Opinione di Emanuele Esposito
Il film visto fino a oggi potrebbe essere stato soltanto il prologo. Sul caso Garlasco restano domande che, a distanza di quasi vent’anni, continuano a pesare. A mio giudizio, Alberto Stasi è diventato la seconda vittima di questa vicenda dopo Chiara Poggi: una convinzione che nasce dalle criticità emerse nel tempo sulle indagini del 2007 e dalla riapertura di un quadro investigativo che impone oggi di rileggere molti elementi. Le sentenze hanno stabilito una verità giudiziaria e quella verità resta valida fino a quando un eventuale procedimento di revisione non stabilirà diversamente. Ma se siamo ancora qui, nel 2026, a discutere di nuove tracce, DNA, consulenze e accertamenti, significa che qualcosa merita di essere approfondito fino in fondo.
Bisogna allora liberarsi dalle narrazioni costruite negli anni e tornare ai fatti. Il vero passaggio decisivo non sarà televisivo né mediatico. Sarà quello che potrà essere accertato nelle sedi giudiziarie, attraverso le prove e il loro confronto.
Più volte ho sostenuto, come altri giornalisti che seguono da tempo questa vicenda, l’ipotesi che nella villetta potesse esserci più di una persona. Resta un’ipotesi, naturalmente, e dovrà essere la magistratura a stabilire se abbia o meno consistenza. Ma è anche su questo terreno che, a mio avviso, potrebbe giocarsi una parte importante della nuova fase dell’inchiesta.
La difesa di Stasi mantiene comprensibilmente il massimo riserbo. Ed è corretto così. Ci sono elementi nuovi e tracce ancora al vaglio. Sarà il loro confronto con quanto sta emergendo dall’inchiesta in corso a stabilire se possano realmente incidere sulla ricostruzione del delitto.
Non servono anticipazioni e non servono sentenze pronunciate sui giornali. Servono risultati.
Anche la scelta dell’indagato di non rispondere o di non sottoporsi ad alcuni accertamenti, quando esercitata nei limiti previsti dalla legge e su indicazione dei difensori, è un diritto e non può essere considerata prova di colpevolezza. Sul piano mediatico, tuttavia, i molti silenzi che hanno accompagnato questa vicenda continuano inevitabilmente ad alimentare interrogativi. È proprio per questo che ogni conclusione deve essere lasciata agli atti e agli accertamenti.
Non mi ergo a giudice né ad accusatore. Gli avvocati di Alberto Stasi stanno facendo il loro lavoro, come è giusto che sia. E il lavoro della difesa sembra ormai rivolto anche alla prospettiva concreta di una revisione del processo. Una revisione che, se verrà presentata, dovrà fondarsi su elementi nuovi e giuridicamente rilevanti, non sulle opinioni di chi racconta il caso.
Ma c’è un punto che non andrebbe mai dimenticato: Alberto Stasi non è soltanto l’uomo condannato per l’omicidio di Chiara Poggi. Era anche il suo fidanzato. Ha perso Chiara e, contemporaneamente, è diventato per anni il volto pubblico del delitto.
Le immagini dell’arresto, i titoli, i giudizi pronunciati prima ancora della conclusione dell’iter processuale fanno parte della storia mediatica di Garlasco. E dovrebbero ricordarci quanto sia pericoloso confondere l’informazione con il tribunale.
È anche per questo che Stasi ha interesse a conoscere fino in fondo ciò che accadde quella mattina. La verità giudiziaria oggi esiste ed è quella della condanna definitiva. Ma la nuova indagine e l’eventuale revisione possono aprire ulteriori passaggi, e sarà soltanto la giustizia a stabilire se quella ricostruzione debba restare immutata oppure essere rimessa in discussione.
Noi rispettiamo il riserbo della difesa e quello degli investigatori. Ma possiamo dire che siamo entrati nel secondo tempo di questa triste storia.
Ci sono nuove verifiche. Ci sono tracce sottoposte ad analisi. C’è il tema genetico. C’è un’indagine che procede e una difesa che lavora su più fronti. Elementi che non autorizzano oggi a indicare colpevoli diversi, ma che impediscono altrettanto di considerare definitivamente esaurito ogni interrogativo sul caso.
E se da questi accertamenti dovessero emergere fatti incompatibili con quanto ritenuto fino a oggi, allora non basterà archiviarli con un semplice «ci siamo sbagliati». Bisognerà capire come e perché determinate valutazioni siano state compiute, quali errori possano esserci stati e se qualcuno abbia avuto informazioni che avrebbero dovuto essere approfondite diversamente.
A chi continua a trasformare ogni confronto sul caso in una guerra personale, attraverso minacce, querele annunciate e reciproche accuse, rivolgo invece un invito semplice: lasciamo parlare gli atti.
Non saranno i social, gli opinionisti o i titoli più aggressivi a stabilire la verità.
Saranno le prove.
E qualcosa si sta muovendo.
Non sappiamo ancora quale sarà il punto di arrivo né quando arriverà. Potrebbero servire giorni, settimane o più tempo. Ma la fase che si sta aprendo appare diversa da quella che abbiamo seguito fino a oggi.
Se emergeranno nuovi fatti, molti giudizi dovranno essere riletti. E se quegli elementi dovessero modificare realmente il quadro, qualcuno dovrà avere il coraggio di chiedere scusa. Prima di tutto a Chiara Poggi. E, se la giustizia dovesse un giorno riconoscergli una diversa verità, anche ad Alberto Stasi.
