Quando Pauline Hanson dice di poter diventare Primo Ministro, la reazione immediata di molti è la stessa: impossibile.
Eppure liquidare le sue parole come una semplice provocazione potrebbe essere un errore.
La leader di One Nation, figura che da quasi trent’anni divide l’opinione pubblica australiana, ha dichiarato di avere la capacità per guidare il Paese. Non ha annunciato una candidatura ufficiale, ma non l’ha nemmeno esclusa. E soprattutto non ha nascosto un’ambizione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile.
La vera domanda non è se Pauline Hanson diventerà Primo Ministro.
La domanda è: perché oggi questa ipotesi non viene più considerata completamente assurda?
L’Australia sta vivendo una fase di forte insoddisfazione politica. Il costo della vita continua a pesare sulle famiglie, il mercato immobiliare mostra segnali di difficoltà, l’immigrazione è tornata al centro del dibattito e molti elettori ritengono che i grandi partiti siano sempre più distanti dalla realtà quotidiana.
È proprio in questi momenti che crescono i movimenti populisti e anti-establishment.
One Nation sta intercettando una parte di quell’elettorato che non si riconosce più né nel Labor né nella Coalizione. Alcuni sondaggi mostrano una crescita significativa del partito e una crescente sfiducia verso le forze politiche tradizionali.
Questo non significa che Hanson sia vicina a The Lodge.
Il sistema elettorale australiano rende estremamente difficile per un partito come One Nation conquistare una maggioranza parlamentare. Inoltre, la leader del movimento continua a essere una delle figure più controverse della politica nazionale, soprattutto per le sue posizioni sull’immigrazione, sull’Islam e sull’identità culturale australiana.
Tuttavia, ignorare il fenomeno sarebbe altrettanto pericoloso.
Molti osservatori ricordano che anche Donald Trump negli Stati Uniti veniva inizialmente considerato una candidatura simbolica. Lo stesso vale per altri leader populisti che negli ultimi anni hanno cambiato profondamente gli equilibri politici in diverse democrazie occidentali.
Pauline Hanson non rappresenta soltanto una persona o un partito.
Rappresenta un malessere che una parte dell’Australia sente di vivere da anni.
Che piaccia o meno, la sua forza politica cresce quando aumentano le difficoltà economiche, la sfiducia nelle istituzioni e la percezione che i governi non riescano più a rispondere ai problemi reali della popolazione.
Per questo motivo la sua dichiarazione va letta più come un segnale politico che come un annuncio elettorale.
Oggi Pauline Hanson non appare la futura Primo Ministro dell’Australia.
Ma il fatto stesso che se ne discuta dimostra quanto il panorama politico australiano stia cambiando.
E forse è proprio questo l’aspetto più importante della vicenda.

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