Via Poma e Garlasco, due casi diversi ma la stessa ferita: quando le indagini lasciano la verità nell’ombra

Otto nuovi profili genetici sono stati esclusi nell’inchiesta sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. A oltre trentacinque anni dal delitto, il fascicolo resta contro ignoti. Una vicenda che, insieme alle domande ancora aperte su Garlasco, ricorda quanto gli errori e le omissioni delle prime ore possano compromettere per decenni la ricerca della verità

Via Poma e Garlasco non sono lo stesso caso.

Per l’omicidio di Simonetta Cesaroni non esiste ancora un colpevole giudiziariamente accertato. Per quello di Chiara Poggi, invece, esiste una sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi, mentre nuove indagini stanno verificando ulteriori elementi e coinvolgono Andrea Sempio, che deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza.

Questa differenza non può essere cancellata.

Eppure, le due vicende sono unite da un interrogativo che continua a tormentare l’opinione pubblica: quanto hanno pesato la gestione iniziale delle scene del crimine, gli accertamenti incompleti, i reperti non immediatamente valorizzati e le ricostruzioni cambiate nel corso degli anni?

Le garanzie non servono soltanto agli indagati. Servono alle vittime, alle loro famiglie e all’intera collettività.

Un’indagine condotta male può lasciare libero un assassino, trascinare un innocente nel sospetto oppure produrre una verità giudiziaria destinata a essere contestata per decenni.

Otto nuovi Dna, tutti esclusi

L’ultima novità sul delitto di via Poma riguarda il confronto del Dna di otto persone mai precedentemente coinvolte nell’inchiesta.

Cinque donne e tre uomini sono stati sottoposti agli accertamenti disposti nell’ambito delle nuove indagini sull’assassinio di Simonetta Cesaroni, uccisa il 7 agosto 1990 negli uffici di via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati di Roma.

Si tratterebbe di professionisti che all’epoca frequentavano o risiedevano nello stabile e di persone considerate vicine a chi lavorava negli uffici.

Gli esami, effettuati nel mese di giugno, hanno dato esito negativo: nessuno degli otto profili genetici sarebbe compatibile con le tracce biologiche prese in considerazione.

Queste persone non risultano indagate per l’omicidio. Il confronto era finalizzato a identificare oppure escludere possibili presenze e contaminazioni legate allo stabile e agli ambienti di lavoro.

L’esito negativo elimina una delle piste esplorate, ma non chiarisce a chi appartengano le tracce né quale rapporto possano avere con il delitto.

Il fascicolo della Procura di Roma rimane aperto contro ignoti.

Gli esami affidati ai Carabinieri del Ris

L’accertamento tecnico irripetibile era stato affidato ai Carabinieri del Ris il 4 giugno.

I campioni genetici delle otto persone sono stati comparati con tracce isolate su alcuni indumenti della vittima, in particolare sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini conservati dal giorno dell’omicidio.

L’obiettivo era verificare se le moderne tecniche scientifiche potessero individuare collegamenti rimasti invisibili durante le precedenti fasi dell’inchiesta.

Ogni esclusione rappresenta comunque un risultato investigativo: restringe il campo e permette di distinguere le presenze potenzialmente spiegabili da quelle che richiedono ulteriori approfondimenti.

Ma resta una domanda inevitabile: perché questi confronti vengono effettuati soltanto oggi, oltre trentacinque anni dopo il delitto?

Il giudice aveva respinto l’archiviazione

La nuova attività investigativa nasce dalla decisione assunta nel dicembre 2024 dal giudice per le indagini preliminari di Roma.

Il gip aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura e aveva ordinato una serie di ulteriori accertamenti.

Tra questi figuravano una nuova analisi delle tracce genetiche presenti sui reperti, il riesame completo del materiale fotografico e l’audizione di diversi testimoni.

Da oltre un anno e mezzo i Carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, coordinati dal sostituto procuratore Alessandro Lia, stanno quindi rileggendo documenti, fotografie, testimonianze e risultati scientifici.

È un lavoro necessario. Ma è anche la dimostrazione di quanto un’inchiesta possa diventare difficile quando si è costretti a ricostruire decenni dopo ciò che sarebbe dovuto essere cristallizzato nelle prime ore.

L’omicidio di Simonetta Cesaroni

Simonetta aveva vent’anni e lavorava come segretaria e contabile per la Reli Sas presso gli uffici dell’Associazione italiana alberghi per la gioventù.

Nel pomeriggio del 7 agosto 1990 raggiunse lo stabile di via Poma per svolgere alcune attività amministrative.

Il suo ultimo contatto noto risale alle 17:30, quando telefonò a Luigia Berrettini. Alle 18:30 avrebbe dovuto parlare con il datore di lavoro Salvatore Volponi, ma quella chiamata non avvenne mai.

Quando Simonetta non tornò a casa, i familiari iniziarono a cercarla.

La sorella Paola, accompagnata dal fidanzato e da Volponi, raggiunse l’ufficio. Dopo aver ottenuto l’apertura della porta, il corpo della ragazza venne trovato intorno alle 23:30.

L’autopsia collocò la morte tra le 18 e le 18:30.

Una scena del crimine piena di interrogativi

Simonetta venne colpita numerose volte con un’arma da punta e taglio mai ritrovata. Fu ipotizzato l’utilizzo di un tagliacarte o di un oggetto simile presente nell’ufficio.

Le stanze non apparivano messe a soqquadro e non vennero riscontrati evidenti segni di effrazione.

Questi elementi alimentarono fin dall’inizio l’ipotesi che la vittima conoscesse l’assassino oppure che l’autore avesse accesso allo stabile.

Alcuni indumenti, diversi oggetti personali e le chiavi dell’ufficio non furono mai ritrovati.

La presenza di più persone nell’edificio, le difficoltà nella ricostruzione degli accessi e la possibilità di contaminazioni hanno accompagnato per decenni l’intera inchiesta.

Quando una scena del crimine non viene protetta e documentata in maniera assoluta, ogni analisi successiva diventa più fragile.

Un Dna può essere individuato, ma occorre stabilire quando sia stato depositato, da chi, attraverso quale contatto e con quale possibile collegamento con l’omicidio.

Piste, sospetti e assoluzioni

Nel corso degli anni, il delitto di via Poma ha prodotto interrogatori, perizie, sospetti e processi.

Numerose persone sono entrate e uscite dall’inchiesta. Diverse ricostruzioni sono state formulate e successivamente abbandonate.

Anche le piste riguardanti il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore, e altri soggetti coinvolti negli accertamenti non hanno condotto all’individuazione definitiva dell’assassino.

A oltre tre decenni dal delitto, la giustizia italiana non è ancora riuscita a dare un nome e un volto a chi uccise Simonetta.

È una sconfitta che non appartiene soltanto alla famiglia Cesaroni. Appartiene allo Stato.

La genetica può ancora aiutare, ma non può ricreare il passato

Le moderne tecniche di laboratorio permettono di lavorare su quantità di materiale infinitamente più piccole rispetto a quelle necessarie negli anni Novanta.

Possono distinguere profili misti, individuare componenti minoritarie e sottoporre a nuovi esami reperti che un tempo non offrivano risultati utilizzabili.

Ma la scienza non può ricostruire una scena che è stata alterata, contaminata o documentata in modo insufficiente.

Può stabilire la presenza di materiale genetico, ma non sempre può determinare il momento e il significato del deposito.

Per questo ogni risultato deve essere inserito in una ricostruzione più ampia, sostenuta da testimonianze, orari, accessi, movimenti, fotografie e altri riscontri oggettivi.

Il Dna non è una formula magica. È uno strumento potentissimo che ha bisogno di una scena del crimine affidabile.

Garlasco, una verità giudiziaria e domande ancora aperte

Il delitto di Garlasco presenta una situazione giudiziaria differente.

Per l’omicidio di Chiara Poggi esiste una condanna definitiva nei confronti di Alberto Stasi. Quel dato deve essere rispettato e non può essere cancellato da ipotesi giornalistiche o discussioni televisive.

Ma le nuove indagini riguardanti Andrea Sempio hanno riportato al centro dell’attenzione la qualità degli accertamenti originari, la gestione della villetta, i reperti raccolti e quelli non immediatamente sequestrati, gli accessi alla scena e la provenienza di alcune tracce biologiche.

Non ogni anomalia dimostra che una sentenza sia sbagliata. Non ogni nuovo esame conduce necessariamente a un diverso responsabile.

Tuttavia, quando dopo quasi vent’anni è ancora necessario stabilire chi abbia toccato un oggetto, quando sia stato depositato un reperto o per quale motivo non sia stato immediatamente acquisito, significa che le prime indagini hanno lasciato spazi troppo ampi all’incertezza.

La scena del crimine non offre una seconda occasione

Le prime ore successive a un omicidio sono irripetibili.

Una porta lasciata aperta, un oggetto spostato, un cestino non sequestrato, un pavimento attraversato senza protezioni o una fotografia scattata male possono condizionare anni di indagini e processi.

Quando il luogo del delitto viene alterato, anche involontariamente, la verità perde pezzi che nessuna tecnologia potrà restituire completamente.

La scienza forense non sostituisce il rigore investigativo: lo completa.

Per questo la protezione della scena deve essere considerata il primo atto di giustizia nei confronti della vittima.

Il rischio della visione a tunnel

Un altro pericolo comune a molte grandi inchieste è quello di concentrarsi troppo presto su una persona o su una sola ricostruzione.

Quando gli investigatori scelgono un’ipotesi dominante, ogni elemento rischia di essere interpretato per confermarla.

Gli indizi compatibili vengono valorizzati. Quelli contrari possono essere considerati marginali, casuali o irrilevanti.

È la cosiddetta visione a tunnel: non si cerca più ciò che è accaduto, ma ciò che può confermare l’idea già costruita.

Un’indagine realmente solida dovrebbe tentare continuamente di smentire la propria tesi principale.

Soltanto una ricostruzione capace di resistere agli elementi contrari, alle perizie indipendenti e alle spiegazioni alternative può diventare affidabile.

Due famiglie condannate ad attendere

Dietro i fascicoli ci sono le famiglie.

Quella di Simonetta aspetta ancora di sapere chi l’abbia uccisa.

Quella di Chiara ha attraversato interrogatori, processi, assoluzioni, condanne, nuove perizie e una continua esposizione mediatica.

Ogni riapertura, ogni nuovo reperto e ogni indiscrezione riportano il dolore al punto di partenza.

Lo Stato ha il dovere di cercare la verità, ma deve farlo con rigore, prudenza e rispetto, evitando processi televisivi e condanne pubbliche anticipate.

La ricerca della verità non può diventare uno spettacolo.

Due casi diversi, la stessa responsabilità dello Stato

Via Poma e Garlasco non possono essere sovrapposti sul piano giudiziario.

Ma entrambi mostrano quanto sia pericoloso costruire un procedimento penale sull’approssimazione.

Le garanzie servono a evitare che la fretta, la pressione dell’opinione pubblica o il desiderio di chiudere rapidamente un’indagine prendano il posto delle prove.

Servono a proteggere le persone accusate ingiustamente, ma anche a impedire che il vero assassino possa sfuggire alla giustizia.

Ogni errore investigativo ha conseguenze che possono durare per generazioni.

Non basta riaprire: bisogna comprendere perché si è sbagliato

Ogni nuova analisi è utile. Ogni reperto può offrire una risposta. Ogni testimone riascoltato può chiarire un dettaglio rimasto oscuro.

Ma non è sufficiente riaprire periodicamente i fascicoli.

Bisogna anche avere il coraggio di capire perché alcuni controlli non furono effettuati, perché certi oggetti non vennero sequestrati, perché determinate testimonianze furono trascurate e perché alcune ipotesi divennero dominanti.

Senza questa autocritica istituzionale, la giustizia continuerà a inseguire per decenni ciò che avrebbe potuto raccogliere nelle prime ore.

Gli otto nuovi Dna esclusi non risolvono il delitto di via Poma. Dimostrano però che la ricerca non è terminata.

Simonetta Cesaroni e Chiara Poggi ci consegnano una lezione dolorosa: la verità non si perde soltanto perché qualcuno la nasconde.

A volte si perde perché chi aveva il compito di cercarla non ha saputo proteggere abbastanza bene il luogo nel quale era rimasta.