diritto di esprimere dubbi, porre domande e chiedere spiegazioni.
La nostra voce non dipende dall’appartenenza a un partito, da una candidatura o da un incarico istituzionale.
È la voce di chi ritiene che la partecipazione civile abbia valore anche quando non produce immediatamente il risultato sperato.
Una firma non mette fine alla partecipazione democratica
La promulgazione della legge elettorale apre una nuova fase.
La prima è stata quella del confronto politico e parlamentare.
La seconda, alla quale abbiamo partecipato direttamente, è stata quella dell’appello al Presidente della Repubblica.
La terza sarà quella delle verifiche giuridiche e dell’eventuale esame della Corte costituzionale.
Non sappiamo quali saranno gli esiti.
Non sappiamo se i ricorsi porteranno a una pronuncia favorevole, a modifiche parziali o alla conferma delle disposizioni contestate.
Ma sappiamo che il diritto dei cittadini di partecipare, informarsi e intervenire nel dibattito pubblico non si esaurisce con l’approvazione di una legge.
Per questo voglio concludere tornando alle persone che ci hanno sostenuto.
A tutti voi, ovunque vi troviate, desidero dire grazie.
Grazie per la fiducia.
Grazie per aver dimostrato che la distanza geografica non cancella il legame con l’Italia.
Grazie per aver creduto che una richiesta nata lontano dai palazzi della politica potesse arrivare fino alla Presidenza della Repubblica.
Non abbiamo ottenuto il risultato istituzionale che auspicavamo.
Ma abbiamo esercitato la nostra cittadinanza con convinzione, rispetto e libertà.
E questo nessuna firma potrà cancellarlo.
Il nostro appello non si conclude con una sconfitta personale. Si conclude con la consapevolezza di aver fatto ciò che ritenevamo giusto, nell’interesse degli italiani nel mondo.
Adesso si apre un’altra fase.
La seguiremo con attenzione, con determinazione e soprattutto con la nostra voce.
Perché essere italiani nel mondo non significa soltanto conservare un passaporto.
Significa continuare a sentirsi parte della vita democratica della Repubblica.
E noi continueremo a esserci.
