Australia e Palau spingono il Pacific Islands Forum verso una presa di posizione più dura contro Pechino dopo il test missilistico cinese di luglio. Il missile, lanciato da un sottomarino della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione nel Mar Cinese Meridionale, ha percorso oltre 7.000 chilometri prima di cadere nel Pacifico, poco fuori dalla zona economica esclusiva di Tuvalu. Ma nel Forum non c’è consenso: Kiribati e Naoero contestano l’idea di isolare la Cina e chiedono che lo stesso metro venga applicato anche agli Stati Uniti.
La sicurezza strategica del Pacifico entra nel cuore del vertice dei leader regionali in corso a Palau.
Australia e governo paluano vogliono che il comunicato finale del Pacific Islands Forum contenga una condanna chiara del recente test missilistico cinese, giudicato da diversi Paesi un gesto destabilizzante e poco rispettoso delle nazioni della regione.
Il tema sarà affrontato nel ritiro conclusivo dei leader ospitato dal presidente di Palau, Surangel Whipps Jr, tra i più critici nei confronti della crescente presenza strategica di Pechino nel Pacifico.
Il missile cinese finito vicino a Tuvalu
A luglio un sottomarino della People’s Liberation Army Navy avrebbe lanciato dal Mar Cinese Meridionale un missile balistico con testata inerte.
Il vettore avrebbe attraversato oltre 7.000 chilometri prima di cadere nel Pacifico, poco oltre la zona economica esclusiva di Tuvalu.
La mancanza di un preavviso ritenuto sufficiente ha provocato proteste in diversi Paesi insulari.
Per Canberra, il punto centrale non è soltanto il test in sé, ma il modo in cui è stato condotto.
Il primo ministro Anthony Albanese ha sostenuto che le nazioni del Pacifico avrebbero dovuto ricevere maggiore preavviso e considerazione.
Kiribati: perché criticare la Cina e non gli Stati Uniti?
Non tutti i Paesi del Forum condividono però questa linea.
Kiribati e Naoero avevano già rifiutato di sostenere una dichiarazione congiunta più dura durante l’incontro dei ministri degli Esteri del Pacifico del mese scorso.
Il presidente di Kiribati Taneti Maamau ha sostenuto che sarebbe scorretto criticare soltanto la Cina quando anche gli Stati Uniti conducono test missilistici nell’area, compresi lanci diretti verso le acque delle Isole Marshall.
Secondo Maamau, la posizione dovrebbe essere coerente indipendentemente dalla potenza militare coinvolta.
Albanese: «Le situazioni sono molto diverse»
Albanese respinge però il paragone.
Secondo il primo ministro australiano, Washington dispone di accordi formali con le Isole Marshall e fornisce preavvisi adeguati prima dei propri test.
Il comportamento cinese, invece, sarebbe stato molto diverso: poco preavviso, nessun accordo specifico con le nazioni vicine al punto di caduta e un missile arrivato nelle acque del Pacifico centrale.
Per Canberra, quindi, non si tratta di applicare due pesi e due misure, ma di distinguere tra attività militari regolamentate e test condotti senza sufficiente coordinamento regionale.
Palau: «Anche noi meritiamo rispetto»
Whipps è stato ancora più netto.
Il presidente di Palau ha sostenuto che, se gli Stati Uniti notificano le Isole Marshall, anche gli altri Paesi del Pacifico hanno diritto a ricevere lo stesso livello di informazione quando una potenza conduce test nella regione.
Ha inoltre contestato la scelta geografica cinese.
Secondo Whipps, Pechino avrebbe potuto utilizzare aree molto più settentrionali del Pacifico e non avrebbe avuto necessità di far terminare il missile nel cuore della regione insulare.
Il timore espresso da Palau è che il Pacifico venga progressivamente trattato dalle grandi potenze come uno spazio disponibile per dimostrazioni militari.
Il problema del consenso
Il nodo politico è che il Pacific Islands Forum funziona attraverso un forte principio di consenso.
Australia e Palau possono quindi chiedere un linguaggio duro, ma senza il sostegno di Kiribati, Naoero e di eventuali altri governi la dichiarazione finale potrebbe risultare molto più prudente.
Già il comunicato dei ministri degli Esteri del mese scorso si era limitato a chiedere maggiore “trasparenza e rassicurazione”, registrando genericamente le preoccupazioni espresse da alcuni membri.
Canberra appare consapevole che ottenere una vera condanna formale potrebbe essere difficile.
Cina: accuse «prive di fondamento»
Pechino ha respinto le critiche.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha definito le accuse provenienti da Palau prive di fondamento e motivate politicamente.
La posizione cinese conferma quanto il tema sia diventato parte di una competizione strategica più ampia nel Pacifico.
Da una parte Australia e Stati Uniti cercano di rafforzare i rapporti con i Paesi insulari. Dall’altra la Cina amplia investimenti, cooperazione diplomatica e presenza politica nella regione.
Il Pacifico non vuole diventare un terreno di prova
Dietro lo scontro sul missile c’è quindi una questione molto più ampia.
I piccoli Stati del Pacifico vogliono evitare che la crescente rivalità tra Washington e Pechino trasformi la regione in un nuovo spazio di confronto militare.
Australia e Palau sostengono che proprio per questo serva una risposta comune.
Kiribati e altri Paesi chiedono invece che le regole valgano allo stesso modo per tutte le potenze.
Il vertice di Palau dovrà quindi decidere non soltanto cosa dire alla Cina, ma quale ruolo il Pacifico intenda ritagliarsi nella crescente competizione strategica tra le grandi potenze.

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