Tra rappresentanza, politica e disillusione: il sistema degli italiani all’estero è arrivato al capolinea?
di Emanuele Esposito
Diciamocelo francamente. Quarant’anni di Comites, trentasette anni di CGIE, oltre vent’anni di rappresentanza parlamentare eletta all’estero. Non stiamo parlando di esperimenti appena nati, ma di un sistema che ha avuto decenni per dimostrare la propria utilità politica, istituzionale e sociale.
La domanda, oggi, è inevitabile: cosa hanno realmente ottenuto gli italiani all’estero?
Attualmente gli iscritti AIRE superano i sei milioni. Una popolazione paragonabile a quella di intere regioni italiane come Lazio o Campania. Una comunità enorme, diffusa in tutto il mondo, che genera economia, commercio, cultura, diplomazia informale e promozione del Made in Italy.
Eppure, nonostante questi numeri impressionanti, la rappresentanza continua ad apparire debole, frammentata e spesso autoreferenziale.
Il problema non sono gli strumenti, ma chi li ha gestiti
Comites e CGIE, almeno nelle intenzioni originarie, dovevano essere organismi di collegamento tra lo Stato italiano e le comunità nel mondo. Strumenti di partecipazione, ascolto e proposta.
In molti casi, però, si sono trasformati in qualcosa di diverso: trampolini politici, anticamere della carriera istituzionale, strumenti utili a costruire relazioni, visibilità e candidature parlamentari.
Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio. Esistono persone serie, preparate e profondamente impegnate nei territori. Ma il sistema, nel suo complesso, ha progressivamente perso credibilità perché troppo spesso ha premiato la fedeltà politica più del merito, la vicinanza ai partiti più del reale radicamento nelle comunità.
E infatti oggi assistiamo a un fenomeno evidente: parlamentari eletti all’estero che, in alcuni casi, non hanno mai vissuto concretamente le difficoltà quotidiane degli italiani emigrati, ma che arrivano grazie a designazioni maturate nei palazzi romani.
Consolati in crisi e comunità sempre più lontane
Nel frattempo, i problemi restano praticamente identici a quelli denunciati vent’anni fa:
- consolati in affanno;
- tempi infiniti per passaporti e cittadinanze;
- servizi insufficienti;
- giovani sempre più lontani dalla partecipazione;
- affluenza elettorale minima;
- comunità spesso lasciate sole.
E ad ogni plenaria del CGIE il copione sembra ripetersi identico: stesse denunce, stesse richieste, stessi comunicati.
Chi segue questo mondo da anni ha ormai archivi pieni di documenti, relazioni e dichiarazioni che sembrano fotocopie di quelle precedenti. Cambiano i nomi, ma non i problemi.
La sensazione è che il tempo si sia fermato.
Un sistema che deve interrogarsi sul proprio fallimento
E allora una domanda, senza ipocrisie, deve essere posta: dopo tutti questi anni, non si avverte il peso di un fallimento?
Perché se dopo quattro decenni siamo ancora qui a discutere delle stesse emergenze, qualcosa evidentemente non ha funzionato.
I numeri parlano chiaro. Per le elezioni dei Comites vengono spesi milioni di euro pubblici per ottenere, in molte circoscrizioni, un’affluenza che fatica a superare il 2 o 3 per cento.
Percentuali che dovrebbero imporre una riflessione seria sulla legittimità politica e sull’efficacia reale del sistema.
E invece tutto continua come sempre, con le stesse liturgie, gli stessi equilibri e gli stessi meccanismi.
Serve una nuova rappresentanza per sei milioni di italiani
La verità è che il sistema della rappresentanza italiana all’estero appare oggi stanco, incapace di interpretare l’evoluzione dell’emigrazione moderna.
Ma attenzione: questo non significa che la rappresentanza debba sparire.
Al contrario.
Con oltre sei milioni di italiani all’estero serve più rappresentanza, ma deve essere diversa:
- moderna;
- digitale;
- trasparente;
- meritocratica;
- competente;
- realmente collegata ai territori.
Non si possono continuare a trattare le comunità italiane nel mondo come semplici serbatoi elettorali da attivare soltanto durante le campagne elettorali.
La domanda ai parlamentari eletti all’estero
E ai parlamentari eletti all’estero, soprattutto a chi siede in Parlamento da più legislature, una domanda deve essere posta chiaramente:
cosa è stato fatto davvero?
Non bastano più conferenze, comunicati, fotografie o dichiarazioni di principio.
Dopo vent’anni, gli italiani all’estero hanno diritto a risultati concreti.
Anche gli elettori devono assumersi una responsabilità
Infine, una riflessione riguarda anche gli elettori.
Perché il problema non è soltanto chi rappresenta, ma anche chi continua a votare senza pretendere un reale cambiamento.
Il rispetto delle istituzioni non può trasformarsi in rassegnazione.
Forse è arrivato davvero il momento che gli italiani all’estero si sveglino.
Non per rabbia.
Non per populismo.
Ma per dignità.
