Legge elettorale, emendamenti ancora aperti: il vero nodo è l’articolo 6 e la rappresentanza degli italiani all’estero

La riforma elettorale entra nella fase più delicata dell’esame parlamentare. Sul tavolo restano il possibile ritorno delle preferenze, il ballottaggio, il ruolo dei capilista e soprattutto le norme che riguardano la Circoscrizione Estero. Ma c’è anche una questione istituzionale che merita attenzione: se la legge sarà approvata, dovrebbe entrare in vigore non alle prossime elezioni politiche, ma a quelle successive.

Il percorso della nuova legge elettorale è ancora aperto e, nella fase degli emendamenti, sarebbe prematuro considerare definitive tutte le ipotesi circolate nelle ultime settimane.

Sul delicato articolo 6, quello che interviene direttamente sulla Circoscrizione Estero, al momento il confronto si concentra soprattutto su proposte soppressive. Saranno eventuali ulteriori emendamenti della maggioranza a chiarire quale assetto si intenda realmente portare fino all’approvazione.

E proprio per questo sarà necessario valutarli uno per uno, senza anticipare giudizi su testi che possono ancora cambiare.

Preferenze, ballottaggio e capilista: la partita è ancora aperta

Tra i temi destinati a entrare nel confronto ci sono il possibile ritorno delle preferenze, l’eventuale ballottaggio e il sistema dei capilista.

Se davvero si vuole restituire agli elettori un maggiore potere nella scelta dei parlamentari, il nodo dei capilista bloccatinon può essere considerato secondario.

Consentire all’elettore di esprimere preferenze ma lasciare una parte rilevante degli eletti sostanzialmente predeterminata dai partiti rischierebbe infatti di produrre una riforma a metà.

La questione è politica prima ancora che tecnica: chi decide gli eletti, il cittadino o le segreterie?

Una clausola di garanzia: la legge valga dalla legislatura successiva

C’è però un punto che dovrebbe essere introdotto nel dibattito parlamentare e che riguarda non il sistema elettorale in sé, ma la sua entrata in vigore.

La proposta è semplice: se la nuova legge verrà approvata, non dovrebbe essere utilizzata alle prime elezioni politiche successive, ma a quelle ancora dopo.

Una clausola di questo tipo avrebbe innanzitutto un valore di garanzia democratica.

Ogni maggioranza parlamentare ha piena legittimità nel modificare la legge elettorale. Ma quando le nuove regole vengono approvate dalla stessa maggioranza che potrebbe immediatamente beneficiarne alle elezioni successive, diventa inevitabile il sospetto che il sistema sia stato costruito anche sulla convenienza del momento.

Rinviarne l’applicazione di una legislatura cambierebbe radicalmente il quadro.

Chi approva la legge saprebbe di non poterne necessariamente raccogliere i vantaggi immediati.

E gli elettori avrebbero anche la possibilità di giudicare politicamente quella riforma prima che venga utilizzata per eleggere il nuovo Parlamento.

Il tempo per un eventuale giudizio della Corte costituzionale

C’è poi una seconda ragione.

La materia elettorale ha già prodotto in passato importanti interventi della Corte costituzionale, soprattutto su premi di maggioranza, liste bloccate e modalità attraverso le quali viene garantita agli elettori una reale possibilità di scelta.

Una riforma ampia potrebbe nuovamente sollevare questioni di legittimità costituzionale.

Entrare immediatamente in vigore significherebbe correre il rischio di celebrare elezioni con una normativa successivamente sottoposta a censura.

Un’applicazione differita offrirebbe invece il tempo necessario perché eventuali questioni di costituzionalità possano essere affrontate prima che la legge produca effetti sulla composizione del Parlamento.

Non sarebbe una misura contro la maggioranza attuale.

Sarebbe una garanzia destinata a valere per qualunque maggioranza futura.

Italiani all’estero, il problema non è soltanto il collegio

Per la Circoscrizione Estero la discussione non può limitarsi alla dimensione dei collegi o al numero delle ripartizioni.

Esiste anche una questione più generale relativa al diritto di elettorato passivo.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di garantire che un cittadino italiano residente all’estero possa concorrere pienamente anche nei collegi del territorio nazionale, senza che la residenza fuori dall’Italia diventi un ostacolo ingiustificato alla partecipazione politica.

Il principio dovrebbe essere reciproco.

Se un cittadino residente in Italia può candidarsi per rappresentare gli italiani all’estero nelle condizioni previste dalla legge, allora un cittadino residente a Sydney, Londra, Buenos Aires o New York dovrebbe poter concorrere anche per un seggio sul territorio nazionale.

L’iscrizione all’AIRE non può trasformarsi in una cittadinanza politica ridotta.

Vivere fuori dai confini nazionali non significa essere meno italiani.

Una riforma che deve guardare oltre la convenienza immediata

La legge elettorale non dovrebbe essere costruita pensando soltanto a chi governa oggi o a chi potrebbe vincere domani.

È una delle regole fondamentali della democrazia e dovrebbe essere scritta con un criterio molto semplice: essere accettabile anche quando a utilizzarla sarà l’avversario politico.

È questo il vero test di una buona riforma.

Da qui la proposta di differirne l’entrata in vigore e, contemporaneamente, utilizzare l’esame parlamentare per correggere le distorsioni che riguardano gli italiani nel mondo.

Perché la sfida non è soltanto decidere come si eleggerà il prossimo Parlamento.

È stabilire quali regole vogliamo lasciare a quelli che verranno dopo.

E per milioni di italiani residenti all’estero significa anche affermare un principio elementare: non soltanto poter votare l’Italia, ma poterla rappresentare pienamente, ovunque si viva.