Voto estero, il Senato chiude la partita sugli emendamenti: Menia ritira le sue proposte, respinti quelli degli eletti PD. Borghese resta in silenzio
Il confronto sulla rappresentanza degli italiani all’estero ha prodotto il suo primo verdetto politico nell’Aula del Senato. Francesco Giacobbe e gli eletti all’estero del Partito Democratico hanno difeso la territorialità della legge Tremaglia, ma i loro emendamenti sono stati respinti. Roberto Menia, FdI, dopo aver criticato gli effetti della riforma su Australia e Nord America, ha ritirato tutti gli emendamenti a sua firma su richiesta del Governo e per disciplina di coalizione. Resta inoltre un dato politico: Mario Borghese, senatore del MAIE, movimento nato proprio tra gli italiani all’estero, non ha presentato alcun emendamento sull’articolo 6 e non è intervenuto nel dibattito d’Aula.
La battaglia sulla riforma della rappresentanza degli italiani all’estero è arrivata al suo momento decisivo nell’Aula del Senato.
Dopo gli interventi di Francesco Giacobbe e Roberto Menia, da posizioni politiche differenti ma accomunati dalle critiche agli effetti territoriali della riforma, sono arrivati anche gli esiti parlamentari.
Menia ha ritirato tutti gli emendamenti a sua firma. Gli emendamenti presentati dagli eletti all’estero del Partito Democratico sono stati respinti.
È questo il dato politico che resta dopo ore di discussione.
Al centro del confronto c’era l’articolo 6 della riforma elettorale e il futuro della Circoscrizione Estero, soprattutto quel principio di rappresentanza territoriale che aveva costituito uno dei pilastri politici della battaglia di Mirko Tremaglia.
Giacobbe: il rischio è perdere la rappresentanza dei territori
Francesco Giacobbe, senatore del Partito Democratico eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, ha difeso l’equilibrio costruito dalla legge Tremaglia tra proporzionalità e territorialità.
La sua critica ha riguardato soprattutto il rischio che, con l’accorpamento delle attuali ripartizioni, alcune comunità possano perdere una possibilità concreta di eleggere un proprio rappresentante.
Il riferimento è stato in particolare a Nord America e Africa-Asia-Oceania-Antartide, aree numericamente più piccole rispetto al Sud America e quindi potenzialmente penalizzate in collegi enormemente più estesi.
Giacobbe ha inoltre contestato la possibilità concreta di rappresentare efficacemente un collegio mondiale.
Australia, Africa, Asia, Europa, Nord e Sud America presentano esigenze consolari, sociali e amministrative profondamente diverse. Riunirle in collegi sempre più vasti significa, secondo la critica avanzata in Aula, indebolire inevitabilmente il rapporto diretto fra elettori ed eletti.
Da qui la richiesta di coinvolgere maggiormente Comites, CGIE e comunità italiane nel mondo prima di modificare un sistema che incide direttamente sulla loro rappresentanza.
La risposta dell’Aula, però, è arrivata con il voto: gli emendamenti degli eletti all’estero del PD sono stati respinti.
Menia critica la riforma, poi ritira tutti gli emendamenti
Particolarmente significativo l’intervento di Roberto Menia, senatore di Fratelli d’Italia e figura politicamente legata alla tradizione di Mirko Tremaglia.
Menia aveva presentato tre emendamenti, mettendo nero su bianco alcune delle criticità della riforma.
Il senatore ha sottolineato come il maggiore peso elettorale del Sud America possa penalizzare Nord America e Australia, indebolendo proprio quella territorialità che aveva caratterizzato il modello originario del voto estero.
Ha inoltre difeso il principio secondo cui chi si candida nella Circoscrizione Estero dovrebbe avere un autentico legame con le comunità che intende rappresentare, sostenendo il requisito della residenza all’estero.
Le sue parole hanno assunto un peso particolare perché provenienti da un esponente della maggioranza.
Menia ha quindi riconosciuto apertamente che la nuova architettura presenta problemi.
Ma alla fine ha prevalso la disciplina politica.
Il senatore di Fratelli d’Italia ha ritirato tutti gli emendamenti a sua firma.
Il 6.2 e la difesa delle ripartizioni
Il più significativo era l’emendamento 6.2, con cui Menia proponeva una diversa articolazione territoriale della Circoscrizione Estero.
L’idea prevedeva quattro collegi per il Senato e otto per la Camera, con l’obiettivo di conservare un rapporto territoriale più stretto fra elettori e rappresentanti.
Gli altri due emendamenti, 6.16 e 6.17, intervenivano invece sulle candidature, prevedendo che chi si presenta all’estero debba essere residente oltreconfine; uno dei due introduceva anche un requisito biennale di residenza.
La ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati aveva invitato Menia al ritiro.
Il senatore aveva anticipato che avrebbe rispettato la linea della coalizione.
Alla fine lo ha fatto.
Tutte le sue proposte sono state ritirate.
Il significato politico del ritiro
È probabilmente questo uno dei passaggi più importanti dell’intera giornata.
Menia ha riconosciuto pubblicamente le criticità della riforma.
Ha sostenuto che Australia e Nord America rischiano di essere penalizzati.
Ha presentato emendamenti per correggere il testo.
Ma quando il Governo gli ha chiesto di ritirarli, ha scelto la disciplina di coalizione.
Questo non cancella il valore delle obiezioni poste in Aula, ma chiarisce il risultato politico finale: la maggioranza ha scelto di non modificare il testo su questi punti.
Le perplessità restano quindi negli atti parlamentari.
Gli emendamenti no.
Respinti gli emendamenti degli eletti PD all’estero
Dall’altra parte, gli eletti all’estero del Partito Democratico hanno portato le proprie proposte fino al voto.
Giacobbe aveva firmato o cofirmato un ampio pacchetto di emendamenti all’articolo 6, finalizzati, con formulazioni differenti, a salvaguardare la territorialità, sopprimere alcune delle nuove disposizioni o rinviarne l’applicazione.
Le proposte sono state respinte.
Il risultato parlamentare conferma quindi la volontà della maggioranza di procedere sull’impianto della riforma senza accogliere le principali modifiche richieste dagli eletti all’estero del PD.
Politicamente, la differenza è netta.
Da una parte, emendamenti presentati e poi ritirati.
Dall’altra, emendamenti presentati, discussi e bocciati.
Il risultato finale, però, è lo stesso: nessuna correzione sostanziale sul nodo della territorialità.
Malpezzi e Scalfarotto: il rapporto fra eletti e comunità
Nel corso del dibattito sono intervenuti anche altri senatori.
Simona Malpezzi, PD, ha ricordato il lavoro quotidiano svolto dagli eletti all’estero su questioni concrete come pensioni, SPID, servizi consolari e rapporti con la pubblica amministrazione italiana.
Ivan Scalfarotto, Italia Viva, ha contestato l’eccessiva estensione dei nuovi collegi, richiamando il rischio di spezzare il rapporto fra rappresentante e territorio.
Anche Francesca La Marca è intervenuta nell’ambito della discussione sugli emendamenti.
Il punto sollevato da più parti è stato sempre lo stesso: quanto può diventare grande una circoscrizione prima che la rappresentanza perda il proprio contenuto reale?
Il silenzio di Mario Borghese
E poi c’è un altro dato politico che merita di essere registrato.
Mario Borghese, senatore del MAIE – Movimento Associativo Italiani all’Estero, non ha presentato alcun emendamento all’articolo 6 e non è intervenuto nel dibattito d’Aula.
Il dato assume un peso particolare proprio per la natura del movimento cui appartiene.
Il MAIE nasce all’estero e ha costruito la propria identità politica attorno alla rappresentanza delle comunità italiane nel mondo.
Eppure, mentre Giacobbe e gli altri eletti PD hanno presentato e portato al voto le proprie proposte, e mentre Menia, pur appartenendo alla maggioranza, ha ritenuto necessario presentare correttivi e spiegare pubblicamente le proprie perplessità, dal senatore del MAIE non è arrivato né un emendamento né un intervento in Aula su questo passaggio.
Non è necessario aggiungere interpretazioni.
Il dato è politico e parlamentare. Le conclusioni possono trarle direttamente gli italiani all’estero.
Australia fra le aree più penalizzate
Per la comunità italiana in Australia, la questione resta particolarmente delicata.
L’attuale ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide garantisce una propria dimensione territoriale.
La riforma cambia radicalmente questo equilibrio.
Alla Camera, l’Australia verrebbe inserita in una macro-area molto più ampia, insieme ad altre regioni extraeuropee; al Senato, la rappresentanza diventerebbe mondiale.
Il problema denunciato da Giacobbe e riconosciuto anche da Menia è semplice: il diverso peso numerico delle comunità rischia di trasformarsi in un diverso peso politico.
Sud America e altre aree molto più popolose sul piano elettorale potrebbero avere una capacità di incidere enormemente superiore rispetto ad Australia, Oceania, Africa o Nord America.
Formalmente tutti continueranno ad avere diritto di voto.
Ma la possibilità effettiva di eleggere un rappresentante legato al proprio territorio potrebbe cambiare radicalmente.
La territorialità esce sconfitta
È questo, al termine della discussione sugli emendamenti, il vero risultato politico.
L’opposizione ha chiesto di preservare la territorialità.
Un senatore della maggioranza come Menia ha riconosciuto il problema e presentato una soluzione alternativa.
Il Governo ha chiesto il ritiro.
Menia ha ritirato.
Gli emendamenti degli eletti all’estero del PD sono stati respinti.
E il senatore del MAIE non ha presentato proposte né preso la parola.
La territorialità della rappresentanza degli italiani all’estero esce quindi sconfitta da questo passaggio parlamentare.
Non viene cancellato il voto estero.
Ma cambia profondamente il modo in cui quel voto potrà tradursi in rappresentanza.
Ed è proprio qui che si misura la distanza fra il mantenimento formale di un diritto e la sua effettiva capacità di dare voce a territori e comunità.
Per Australia, Africa, Asia, Oceania e Nord America, la questione non è teorica.
È molto concreta.
Si continuerà a votare. Ma essere rappresentati potrebbe diventare molto più difficile.
