Garlasco, la verità non può essere una scelta tra due nomi

Il caso di Chiara Poggi è diventato una sfida tra tifoserie, ricostruzioni televisive e sentenze pronunciate sui social. Ma la giustizia non può scegliere un colpevole per soddisfare l’opinione pubblica. Esiste una condanna definitiva, una nuova indagine e anche una terza possibilità che non può essere cancellata: quella di un assassino mai individuato.

Ho seguito con molta attenzione le ultime analisi dedicate al delitto di Garlasco e sono sempre più convinto che il problema principale sia il modo in cui questo caso viene raccontato.

Da una parte ci viene presentato Alberto Stasi, condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione. Dall’altra Andrea Sempio, oggi al centro delle nuove indagini della Procura di Pavia. Come se la verità dovesse necessariamente trovarsi dentro questa alternativa: se non è stato uno, allora deve essere stato l’altro.

Io non credo che la giustizia possa funzionare in questo modo.

Non si può sostituire un colpevole con un altro soltanto perché sono emersi dubbi sulla prima ricostruzione. Non si può passare dal partito di Stasi al partito di Sempio, come se stessimo parlando di una competizione sportiva. Prima di indicare un responsabile bisogna ricostruire i fatti, verificare le prove e comprendere se tutto ciò che poteva essere analizzato sia stato realmente analizzato.

Esiste anche una terza possibilità: che l’assassino di Chiara Poggi sia una persona mai individuata o mai approfondita adeguatamente durante le prime indagini.

Questa ipotesi non può essere scartata soltanto perché sarebbe più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Non può essere cancellata perché obbligherebbe a riconoscere che, dopo quasi vent’anni, potremmo ancora non conoscere il nome di chi entrò in quella casa e massacrò una giovane donna di 26 anni.

La sentenza contro Alberto Stasi è definitiva e deve essere rispettata. Ma rispettare una sentenza non significa vietare ogni domanda, soprattutto quando una Procura ha deciso di riaprire le indagini e di concentrare la propria attenzione su un’altra persona.

Allo stesso modo, l’iscrizione di Andrea Sempio nel registro degli indagati non equivale a una condanna. Sempio continua a dichiararsi estraneo al delitto e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Questa dovrebbe essere la base di qualsiasi racconto giornalistico serio. Eppure assistiamo ogni giorno a processi televisivi nei quali il principio della presunzione d’innocenza viene ricordato soltanto per pochi secondi, prima di essere travolto da ore di supposizioni, fotografie, indiscrezioni e ricostruzioni presentate come certezze.

La verità è che noi non possediamo tutto il materiale raccolto dalla Procura. Non conosciamo ogni documento e non abbiamo letto le decine di migliaia di pagine prodotte nel corso delle diverse fasi giudiziarie. Chi sostiene di avere già compreso tutto dovrebbe dimostrare maggiore prudenza.

La scadenza del 28 settembre potrà rappresentare un momento importante per le nuove indagini, ma non credo che sarà sufficiente per chiudere definitivamente il caso. Potrebbe arrivare una richiesta di rinvio a giudizio per Sempio, potrebbero aprirsi altri filoni oppure potrebbero emergere nuove responsabilità collaterali. Ma, fino a quando non saranno presentati elementi concreti, tutto questo deve rimanere nel campo delle ipotesi.

Ci sono poi le domande sulle prime indagini, sui reperti raccolti e su quelli che forse non furono esaminati con la necessaria attenzione. Quando un’inchiesta si concentra troppo presto su una sola persona, il rischio è quello di interpretare ogni elemento in funzione dell’ipotesi già scelta.

È un meccanismo pericoloso: prima si individua il sospettato e poi si cercano le prove adatte a confermare quella convinzione. L’investigazione dovrebbe invece procedere nella direzione opposta. Si raccolgono tutte le tracce, si analizzano senza pregiudizi e soltanto alla fine si verifica verso quale persona conducono.

A Garlasco l’arma del delitto non è mai stata trovata. Restano discussioni sull’orario della morte, sulla dinamica dell’aggressione, sulle impronte e sulle tracce biologiche non attribuite con certezza. Esistono interpretazioni differenti persino sulle lesioni riportate da Chiara e sulla possibilità che abbia tentato di difendersi.

Sono elementi troppo importanti per essere utilizzati come materiale da spettacolo.

Una delle ricostruzioni più interessanti sostiene che l’assassino possa aver portato con sé l’oggetto poi utilizzato per colpire Chiara e averlo portato via dopo il delitto. Questo non dimostrerebbe necessariamente una premeditazione completa dell’omicidio. L’ingresso nella casa potrebbe essere stato preparato, mentre l’aggressione sarebbe esplosa in seguito a una perdita di controllo.

La violenza dei colpi, lo spostamento del corpo e il tentativo di nasconderlo lungo le scale della cantina descrivono un’azione feroce, prolungata e carica di rabbia. Ma neppure questi elementi permettono automaticamente di dare un nome all’assassino.

Il comportamento racconta qualcosa della personalità di chi ha commesso il delitto, non necessariamente della sua identità.

Il vero scandalo, però, è che intorno a questa tragedia si sia costruita una specie di campionato nazionale. Ci sono gli innocentisti di Stasi, i colpevolisti di Sempio, i sostenitori delle piste alternative e quelli pronti a trasformare ogni indiscrezione in una prova definitiva.

Gli interrogatori finiscono sui social. I documenti vengono pubblicati senza contesto. Pochi secondi di un filmato diventano sufficienti per giudicare una persona. TikTok, Facebook e YouTube sostituiscono le aule giudiziarie e l’algoritmo decide quale teoria deve diventare virale.

In tutto questo rumore rischiamo di dimenticare Chiara Poggi.

Parliamo continuamente di Stasi, di Sempio, degli investigatori, dei consulenti e degli opinionisti. Molto meno della vittima, della sua famiglia e del diritto ad arrivare a una verità fondata su prove solide.

Io non so chi abbia ucciso Chiara Poggi. E diffido di chi sostiene di saperlo senza avere accesso completo agli atti e senza attendere il lavoro della magistratura.

So però che la giustizia non può essere costretta a scegliere tra due nomi soltanto perché il pubblico pretende una risposta immediata. Se le prove porteranno ad Andrea Sempio, dovrà essere celebrato un processo nel quale accusa e difesa potranno confrontarsi. Se emergeranno elementi capaci di mettere seriamente in discussione la condanna di Alberto Stasi, sarà necessario affrontare il percorso previsto per la revisione.

Ma se esiste una terza via, deve essere investigata fino in fondo.

Riconoscere questa possibilità non significa difendere qualcuno. Significa difendere il metodo, la presunzione d’innocenza e il diritto di Chiara a una verità che non sia costruita per accontentare la televisione o le tifoserie dei social.

La domanda non deve essere: Stasi o Sempio?

La domanda deve restare quella più semplice, più dolorosa e ancora oggi più importante: chi ha veramente ucciso Chiara Poggi?