A sei mesi dalla conquista della leadership liberale, Angus Taylor concentra l’attacco sul comportamento del premier nel podcast “Bush Deep”. Dietro le quinte, però, i due stanno collaborando su dossier importanti. La scommessa dell’opposizione è trasformare una gaffe in un giudizio politico sulla personalità di Albanese
A sei mesi esatti dalla caduta di Sussan Ley e dall’elezione di Angus Taylor alla guida del Liberal Party, il leader dell’opposizione australiana sembra aver temporaneamente deviato dalla rotta indicata nel suo primo discorso.
Allora aveva promesso un reset fondato su tre priorità: costo della vita, immigrazione e valori australiani.
Questa settimana, con il ritorno del Parlamento dopo la pausa invernale, Taylor ha invece concentrato buona parte della propria offensiva su quella che ormai a Canberra viene chiamata la “melon saga”, la controversia nata dall’apparizione di Anthony Albanese nel podcast satirico Bush Deep.
Una vicenda apparentemente marginale che l’opposizione sta però cercando di trasformare in qualcosa di molto più ampio: un giudizio sul carattere del primo ministro.
Il podcast che continua a inseguire Albanese
La polemica nasce dai commenti fatti da Albanese nel corso del podcast, quando ha parlato dei “meloni” ricevuti dalla premier giapponese Sanae Takaichi.
Il significato attribuito a quelle parole e soprattutto il contesto del programma hanno alimentato una controversia politica che il governo non è ancora riuscito a chiudere.
Taylor ha chiesto ripetutamente ad Albanese di scusarsi durante il Question Time e ha tentato di portare in Parlamento una mozione di condanna nei confronti del primo ministro.
L’opposizione sostiene che l’episodio abbia rischiato di danneggiare anche i rapporti con il Giappone.
La Coalition ha inoltre chiesto all’Australian Federal Police di verificare chi abbia fatto trapelare una nota confidenziale proveniente da Tokyo nella quale, secondo quanto riportato, il governo giapponese avrebbe ritenuto che non vi fosse stata alcuna “cattiva intenzione” nelle parole del premier australiano.
Albanese, dopo essersi già scusato per alcuni commenti fatti nello stesso podcast su Kylie Minogue, rifiuta invece di presentare nuove scuse e respinge l’interpretazione secondo cui avrebbe fatto allusioni volgari alla premier Takaichi.
Il Giappone prova a chiudere la questione
Da parte giapponese il tentativo sembra essere quello di non alimentare ulteriormente la polemica.
L’ambasciatore del Giappone in Australia, Kazuhiro Suzuki, ha spiegato che Tokyo è stata informata dal governo australiano che Albanese non aveva pronunciato quelle parole nel significato attribuito da alcune ricostruzioni.
Ma sul fronte interno australiano la questione rimane politicamente viva.
Barnaby Joyce, oggi deputato di One Nation, ha sostenuto che il contesto visivo del podcast renda comunque facilmente comprensibile il motivo per cui molti spettatori possano aver interpretato le parole di Albanese in un certo modo.
Il problema, però, ormai va oltre la singola battuta.
Taylor punta direttamente sul carattere del premier
Taylor sta cercando di utilizzare l’episodio per costruire un’accusa politica più profonda.
«È pieno di arroganza. Non mostra umiltà quando commette un errore», ha detto il leader liberale parlando a 2GB.
È questo il vero obiettivo dell’offensiva.
Non dimostrare soltanto che Albanese abbia commesso una gaffe, ma convincere gli elettori che quell’episodio racconti qualcosa della sua personalità e del suo modo di esercitare il potere.
È una strategia conosciuta nella politica australiana.
Labor utilizzò con grande efficacia gli episodi controversi che coinvolgevano Scott Morrison per costruire progressivamente un’immagine negativa del suo carattere e della sua leadership.
Taylor sembra voler tentare un’operazione simile con Albanese.
Dietro le quinte, però, Taylor e Albanese collaborano
Il paradosso è che mentre pubblicamente lo scontro è durissimo, dietro le porte chiuse del Parlamento i rapporti tra i due leader sono molto più pragmatici.
In questi giorni Taylor e Albanese hanno avuto diversi incontri personali nel tentativo di trovare accordi bipartisan su alcune questioni importanti.
Tra queste figurano la pubblicità del gioco d’azzardo, l’obbligo per i giganti tecnologici di contribuire economicamente al giornalismo e il contenimento della crescita della spesa dell’NDIS.
Su questi dossier entrambi hanno interesse a trovare compromessi.
Il contrasto è quindi evidente.
In privato cooperazione.
In pubblico attacco frontale.
Una dinamica tutt’altro che insolita nella politica, ma particolarmente significativa in una fase nella quale entrambi cercano di consolidare la propria leadership.
Il precedente Sussan Ley
L’offensiva di Taylor arriva esattamente sei mesi dopo la fine della leadership di Sussan Ley.
Dopo essere stata sconfitta da Taylor nella battaglia interna al partito e aver lasciato il Parlamento, Ley ha intrapreso un lungo viaggio in autobus Greyhound attraverso l’interno degli Stati Uniti.
Un’esperienza che, secondo quanto ha raccontato, le ha fatto comprendere meglio il senso di disconnessione e disillusione che attraversa una parte crescente delle società occidentali.
Una riflessione che riguarda direttamente anche l’Australia.
Il forte spostamento di consensi lontano dai grandi partiti registrato quest’anno mostra infatti una crescente distanza tra politica e cittadini.
Ed è proprio questo il rischio che Taylor deve valutare.
Il rischio di parlare della cosa sbagliata
Durante la leadership Ley, molti all’interno dello stesso Liberal Party le rimproveravano di dedicare troppo spazio a controversie incapaci di entrare realmente nella vita quotidiana degli elettori.
La maglietta indossata dal premier.
Le lacrime di Penny Wong.
Le polemiche su Kevin Rudd e Donald Trump.
Questioni che producevano titoli ma che spesso apparivano lontane dalle principali preoccupazioni di famiglie alle prese con mutui, affitti, bollette e costo del cibo.
Taylor aveva promesso di cambiare proprio questo approccio.
La sua strategia sui “meloni” rischia quindi di diventare un test.
Se riuscirà a trasformare l’episodio in una questione di leadership e affidabilità personale, potrebbe infliggere un danno reale ad Albanese.
Se invece gli elettori percepiranno l’offensiva come l’ennesima polemica di Canberra scollegata dai problemi quotidiani, il rischio sarà quello di ripetere esattamente gli errori che Taylor aveva promesso di evitare.
Sei mesi dopo, la prima vera deviazione
Finora il nuovo leader liberale aveva mantenuto abbastanza fedelmente l’impostazione annunciata all’inizio del mandato.
Costo della vita.
Immigrazione.
Pressione sul mercato immobiliare.
Valori e identità nazionale.
La vicenda del podcast rappresenta il primo evidente spostamento verso una strategia più personale.
La domanda adesso è se si tratti soltanto di una parentesi o dell’inizio di una nuova fase dell’opposizione.
Perché attaccare il carattere di un primo ministro può essere politicamente efficace.
Ma in un Paese attraversato da forte pressione economica e crescente disaffezione verso i grandi partiti, esiste sempre il rischio che gli elettori rispondano con una domanda molto più semplice:
mentre a Canberra si discute dei “meloni”, chi sta parlando dei problemi che riempiono davvero il carrello della spesa?
