La riforma arriva al passaggio decisivo del Senato con il lavoro della Commissione Affari costituzionali ancora in corsa contro il tempo. L’Aula è convocata per il 9 settembre alle 10, appena un’ora dopo una nuova seduta della Commissione. Per la circoscrizione Estero restano sul tavolo modelli radicalmente diversi: il testo approvato dalla Camera riduce le ripartizioni, Roberto Menia propone quattro collegi al Senato e otto aree di voto alla Camera, mentre una serie di emendamenti punta a cancellare o neutralizzare il nuovo assetto. La certezza, al momento, è una sola: nulla può ancora essere considerato acquisito.
di Emanuele Esposito
La legge elettorale entra nelle ore più delicate del suo percorso parlamentare e, per gli italiani all’estero, l’incertezza invece di diminuire aumenta.
Il calendario ufficiale del Senato lascia pochissimo spazio: la Commissione Affari costituzionali è convocata nuovamente alle 9 di domani per noi australia (9 settembre ) , mentre appena un’ora dopo, alle 10, il disegno di legge n. 1971 è già iscritto all’ordine del giorno dell’Assemblea. Le dichiarazioni di voto e la votazione finale sono previste, secondo il calendario di Palazzo Madama, per il 15 settembre alle 10.
È una scansione che rende sempre più concreta la possibilità che la Commissione non riesca a completare l’intero esame degli emendamenti prima dell’approdo in Aula.
Al momento in cui scriviamo, l’ultimo resoconto ufficiale disponibile della seduta antimeridiana dell’8 settembre registra l’esame degli emendamenti compresi tra 1.61 e 1.83, con l’1.67 accantonato e gli altri respinti. Sono state convocate ulteriori sedute nel pomeriggio, in serata e alle 9 del 9 settembre, ma il fascicolo complessivo resta molto ampio.
Il punto politico è quindi semplice: la vera partita rischia ormai di giocarsi direttamente nell’Aula del Senato.
Il voto estero resta senza una soluzione definitiva
Per le comunità italiane nel mondo il passaggio determinante continua a essere l’articolo 6.
Il testo arrivato dalla Camera modifica profondamente l’impianto della legge Tremaglia.
Per l’elezione della Camera, le attuali quattro ripartizioni verrebbero ridotte sostanzialmente a due: Europa e Americhe, Africa, Asia, Oceania e Antartide.
Per il Senato, invece, il testo prevede che il voto venga conteggiato nell’ambito dell’intera circoscrizione Estero, superando di fatto le quattro ripartizioni territoriali oggi esistenti.
Per chi vive in Australia il cambiamento sarebbe rilevante.
L’attuale ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide perderebbe, alla Camera, la propria autonomia come area distinta e verrebbe inserita in una macro-ripartizione insieme alle Americhe. Al Senato, invece, l’intero elettorato estero concorrerebbe su scala mondiale.
Il problema non è soltanto geografico.
È un problema di rappresentanza politica.
Una comunità australiana dovrebbe competere, direttamente o indirettamente, con bacini elettorali enormemente più grandi e con realtà migratorie molto diverse per storia, consistenza numerica e partecipazione al voto.
Menia propone una strada completamente diversa
È in questo quadro che assume particolare importanza l’emendamento 6.2 del senatore Roberto Menia, Fratelli d’Italia.
La proposta non corregge semplicemente qualche dettaglio del testo.
Introduce un modello differente.
Per il Senato manterrebbe le attuali quattro ripartizioni, ciascuna trasformata in collegio elettorale.
Per la Camera, invece, prevederebbe otto aree di voto: tre in Europa, due nel Nord America, due nel Sud America e una comprendente Africa, Asia, Oceania e Antartide.
La distribuzione concreta degli Stati all’interno delle diverse aree verrebbe stabilita con decreto del ministro dell’Interno, di concerto con il ministro degli Affari esteri, tenendo conto della distribuzione dei cittadini italiani residenti all’estero.
Per l’Australia, quindi, rimarrebbe riconoscibile una dimensione territoriale autonoma insieme agli altri Paesi dell’attuale ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide.
Ma l’emendamento Menia non interviene soltanto sulla geografia.
Modifica anche le modalità attraverso cui verrebbero individuati gli eletti, introducendo un sistema basato sulla cifra elettorale individuale dei candidati nei rispettivi collegi e prevedendo il nome del candidato prestampato sulla scheda.
È quindi una proposta che deve essere valutata nel suo insieme: territorio, candidati e trasformazione dei voti in seggi.
Dall’altra parte gli emendamenti che cercano di fermare l’articolo 6
Esiste poi un fronte completamente diverso.
Una serie di proposte emendative punta a eliminare l’articolo 6 o a sopprimerne le componenti essenziali.
Nel fascicolo figurano, tra gli altri, numerosi emendamenti firmati da Francesco Giacobbe, Francesca La Marca, Andrea Giorgis, Dario Parrini e altri senatori del Partito Democratico, che intervengono in successione sui diversi commi e lettere dell’articolo.
L’emendamento 6.3, ad esempio, propone di sopprimere il comma 1; il 6.35 punta alla soppressione del comma 2. Numerose altre proposte intervengono sulle singole disposizioni con l’obiettivo di smontare il nuovo assetto previsto dal testo approvato dalla Camera.
Il Parlamento si trova quindi davanti a tre direzioni sostanzialmente differenti.
La prima è lasciare in piedi il testo della Camera, con due ripartizioni per Montecitorio e un’unica circoscrizione mondiale per Palazzo Madama.
La seconda è costruire un modello alternativo, come quello proposto da Menia.
La terza è fermare, integralmente o nelle sue parti fondamentali, il ridisegno della circoscrizione Estero.
Nessuno può ancora dichiarare vittoria
Questo è forse il punto più importante per le comunità italiane all’estero.
In queste settimane sono state avanzate proposte, rivendicate modifiche e presentate diverse interpretazioni del possibile nuovo sistema.
Ma nessuna di queste può ancora essere raccontata come legge.
La proposta Menia non è stata approvata.
Le proposte soppressive non sono state approvate.
Il testo della Camera, pur essendo il testo base arrivato al Senato, può ancora essere modificato dall’Assemblea.
È quindi prematuro attribuire vittorie politiche a una parte o all’altra.
La verifica arriverà soltanto attraverso i voti.
L’Aula può ridisegnare tutto
Il possibile approdo senza mandato al relatore aumenta ulteriormente l’incertezza.
ANSA aveva già segnalato nei giorni scorsi come fosse difficile completare il lavoro della Commissione entro il 9 settembre e come, in quel caso, le proposte di modifica sarebbero state affrontate direttamente in Aula.
Questo significa che emendamenti politicamente decisivi potrebbero trovare il loro vero momento di confronto davanti all’intero Senato.
Per la circoscrizione Estero non è un dettaglio procedurale.
Significa che il destino delle ripartizioni potrebbe essere deciso all’interno di una trattativa politica più ampia sulla nuova legge elettorale.
Il voto estero dentro una partita nazionale molto più grande
L’articolo 6, infatti, non vive isolato.
La maggioranza sta discutendo anche del premio di governabilità, delle soglie necessarie per ottenerlo, delle preferenze e del possibile ballottaggio.
L’ipotesi del doppio turno ha perso progressivamente forza, mentre resta aperta la questione della soglia del premio, con una proposta di Fratelli d’Italia per ridurla dal 42 al 41 per cento.
Questo rende il voto estero parte di un negoziato molto più ampio.
Un emendamento può diventare merce di mediazione.
Una modifica può essere accantonata per trovare un accordo su un’altra parte della legge.
E una questione che riguarda milioni di italiani residenti fuori dai confini nazionali rischia di essere decisa all’interno degli equilibri complessivi tra i partiti.
Per l’Australia il problema è la rappresentanza territoriale
Dalla prospettiva australiana, la domanda resta molto concreta.
Chi rappresenterà l’Australia nel prossimo Parlamento?
Non nel senso del nome del candidato, che naturalmente dipenderà dal voto.
La questione è se il sistema consentirà ancora alle comunità dell’area Africa-Asia-Oceania-Antartide di avere uno spazio elettorale riconoscibile oppure se dovranno competere all’interno di aggregazioni enormemente più grandi.
La legge Tremaglia nacque anche per stabilire un rapporto tra rappresentanza e territorio.
Dopo la riduzione costituzionale del numero dei parlamentari eletti all’estero, quel rapporto è già diventato più debole.
Un ulteriore accorpamento renderebbe inevitabilmente più difficile mantenere un collegamento diretto tra elettore ed eletto.
Il modello Menia tenta di rispondere al problema attraverso aree di voto più circoscritte alla Camera e conservando le quattro ripartizioni al Senato.
Gli emendamenti soppressivi puntano invece, con modalità differenti, a impedire che entri in vigore il ridisegno contenuto nel testo base.
Sarà il voto parlamentare a stabilire quale impostazione prevarrà.
E qualsiasi modifica farà tornare il testo alla Camera
C’è infine un passaggio che spesso scompare dalla discussione.
Il Senato non ha l’ultima parola se modifica il disegno di legge.
Il testo è stato già approvato dalla Camera il 16 luglio. Qualsiasi modifica introdotta a Palazzo Madama comporterebbe quindi un nuovo passaggio a Montecitorio. L’iter ufficiale del Senato conferma che il ddl 1971 è attualmente alla seconda lettura parlamentare.
Anche per questo il 15 settembre, pur essendo indicato come giorno della votazione finale al Senato, potrebbe non rappresentare la conclusione definitiva della riforma.
L’incertezza aumenta
Alla vigilia dell’Aula, dunque, non c’è ancora una risposta definitiva per gli italiani all’estero.
C’è il testo della Camera.
C’è la proposta Menia.
Ci sono gli emendamenti di Giacobbe, La Marca e degli altri senatori che cercano di modificare o sopprimere parti fondamentali dell’articolo 6.
C’è soprattutto un calendario che sta portando rapidamente la discussione fuori dalla Commissione e dentro l’Aula.
È lì che adesso si giocherà la partita vera.
Per gli italiani nel mondo non sarà sufficiente sapere quale partito avrà ottenuto un successo tattico. Bisognerà leggere il testo che uscirà dalle votazioni e capire se conserverà un rapporto reale tra territorio e rappresentanza.
Per Australia, Africa e Asia la domanda rimane aperta.
E, a poche ore dall’inizio della discussione a Palazzo Madama, l’incertezza è maggiore, non minore.
