La maggioranza punta a fissare al 7 agosto il termine per gli emendamenti in Senato. Tajani dovrà convincere Forza Italia sulla formula con capilista bloccati e preferenze. Allo studio anche una possibile revisione delle ripartizioni estere
La riforma della legge elettorale entra in una fase decisiva. Giorgia Meloni punta a reintrodurre le preferenze, sia pure attraverso una versione attenuata che conservi i capilista bloccati, mentre sembra ormai destinata a tramontare l’ipotesi del ballottaggio.
La maggioranza vorrebbe fissare al 7 agosto il termine per la presentazione degli emendamenti in Commissione Affari costituzionali al Senato. L’obiettivo è definire prima della pausa estiva le modifiche da inserire nel testo e arrivare alla ripresa autunnale con un accordo politico già consolidato.
La questione più complessa riguarda Forza Italia. Antonio Tajani dovrà convincere i senatori azzurri ad accettare la soluzione che prevede un capolista bloccato e la possibilità per gli elettori di esprimere preferenze sugli altri candidati.
Una proposta già respinta alla Camera, dove il voto segreto aveva prodotto una clamorosa battuta d’arresto per la maggioranza.
Tajani chiamato a convincere i senatori di Forza Italia
Il peso della mediazione ricade ora sul leader di Forza Italia, chiamato a presiedere una riunione del gruppo dei senatori guidato da Stefania Craxi.
L’obiettivo sarà ottenere il sostegno alla formula sulla quale Meloni intende costruire il nuovo sistema: capilista scelti direttamente dai partiti, ma preferenze per gli altri componenti delle liste.
Rispetto alla proposta bocciata a Montecitorio, dovrebbe essere introdotta anche una garanzia sulla rappresentanza di genere tra i capilista, con un rapporto compreso tra il 40 e il 60%.
La modifica servirebbe a rassicurare una parte dei parlamentari preoccupata dal rischio che le posizioni bloccate vengano utilizzate dai vertici delle forze politiche senza un adeguato equilibrio tra uomini e donne.
Resta però una forte resistenza interna alle preferenze. Una parte di Forza Italia teme che la competizione personale tra candidati possa alimentare scontri nei territori, indebolire il controllo del partito sulle liste e trasformare la campagna elettorale in una battaglia interna.
Il rischio di un nuovo intervento della Corte costituzionale
La maggioranza intende utilizzare anche un argomento di carattere costituzionale per convincere i parlamentari più contrari.
L’attuale progetto prevede due differenti listini bloccati: uno collegato alla parte proporzionale e uno destinato all’assegnazione dei seggi del premio di maggioranza.
Secondo il modello discusso, il premio scatterebbe per la coalizione o la lista capace di superare il 42% dei voti, assegnando ulteriori 70 deputati e 35 senatori.
Un sistema fondato esclusivamente su candidati bloccati potrebbe però esporsi a un nuovo intervento della Corte costituzionale.
Il precedente più temuto è quello del Porcellum, modificato dalla Consulta nel 2014. Qualora i giudici considerassero eccessiva la quantità di parlamentari nominati direttamente dai partiti, potrebbero introdurre le preferenze attraverso una sentenza additiva, eliminando anche il paracadute politico rappresentato dai capilista bloccati.
La versione sostenuta da Meloni viene quindi presentata come una soluzione di equilibrio: garantire una quota di candidati scelti dai partiti, ma restituire agli elettori la possibilità di incidere sulla composizione delle liste.
Possibile revisione delle circoscrizioni Estero
Nel negoziato potrebbe entrare anche il dossier della Circoscrizione Estero, già interessata dalla proposta di riduzione delle attuali ripartizioni.
Secondo indiscrezioni raccolte da Allora! Online, sarebbe al vaglio un emendamento destinato a introdurre anche per gli italiani residenti all’estero la formula del capolista bloccato, lasciando agli elettori la possibilità di esprimere preferenze per gli altri candidati presenti nella lista.
Si tratta dell’ipotesi già anticipata in esclusiva nei giorni scorsi: i partiti potrebbero indicare direttamente il primo nome destinato ad ottenere il seggio in caso di risultato utile, mentre la competizione attraverso le preferenze riguarderebbe le posizioni successive.
Una soluzione che aumenterebbe il controllo delle segreterie nazionali sulla scelta degli eletti all’estero e modificherebbe profondamente il rapporto tra candidati, territori e comunità italiane nel mondo.
La novità potrebbe intrecciarsi con la revisione delle ripartizioni geografiche, tema che ha già sollevato forti critiche per il rischio di indebolire la rappresentanza territoriale e aumentare ulteriormente le distanze tra eletti ed elettori.
Ma non sarebbe questa l’unica modifica allo studio.
Secondo nostre fonti, sarebbe emersa anche una nuova ipotesi riguardante il voto e la rappresentanza degli italiani all’estero, sulla quale sono ancora in corso verifiche politiche e tecniche. Non essendo stato definito un testo ufficiale, è necessario mantenere prudenza. Ne daremo conto nelle prossime ore, non appena saranno disponibili ulteriori elementi.
Il possibile effetto dei capilista bloccati all’estero
L’introduzione del capolista bloccato nella Circoscrizione Estero avrebbe conseguenze ancora più significative rispetto alle liste italiane.
Nelle vaste ripartizioni internazionali, dove un candidato deve raggiungere comunità distribuite su continenti interi, il primo posto garantito potrebbe trasformarsi in una vera nomina da parte del partito.
Gli altri candidati sarebbero invece costretti a competere attraverso le preferenze, sostenendo campagne elettorali particolarmente difficili e costose su territori enormi.
Il rischio è quello di creare due categorie di candidati: un capolista protetto dalla scelta nazionale e gli altri obbligati a conquistare individualmente il consenso.
I sostenitori della formula potrebbero presentarla come uno strumento per garantire ai partiti una rappresentanza qualificata e riconoscibile. I critici vedrebbero invece un ulteriore indebolimento della territorialità, principio che aveva rappresentato uno degli elementi fondamentali della legge Tremaglia.
In Senato niente voto segreto
La premier può contare su un elemento procedurale importante.
A differenza di quanto avvenuto alla Camera, al Senato non sarebbe possibile chiedere il voto segreto sulle modifiche alla legge elettorale. La maggioranza potrebbe quindi affrontare il passaggio parlamentare con maggiore controllo sui propri gruppi.
Il vero rischio tornerebbe durante l’ultimo voto a Montecitorio, previsto dopo la pausa estiva.
L’intenzione sarebbe quella di limitare il ricorso allo scrutinio segreto al solo voto finale, evitando che singoli emendamenti possano essere nuovamente affossati dai franchi tiratori.
La discussione alla Camera dovrebbe riprendere tra settembre e ottobre. La maggioranza confida anche nella volontà dei parlamentari di non provocare una crisi capace di interrompere anticipatamente la legislatura.
L’accordo tra Meloni, Tajani e Salvini
La formula delle preferenze sarebbe parte di un’intesa più ampia raggiunta a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini.
Forza Italia e Lega accetterebbero la soluzione con capilista bloccati e preferenze per gli altri candidati. In cambio, Meloni avrebbe assicurato che la coalizione di centrodestra non verrà allargata a Roberto Vannacci e al suo movimento Futuro Nazionale.
La questione Vannacci continua infatti a condizionare il confronto interno alla maggioranza.
La possibile presenza di una lista autonoma capace di raccogliere voti alla destra di Fratelli d’Italia e Lega rappresenta un rischio elettorale, soprattutto con un sistema nel quale il premio verrebbe assegnato soltanto superando una soglia elevata.
Il centrodestra dovrebbe quindi scegliere se cercare un accordo preventivo con Vannacci oppure tentare di conquistare direttamente una parte del suo elettorato.
Al momento sembra prevalere la seconda strategia.
Accantonata l’ipotesi del ballottaggio
Proprio per ridurre il peso di Vannacci era stata valutata l’introduzione di un secondo turno.
L’idea prevedeva che, in assenza di una coalizione capace di raggiungere la soglia necessaria al primo turno, le due forze più votate si affrontassero in un ballottaggio.
In questo modo il centrodestra avrebbe potuto presentarsi senza Vannacci al primo turno e cercare successivamente il sostegno dei suoi elettori contro il centrosinistra.
L’ipotesi appare però ormai accantonata.
Le difficoltà sono innanzitutto tecniche. Applicare un doppio turno a un sistema parlamentare bicamerale sarebbe particolarmente complesso, soprattutto considerando che il Senato deve essere eletto su base regionale secondo la Costituzione.
Occorrerebbe stabilire se il ballottaggio debba essere calcolato su base nazionale, regionale o separatamente per Camera e Senato. Il rischio sarebbe quello di produrre maggioranze differenti nei due rami del Parlamento.
Le resistenze di Forza Italia e Lega
Esistono anche ragioni politiche.
Forza Italia e Lega hanno sempre manifestato una forte contrarietà al ballottaggio. Aprire un nuovo fronte di scontro interno, mentre resta ancora irrisolta la battaglia sulle preferenze, è stato considerato eccessivamente rischioso.
Il doppio turno avrebbe inoltre senso soltanto mantenendo relativamente bassa la possibilità che venga attivato.
Per impedire alle forze considerate estreme di diventare decisive, sarebbe invece necessario avvicinare la soglia per ottenere il premio al 50%.
Tra le ipotesi discusse figuravano percentuali comprese tra il 45 e il 48%. Con una soglia tanto elevata, però, il ballottaggio non sarebbe più un’eventualità residuale. Diventerebbe quasi automatico, trasformando profondamente il sistema politico italiano.
Il termine del 7 agosto
La prossima settimana la Commissione Affari costituzionali del Senato, presieduta da Andrea De Priamo di Fratelli d’Italia, proseguirà il lavoro attraverso una serie di audizioni.
Una volta concluse, verrà fissato il termine per gli emendamenti. La maggioranza vuole indicare il 7 agosto, ultimo giorno utile prima della pausa estiva.
La scadenza consentirebbe di depositare la nuova formulazione sulle preferenze, compresa l’eventuale estensione alla Circoscrizione Estero, e impedire che il negoziato venga riaperto completamente alla ripresa dei lavori.
Tra gli emendamenti di Fratelli d’Italia non dovrebbe invece comparire quello sul ballottaggio.
Una riforma ancora esposta ai franchi tiratori
Il percorso resta difficile.
La bocciatura avvenuta alla Camera ha dimostrato che l’accordo tra i leader non coincide necessariamente con quello dei gruppi parlamentari.
Le preferenze dividono i partiti, ma anche le singole delegazioni territoriali. Chi possiede una posizione sicura nelle future liste preferisce mantenere un sistema bloccato; chi teme di essere escluso chiede invece agli elettori la possibilità di scegliere.
Per gli italiani all’estero, la posta in gioco è ancora più alta. Una riduzione delle ripartizioni accompagnata dai capilista bloccati rischierebbe di concentrare nelle segreterie nazionali un potere ancora maggiore sulla selezione della rappresentanza parlamentare.
Meloni vuole chiudere rapidamente il dossier, Tajani deve evitare una nuova ribellione interna e Salvini deve contenere la concorrenza di Vannacci.
Il ballottaggio sembra tramontato, ma la partita sulle preferenze e sulla Circoscrizione Estero è ancora aperta. Le prossime ore potrebbero portare una novità capace di modificare ulteriormente l’intero equilibrio della riforma.
