Turni fino a 12-14 ore, sei giorni alla settimana, contratti part-time a fronte di lavoro a tempo pieno e pagamenti che, secondo alcune testimonianze, avverrebbero anche in nero. È il quadro raccontato dalla Süddeutsche Zeitungsulle condizioni di migliaia di lavoratori brasiliani impiegati stagionalmente nelle gelaterie italiane in Germania. Luca Zaia replica: eventuali abusi vanno perseguiti, ma non possono diventare una condanna collettiva per un settore che ha costruito in Germania una lunga storia di lavoro e integrazione.
Un’inchiesta della Süddeutsche Zeitung riaccende il dibattito sulle condizioni di lavoro nelle gelaterie italiane in Germania.
Il quotidiano tedesco ha raccolto le testimonianze di lavoratori brasiliani che ogni anno arrivano in Europa per la stagione, generalmente da marzo a ottobre. Alcuni descrivono giornate lavorative estremamente lunghe, fino a 12 o 14 ore, con un solo giorno libero alla settimana e retribuzioni che non sempre corrisponderebbero al numero effettivo di ore lavorate.
La denuncia più pesante è racchiusa in una frase: «Ci trattano come schiavi».
Si tratta, naturalmente, di accuse riferite a singole situazioni e che non possono essere automaticamente estese all’intera categoria.
Da Urussanga alle gelaterie tedesche
Molti dei lavoratori arrivano da Urussanga, città del sud del Brasile fondata da emigrati italiani e abitata ancora oggi da numerosi discendenti di famiglie venete e bellunesi.
Per molti di loro il possesso della cittadinanza italiana attraverso gli antenati facilita l’ingresso e il lavoro nell’Unione Europea.
Ne è nato nel tempo un vero circuito migratorio stagionale tra Brasile e Germania.
Il legame tra Urussanga e il Veneto è anche storico: dopo la tragedia del Vajont del 1963, i rapporti tra le comunità contribuirono a ricostruire legami familiari e sociali. Dal 1991 Urussanga e Longarone sono città gemellate.
Stipendi da 1.800 euro, ma le accuse riguardano gli orari
Secondo l’inchiesta, molti stagionali percepirebbero stipendi nell’ordine dei 1.800 euro netti al mese, con alloggio spesso fornito dal datore di lavoro.
Il problema, secondo le testimonianze raccolte, sarebbe la distanza tra quanto previsto formalmente dai contratti e il lavoro effettivamente svolto.
Alcuni dipendenti riferiscono di contratti part-time nonostante turni a tempo pieno, compensi non dichiarati e condizioni nelle quali la perdita del posto di lavoro comporterebbe anche la perdita immediata dell’alloggio.
La psicologa sociale brasiliana Diane Portugueis, che studia il fenomeno dal 2014, sostiene che circa il 70% dei dipendenti delle gelaterie italiane in Germania sarebbe di origine brasiliana.
Secondo la ricercatrice, molti vivono in una situazione di continua transizione tra due Paesi, con ripercussioni sulla famiglia e anche sulla salute psicologica.
L’operazione della dogana tedesca
L’inchiesta richiama inoltre una vasta operazione condotta nel luglio 2024 dalle autorità tedesche.
Circa 370 funzionari della dogana perquisirono 57 immobili tra Baviera, Baden-Württemberg e Nord Reno-Westfalia nell’ambito di un’indagine che coinvolgeva un imprenditore italiano sospettato di violazioni sul salario minimo e sulla previdenza sociale.
Il danno economico ipotizzato dagli investigatori arriverebbe a circa un milione di euro l’anno.
Anche in questo caso, si tratta di contestazioni riferite a un’inchiesta specifica e non a tutto il comparto.
Zaia: «Chi sbaglia deve rispondere, ma basta generalizzazioni»
A reagire con forza è stato Luca Zaia, che ha contestato soprattutto il rischio di trasformare singoli episodi in una condanna generalizzata dei gelatieri italiani in Germania.
Zaia ha ricordato che molte di queste attività sono state fondate da famiglie provenienti dal Cadore, dalla Val di Zoldo, dal Bellunese e dal Trevigiano, protagoniste di decenni di emigrazione, sacrificio e integrazione.
Il settore, secondo i dati citati, dà lavoro a circa 22.000 persone.
«Chi sbaglia deve risponderne», è il senso della posizione di Zaia, ma non è accettabile, secondo l’ex governatore veneto, cancellare la storia di migliaia di imprenditori onesti sulla base di comportamenti contestati ad alcuni.
Una storia di emigrazione che mostra anche le sue ombre
Il paradosso di questa vicenda è forse proprio questo.
Da una parte ci sono famiglie italiane che decenni fa lasciarono il Veneto e altre regioni per costruire un futuro in Germania.
Dall’altra ci sono brasiliani di origine italiana che oggi utilizzano quello stesso legame con l’Italia per raggiungere l’Europa e lavorare stagionalmente.
Due storie migratorie che si incrociano.
E proprio per questo le accuse meritano di essere verificate senza sconti, ma anche senza trasformare un’inchiesta sulle condizioni di lavoro in un processo collettivo contro un’intera comunità.
Se esistono sfruttamento, lavoro nero o violazioni salariali, devono essere perseguiti. Ma distinguere tra responsabilità individuali e storia di una categoria resta essenziale.
