Il sussurro registrato il 16 aprile 2008, il secchio non repertato immediatamente, il codice di produzione del contenitore e le contraddizioni emerse negli anni impongono una verifica totale. Il lavoro investigativo del giornalista Luigi Grimaldi ha riportato alla luce un reperto che potrebbe diventare il simbolo di una catena di errori troppo lunga
di Emanuele Esposito
Nota dell’autore: il presente articolo è un editoriale di opinione. Le valutazioni, le domande e le ipotesi espresse sono personali e si basano su documenti, filmati, dichiarazioni pubbliche e ricostruzioni giornalistiche. Non costituiscono un’accusa giudiziaria né un’affermazione di colpevolezza. Tutte le persone citate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva.
«C’è l’Estathé?».
Sono appena tre parole, pronunciate sottovoce, ma rischiano di pesare come un macigno sull’intera indagine per l’omicidio di Chiara Poggi.
È il 16 aprile 2008. Sono trascorsi otto mesi dal delitto. Nella villetta di via Pascoli entrano alcuni operatori con tute integrali, guanti, sovrascarpe e una telecamera. L’attenzione si concentra sul contenuto della pattumiera e, in particolare, su un piccolo contenitore di Estathé destinato a diventare uno dei reperti mediaticamente più utilizzati contro Alberto Stasi.
Nel filmato portato all’attenzione pubblica dal giornalista investigativo Luigi Grimaldi, uno degli operatori domanda se l’Estathé sia presente. Arriva una risposta affermativa e il contenitore viene individuato.
Quella frase non dimostra automaticamente che qualcuno abbia introdotto artificialmente il reperto nella pattumiera. Sarebbe scorretto trasformare un sospetto in una certezza o un interrogativo in una condanna.
Dimostra però qualcosa di altrettanto importante: chi stava svolgendo quell’operazione cercava esattamente quell’oggetto.
E allora le domande diventano inevitabili.
Chi aveva indicato che il contenitore dovesse trovarsi proprio lì? Perché quell’oggetto era diventato così importante dopo otto mesi? Perché non era stato repertato nell’immediatezza dell’omicidio? Chi lo aveva visto prima di quel sopralluogo? Esisteva un ordine di servizio specifico?
Una scena del crimine non più affidabile
La vera questione non riguarda soltanto il piccolo brik di tè. Riguarda l’intera scena del crimine.
Una pattumiera lasciata nella casa per mesi, non repertata immediatamente il 13 agosto 2007 e successivamente esaminata in condizioni che i consulenti della difesa descrissero come mutate non può essere considerata una capsula del tempo rimasta intatta.
Bisogna ricostruire ogni accesso alla villetta.
Chi entrò? Quando? Con quali autorizzazioni? Chi ebbe accesso alla cucina? Chi spostò gli oggetti? Chi controllò il sacco dei rifiuti? Chi vide il contenitore prima del 16 aprile 2008?
Esistono fotografie complete e datate capaci di dimostrare che quel brik fosse presente fin dal giorno dell’omicidio?
La catena di custodia non è un dettaglio burocratico e non è un cavillo inventato dagli avvocati. È la linea che separa una prova scientificamente utilizzabile da un oggetto qualunque.
Quando quella catena viene interrotta, ogni accertamento successivo deve essere valutato con estrema prudenza.
Alberto Stasi resta l’unica persona condannata in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. È un dato giudiziario che deve essere rispettato.
Ma una sentenza definitiva non rende automaticamente perfetta ogni attività investigativa precedente. Non impedisce di verificare se un reperto sia stato raccolto, conservato o interpretato correttamente. E non può trasformare retroattivamente una scena gestita male in una scena incontaminata.
Il ruolo decisivo di Luigi Grimaldi
È soprattutto grazie al lavoro di Luigi Grimaldi se oggi il contenitore di Estathé è tornato al centro dell’attenzione.
Grimaldi non dispone dei laboratori dei RIS, delle banche dati investigative, dei poteri della magistratura o della possibilità di ordinare perizie ufficiali. Ha però fatto ciò che il giornalismo investigativo dovrebbe sempre fare: osservare, confrontare, verificare e porre domande.
Attraverso l’analisi dei filmati, delle fotografie, della grafica delle confezioni e dei codici impressi sul contenitore, Grimaldi ha evidenziato elementi che meritano una risposta istituzionale.
Questo non significa che un giornalista abbia risolto il caso Garlasco o che abbia già dimostrato la manipolazione di una prova.
Significa, più semplicemente, che un giornalista ha visto qualcosa che gli apparati investigativi non avevano spiegato in modo convincente.
E quando un giornalista individua una possibile anomalia in un reperto centrale di un processo per omicidio, la risposta non può essere il silenzio, l’ironia o la delegittimazione personale.
La risposta deve essere una verifica.
Il merito di Grimaldi è aver riportato al centro non una suggestione, ma una domanda precisa: quel contenitore era davvero presente nella pattumiera fin dal 13 agosto 2007?
Il codice di produzione e le confezioni differenti
Secondo la ricostruzione di Luigi Grimaldi, il contenitore recuperato nella pattumiera presenterebbe caratteristiche grafiche differenti rispetto a quelli visibili nelle fotografie del frigorifero della famiglia Poggi.
Mancherebbero alcuni elementi promozionali legati al Giro d’Italia 2007, tra cui il riquadro bianco e rosa, mentre il codice di produzione indicato sulla confezione, L171FA-32, sarebbe riconducibile al 20 giugno 2007.
Questo dato, da solo, non dimostra che il contenitore sia stato introdotto nella casa dopo il delitto.
Una famiglia può acquistare lo stesso prodotto in giorni differenti, conservare confezioni appartenenti a lotti diversi o consumare prodotti acquistati separatamente.
Ma se la confezione della pattumiera era effettivamente diversa da quelle documentate nel frigorifero, la sua provenienza deve essere ricostruita.
Bisogna chiedere al produttore quali grafiche fossero in distribuzione in quel periodo, in quale stabilimento fosse stato realizzato il lotto, quando fosse stato immesso sul mercato e in quali punti vendita fosse disponibile nella zona di Garlasco.
Bisognerebbe inoltre verificare se quel lotto fosse compatibile con gli acquisti abituali della famiglia Poggi o con la spesa effettuata nei giorni precedenti l’omicidio.
Non basta una comparazione fotografica per dichiarare falso un reperto. Ma non è neppure accettabile ignorare una possibile incompatibilità soltanto perché potrebbe mettere in discussione una ricostruzione consolidata.
Il fatto che l’anomalia sia stata individuata da un giornalista non ne riduce l’importanza. Al contrario, dimostra quanto possa essere fondamentale l’inchiesta giornalistica quando si concentra sui documenti e non sulle urla televisive.
Il DNA di Stasi sulla cannuccia
Sulla cannuccia del contenitore sarebbe stato individuato il DNA di Alberto Stasi.
Questo elemento è stato presentato per anni come la conferma di una colazione consumata nella casa Poggi.
Ma il DNA non è in grado, da solo, di raccontare quando una persona abbia toccato un oggetto, in quale luogo o in quali circostanze.
Stasi frequentava abitualmente la villetta. La presenza del suo materiale genetico potrebbe quindi avere una spiegazione del tutto naturale.
Occorre inoltre chiarire se sulla cannuccia siano state individuate tracce biologiche riconducibili con certezza alla saliva oppure soltanto materiale genetico da contatto.
Se il reperto è rimasto per mesi in una scena non adeguatamente protetta, bisogna valutare il rischio di contaminazione, trasferimento secondario o manipolazione involontaria.
Il punto non è negare il risultato scientifico. È stabilirne il reale valore probatorio.
Un dato genetico ricavato da un oggetto dalla storia incerta non può essere interpretato come se quel reperto fosse stato raccolto poche ore dopo l’omicidio e custodito senza interruzioni.
Una messinscena o un sopralluogo maldestro?
L’ipotesi più grave è quella di una fabbricazione o di un inquinamento consapevole della prova.
Oggi non esistono elementi sufficienti per affermarlo come fatto.
Ma non è neppure possibile escluderlo senza indagare.
Il sopralluogo del 16 aprile 2008 potrebbe essere stato soltanto un tentativo tardivo e maldestro di recuperare un oggetto precedentemente trascurato. Anche in questo caso, però, ci troveremmo davanti a un fallimento investigativo enorme.
Se, invece, qualcuno sapeva che il contenitore doveva trovarsi nella pattumiera perché lo aveva visto, spostato o introdotto, lo scenario sarebbe infinitamente più grave.
La Procura dovrebbe acquisire il filmato originale, verificarne l’integrità e i metadati, identificare tutte le persone presenti e ricostruire gli ordini ricevuti dagli operatori.
Chi disse loro di cercare l’Estathé? Esiste un verbale precedente? Chi aveva descritto quel contenitore? Perché si decise di filmare l’operazione? Perché il reperto non venne raccolto nell’immediatezza del delitto?
Il sussurro non è una condanna.
È però una richiesta di verità che non può più essere ignorata.
Lo scontrino, la bottiglietta e l’alibi di Andrea Sempio
Mentre l’Estathé apre interrogativi sulla vecchia indagine, le nuove ricostruzioni mettono in discussione anche la solidità dell’alibi di Andrea Sempio.
Sempio è indagato e deve essere considerato innocente. Non esiste alcuna sentenza che lo abbia riconosciuto responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi.
Ma le versioni circolate sulla sua mattinata del 13 agosto 2007 non appaiono sempre perfettamente coerenti.
Per anni si è parlato del viaggio a Vigevano per cercare un libro, sostenuto anche da uno scontrino del parcheggio.
Successivamente è emerso il racconto di un passaggio al bar e di una bottiglietta d’acqua consegnata senza tappo.
Secondo quanto riportato, in una telefonata registrata dal giornalista Alessandro De Giuseppe, la madre di Sempio avrebbe raccontato di aver chiesto al figlio dove fosse stato e di aver ricevuto come risposta: «Al bar».
La donna avrebbe inoltre ricordato la bottiglietta senza tappo, che il figlio avrebbe dovuto bere completamente prima di tornare a casa.
Andrea Sempio avrebbe invece successivamente negato di essere stato al bar quella mattina.
Un ricordo contraddittorio, soprattutto a distanza di molti anni, non dimostra una colpevolezza. Ma un alibi deve essere verificabile.
Chi vide Sempio a Vigevano? La libreria era aperta? Esistono testimonianze indipendenti? Il barista o la barista hanno confermato la sua presenza? Ci sono ricevute, immagini o pagamenti?
Lo scontrino prova che un’automobile entrò o sostò in un parcheggio. Non dimostra automaticamente chi lo abbia ritirato, chi guidasse il veicolo o chi fosse presente.
Per questo uno scontrino nato per rafforzare un alibi rischia di trasformarsi in un boomerang investigativo.
Le celle telefoniche e gli spostamenti
Anche i dati delle celle telefoniche devono essere letti con prudenza.
Nel 2007 un telefono cellulare non produceva una localizzazione continua. Tra una chiamata e l’altra, il proprietario poteva spostarsi senza lasciare una traccia precisa.
Le celle non permettono quindi di affermare con certezza dove si trovasse una persona in ogni momento.
Tuttavia, se non emergono agganci compatibili con Vigevano e le posizioni disponibili restano nell’area di Garlasco, il racconto del viaggio deve essere sottoposto a una verifica rigorosa.
Non è la prova che Andrea Sempio fosse in via Pascoli.
È però un elemento che impedisce di considerare il suo alibi automaticamente confermato.
Sempio non può diventare il nuovo colpevole precostituito
Da tempo sostengo che il caso Garlasco non possa essere ridotto a una semplice sostituzione di nomi.
Non basta togliere Alberto Stasi e mettere Andrea Sempio al suo posto.
La ricerca della verità non è un gioco di sedie.
Potrebbero esserci altre presenze, altre conoscenze e altre condotte successive al delitto. Potrebbero esserci persone che non hanno partecipato all’omicidio, ma che hanno saputo, taciuto, protetto o indirizzato.
Sono ipotesi che devono essere dimostrate. Non si possono indicare colpevoli attraverso suggestioni o processi mediatici.
Ma non si può neppure vietare agli investigatori di guardare oltre Sempio soltanto perché una verità più complessa potrebbe mettere in crisi quasi vent’anni di certezze.
Andrea Sempio non deve diventare il nuovo colpevole precostituito utile a chiudere rapidamente un caso imbarazzante.
Merita un’indagine seria, completa e imparziale, capace di stabilire definitivamente se sia estraneo o coinvolto.
L’indagine del 2017 e il filone bresciano
Ulteriori interrogativi riguardano la gestione dell’indagine svolta tra il 2016 e il 2017 sulla posizione di Andrea Sempio.
Secondo le ricostruzioni pubbliche, sarebbero emerse contestazioni sulla provenienza di alcuni documenti, sulle comunicazioni alla parte civile e sul modo in cui furono acquisiti e utilizzati determinati atti.
A questo si aggiunge il filone bresciano relativo a una presunta corruzione collegata alla precedente indagine su Sempio.
Si tratta di accuse gravissime che devono essere provate.
Giuseppe Sempio, Mario Venditti e tutte le altre persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.
Ma se l’indagine dovesse trovare riscontri, il problema non riguarderebbe più soltanto l’alibi di un giovane. Investirebbe l’integrità stessa del procedimento svolto in quegli anni.
Bisognerebbe allora stabilire quali accertamenti furono compiuti, quali furono omessi e perché una posizione tanto delicata venne archiviata senza sciogliere definitivamente tutti i dubbi.
Le resistenze non sono prove, ma preoccupano
Colpisce la durezza con la quale ogni nuova anomalia viene spesso accolta.
Ogni dubbio sembra essere immediatamente ridimensionato, screditato o trasformato in un attacco personale.
Una reazione difensiva, una querela o una posizione contraria alla riapertura dell’indagine non dimostrano un coinvolgimento nel delitto o in eventuali coperture.
La famiglia di Chiara Poggi ha vissuto un dolore inimmaginabile e merita rispetto.
Ma proprio per rispetto verso Chiara dovrebbe essere interesse di tutti eliminare ogni dubbio.
Non convince l’idea che chiedere una verifica più approfondita significhi automaticamente voler attaccare la famiglia Poggi o cancellare la sentenza contro Stasi.
La verità non appartiene a una parte processuale, a una Procura, a un avvocato o a una trasmissione televisiva.
Appartiene ai fatti.
E chi è davvero convinto della solidità della ricostruzione originaria non dovrebbe temere nuovi controlli.
Un’indagine fatta male sulla pelle di un giovane
Se Alberto Stasi è colpevole, deve esserlo sulla base di prove integre, verificabili e raccolte correttamente.
Se è innocente, ha trascorso anni in carcere per un crimine che non ha commesso.
In entrambi i casi, un’indagine condotta male rappresenterebbe una sconfitta per lo Stato.
Non è accettabile che, in un omicidio tanto grave, una pattumiera venga lasciata per mesi, che un reperto venga recuperato tardivamente, che un sussurro faccia sospettare una ricerca già orientata e che gli alibi alternativi restino avvolti da contraddizioni mai completamente risolte.
Il compito della giustizia non è difendere a ogni costo una sentenza precedente.
È trovare la verità.
La pistola fumante è l’insieme delle anomalie
La pistola fumante non è ancora la prova di chi abbia ucciso Chiara Poggi.
La pistola fumante è l’insieme delle anomalie.
È il contenitore di Estathé dalla provenienza incerta.
È il secchio non repertato immediatamente.
È il codice del lotto.
È la possibile differenza grafica tra le confezioni.
È la catena di custodia piena di interrogativi.
È il DNA interpretato senza considerare la storia materiale dell’oggetto.
È lo scontrino che non dimostra chi fosse realmente a Vigevano.
È la bottiglietta senza tappo raccontata dalla madre e successivamente negata dal figlio.
Sono le celle telefoniche che non confermano in modo certo il viaggio.
Sono le anomalie dell’indagine del 2017, il percorso poco chiaro di alcuni documenti e il filone bresciano sulla possibile corruzione.
Presi singolarmente, tutti questi elementi potrebbero avere spiegazioni innocenti.
Considerati insieme, impongono di riaprire ogni porta.
Non basta pensare male, bisogna indagare bene
Come si dice dalle mie parti, a pensare male non si fa peccato e spesso ci si azzecca.
Ma qui non basta pensare male.
Bisogna indagare bene.
Servono analisi ufficiali sul contenitore, sui lotti e sulle grafiche. Servono i registri completi degli accessi alla villetta. Servono gli originali dei filmati, delle fotografie e dei verbali.
Serve una valutazione scientifica del DNA che tenga conto della storia del reperto e delle possibili contaminazioni.
Servono risposte sullo scontrino di Vigevano, sulla bottiglietta d’acqua, sulla libreria indicata come destinazione e sugli spostamenti di Andrea Sempio.
Servono chiarimenti sulla gestione dell’indagine del 2017 e sulla provenienza dei documenti riservati.
Se si è trattato soltanto di errori, devono essere individuati e ammessi.
Se qualcuno ha alterato una prova, deve risponderne.
Se qualcuno ha protetto un indagato, deve essere scoperto.
Se invece ogni sospetto è infondato, la magistratura ha il dovere di dimostrarlo attraverso fatti, documenti e accertamenti scientifici, non con il silenzio.
Chiara Poggi merita la verità vera.
Alberto Stasi merita che la sua condanna sia fondata esclusivamente su prove incontaminate.
Andrea Sempio merita un’indagine seria che stabilisca definitivamente la sua posizione.
Luigi Grimaldi merita che le anomalie individuate con il suo lavoro giornalistico non vengano liquidate come semplici suggestioni, ma siano sottoposte alle verifiche che soltanto la magistratura e gli organi scientifici possono effettuare.
E l’Italia merita di sapere se quella del 16 aprile 2008 fu soltanto una maldestra operazione investigativa o qualcosa di molto più grave.
La verità non si fabbrica con un barattolino.
E non si può più nascondere dietro un sussurro.

Be the first to comment