Deep View, ventisettesima puntata: 29 ottobre 1969, le due lettere che accesero Internet

Doveva essere scritto “LOGIN”. Il computer si bloccò dopo appena due lettere: “LO”. Da quel collegamento tra UCLA e Stanford Research Institute cominciò una rivoluzione destinata a cambiare informazione, lavoro, comunicazione e vita quotidiana. Cinquantasette anni dopo, uno dei protagonisti di quella notte guarda già alla prossima trasformazione: l’intelligenza artificiale.

Sono le 22.30 del 29 ottobre 1969.

In una stanza della UCLA, l’Università della California a Los Angeles, un piccolo gruppo di ricercatori si prepara a compiere un esperimento.

Non esistono smartphone.

Non esiste Google.

Non esistono social network, streaming, WhatsApp o il World Wide Web.

E nessuno sta pensando di “andare online”.

L’obiettivo è molto più semplice: far comunicare due computer lontani attraverso una rete sperimentale chiamata ARPANET.

Da una parte c’è UCLA.

Dall’altra lo Stanford Research Institute, nel nord della California.

Il programmatore Charley Kline, sotto la supervisione del professor Leonard Kleinrock, comincia a digitare il comando necessario per collegarsi al computer remoto.

LOGIN.

Digita la L.

Dall’altra parte confermano: ricevuta.

Poi la O.

Ricevuta anche quella.

Arriva la G.

Il sistema si blocca.

Il primo messaggio host-to-host trasmesso attraverso ARPANET rimane così composto da appena due lettere:

LO

Poco dopo il sistema viene riavviato e il comando completo riesce a passare. Ma quelle prime due lettere sono ormai entrate nella storia. UCLA conserva ancora il registro originale dell’esperimento e Kleinrock ha raccontato più volte quel momento come il giorno in cui la nascente rete pronunciò le proprie “prime parole”.

Il futuro entra nella stanza

Quella sera non nasce ancora Internet nel senso in cui lo intendiamo oggi.

ARPANET era una rete sperimentale finanziata dall’Advanced Research Projects Agency del governo statunitense, nata per permettere a diversi centri di ricerca di condividere risorse informatiche.

Ma dentro quell’esperimento c’era già un principio rivoluzionario:

computer differenti potevano comunicare attraverso una rete.

Alla fine del 1969 ARPANET avrebbe collegato quattro nodi: UCLA, Stanford Research Institute, University of California Santa Barbara e University of Utah.

Quattro punti su una mappa.

Oggi miliardi di dispositivi comunicano continuamente.

La distanza tra quelle due realtà misura una delle trasformazioni tecnologiche più profonde della storia contemporanea.

La rivoluzione dei pacchetti

Dietro ARPANET c’era una nuova maniera di concepire la trasmissione dei dati.

Le informazioni potevano essere suddivise in pacchetti, instradate attraverso una rete e ricostruite alla destinazione.

Leonard Kleinrock aveva lavorato già negli anni Sessanta alla teoria matematica delle reti di comunicazione a pacchetto, fornendo parte delle basi teoriche che avrebbero reso possibile lo sviluppo della nuova infrastruttura.

Oggi tutto questo è invisibile.

Mandiamo una fotografia.

Apriamo un articolo.

Guardiamo un video.

Facciamo una videochiamata.

Dietro ogni gesto c’è un’enorme quantità di dati che viene divisa, trasmessa e ricomposta.

Nel 1969 era un’idea radicale.

Il computer smetteva lentamente di essere soltanto una macchina isolata.

Diventava un punto dentro una rete.

Ed è forse qui la vera rivoluzione.

Non il singolo computer.

La connessione tra i computer.

Da ARPANET a Internet

Internet non nacque in una sera.

Servirono anni di ricerca, nuovi protocolli, altre reti e il lavoro di molti scienziati e ingegneri.

Uno dei passaggi fondamentali arrivò con lo sviluppo del TCP/IP, il sistema di protocolli che permetteva a reti differenti di comunicare tra loro.

Il 1° gennaio 1983, ARPANET passò ufficialmente al TCP/IP.

È una data fondamentale perché rappresenta uno dei passaggi decisivi verso quella che chiamiamo Internet: non più soltanto una rete, ma una rete di reti.

Ed è importante distinguere Internet dal World Wide Web.

Non sono la stessa cosa.

Internet è l’infrastruttura attraverso la quale le reti comunicano.

Il Web arriverà dopo.

Poi arrivò il Web

Nel 1989, al CERN di Ginevra, il fisico e informatico britannico Tim Berners-Lee propose un sistema per collegare e consultare informazioni distribuite su computer diversi attraverso l’ipertesto.

Nasceva l’idea del World Wide Web.

Alla fine del 1990 Berners-Lee aveva già realizzato elementi fondamentali come HTML, HTTP e URL, insieme al primo server e al primo browser Web.

Poi arrivò un’altra decisione determinante.

Il 30 aprile 1993, il CERN rese il software del Web liberamente disponibile.

Quella scelta contribuì in maniera decisiva alla sua diffusione.

Da quel momento la crescita fu impressionante.

Siti.

Browser.

Motori di ricerca.

Portali.

E-commerce.

Giornali.

Social network.

Video.

Milioni e poi miliardi di persone cominciarono ad abitare digitalmente una rete che, meno di venticinque anni prima, aveva trasmesso soltanto:

L. O.

Quando Internet entrò nelle redazioni

Per il giornalismo, la trasformazione è stata enorme.

Per più di un secolo il quotidiano aveva avuto un ritmo preciso.

Si raccoglievano le notizie.

Si scriveva.

Si chiudeva il giornale.

Si stampava.

Il lettore avrebbe saputo cosa era successo acquistando l’edizione successiva.

Internet distrusse quella scansione del tempo.

La notizia poteva essere pubblicata immediatamente.

Aggiornata.

Corretta.

Arricchita con fotografie.

Audio.

Video.

Documenti.

E poteva raggiungere contemporaneamente un lettore a pochi metri dalla redazione e uno dall’altra parte del pianeta.

Per gli italiani all’estero, questa trasformazione ha avuto un significato ancora più evidente.

Per decenni la distanza dall’Italia significava anche distanza dall’informazione.

I giornali arrivavano in ritardo.

La televisione italiana non era sempre accessibile.

Le telefonate internazionali costavano.

Oggi una notizia pubblicata a Roma può essere letta a Sydney pochi secondi dopo.

La distanza geografica resta.

Quella informativa si è quasi dissolta.

Poi siamo diventati tutti editori

La rivoluzione successiva è arrivata con i social network.

Per la prima volta la capacità di distribuire informazioni a grandi pubblici non apparteneva più soltanto a giornali, radio e televisioni.

Chiunque avesse uno smartphone poteva pubblicare.

Una fotografia.

Un video.

Un’opinione.

Una testimonianza.

Una guerra poteva essere documentata da chi si trovava sul posto prima ancora che arrivasse un reporter.

Una manifestazione poteva essere trasmessa in diretta da un telefono.

È stata una democratizzazione straordinaria.

Ma ha prodotto anche un problema enorme.

Se tutti possono pubblicare, chi verifica?

Internet aveva quasi eliminato la distanza.

Non aveva eliminato il problema della verità.

Lo aveva, semmai, reso ancora più complesso.

Una notizia falsa può attraversare il pianeta con la stessa velocità di una notizia vera.

E spesso arriva prima.

E siamo arrivati all’intelligenza artificiale

Cinquantasette anni dopo quel primo “LO”, siamo entrati in una nuova fase.

L’intelligenza artificiale non si limita più a trasportare o organizzare informazioni.

Può produrle.

Scrivere.

Tradurre.

Riassumere.

Generare immagini.

Creare video.

Analizzare grandi quantità di documenti.

Rispondere a domande.

La questione per il giornalismo torna quindi a essere sorprendentemente simile:

che cosa resta dell’uomo quando cambia lo strumento?

La risposta non può essere soltanto tecnologica.

Riguarda la responsabilità.

Una macchina può aiutare a cercare.

Può confrontare dati.

Può rendere più rapido il lavoro.

Ma pubblicare qualcosa come vero rimane un atto editoriale.

La tecnologia cambia.

Il dovere di verificare resta.

Kleinrock, dal primo messaggio all’AI

Ed è proprio questo che rende particolarmente interessante il documento scelto per questa puntata di Deep View.

Nel marzo 2026, Leonard Kleinrock è tornato a raccontare quella notte durante una lunga conversazione con Evan Lovett per “L.A. in a Minute”.

Non ha parlato soltanto della nascita della rete.

Ha parlato anche del futuro dell’intelligenza artificiale. UCLA ha presentato l’intervista proprio come un dialogo sulla nascita di Internet e sulle speranze di Kleinrock per il futuro dell’AI.

È quasi la chiusura di un cerchio.

L’uomo che si trovava nella stanza quando due computer riuscirono a scambiarsi “LO” osserva oggi un mondo nel quale miliardi di dispositivi comunicano continuamente e nel quale le macchine non si limitano più a trasferire informazioni.

Cominciano anche a generarle.

Kleinrock ha ricordato che, nel 1969, il gruppo era concentrato soprattutto sulla soluzione di un difficile problema ingegneristico.

Non stavano pensando a TikTok.

Non stavano pensando a Google.

Non potevano immaginare lo smartphone.

Le piattaforme social.

Il giornale letto dall’altra parte del mondo.

E certamente non l’intelligenza artificiale generativa.

Eppure tutto questo appartiene anche alla storia iniziata in quella stanza.

Due lettere

Ci sono momenti storici che tutti riconoscono immediatamente.

Un uomo sulla Luna.

La caduta di un Muro.

Un attentato trasmesso in diretta.

Altri sembrano insignificanti nel momento in cui accadono.

Un giovane programmatore preme un tasto.

Dall’altra parte qualcuno conferma che la lettera è arrivata.

Poi un’altra.

Il sistema si blocca.

Fine.

O almeno così poteva sembrare.

In realtà era soltanto l’inizio.

L.

O.

Due lettere che non significavano quasi nulla.

E che oggi possiamo leggere simbolicamente come l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato quasi tutto.

Il modo in cui lavoriamo.

Studiamo.

Compriamo.

Ci informiamo.

Ci innamoriamo.

Discutiamo.

Facciamo politica.

Raccontiamo una guerra.

Leggiamo un giornale.

Ricordiamo il passato.

E persino il modo in cui immaginiamo il futuro.

Il documento di Deep View

Per la ventisettesima puntata di Deep View by Allora! News proponiamo la lunga conversazione:

Leonard Kleinrock: la nascita di Internet e il futuro dell’intelligenza artificiale

🎬 L.A. in a Minute – intervista di Evan Lovett

Il filmato, segnalato e rilanciato dalla stessa UCLA nel marzo 2026, ripercorre il percorso personale e scientifico di Kleinrock, la notte del primo collegamento ARPANET e le sue riflessioni sull’intelligenza artificiale contemporanea.

▶️ Guarda il video su YouTube.

Dopo il video resta una domanda

Il 29 ottobre 1969 Internet non era ancora Internet.

Era una rete sperimentale.

Due computer.

Due università.

Un collegamento.

E un sistema che si bloccò al terzo carattere.

Cinquantasette anni dopo viviamo dentro quella rete praticamente in ogni momento della giornata.

Adesso stiamo entrando in una nuova trasformazione.

L’intelligenza artificiale.

Forse fra altri cinquantasette anni qualcuno guarderà il nostro presente con la stessa curiosità con cui noi oggi guardiamo quella stanza della UCLA.

E si chiederà:

quando è cominciato davvero tutto questo?

La storia insegna che le rivoluzioni tecnologiche non sempre arrivano con un’esplosione.

A volte cominciano quasi in silenzio.

Con due lettere.

LO.

Deep View. Guardare più a fondo.

Documentari. Inchieste. Storia. Tecnologia. Per capire come siamo arrivati fin qui.

Fonte e ringraziamenti

Fonte video: L.A. in a Minute / Evan Lovett.

Allora! News ringrazia Leonard Kleinrock, Evan Lovett, L.A. in a Minute e UCLA per aver reso disponibile questa testimonianza sulla nascita di ARPANET e sulle trasformazioni tecnologiche che ci stanno conducendo verso l’era dell’intelligenza artificiale.

Le immagini, le interviste e gli altri materiali audiovisivi restano attribuiti ai rispettivi autori, produttori e titolari dei diritti.

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