Australia, troppo pesce importato: i costi ambientali e sociali rischiano di essere trasferiti all’estero

L’Australia dispone di circa otto milioni di chilometri quadrati di acque da pesca e della terza zona economica esclusiva più grande al mondo, ma produce appena lo 0,14% del pesce e dei prodotti ittici globali. Una ricerca della James Cook University mette in discussione la forte dipendenza dalle importazioni: parte della pressione ambientale e sociale legata alla produzione viene trasferita verso Paesi dove controlli, standard di sostenibilità e tutela del lavoro possono essere meno rigorosi.

Un Paese circondato dal mare che importa una parte consistente del pesce che consuma.

È il paradosso evidenziato da una nuova ricerca della James Cook University, secondo cui l’Australia, nonostante l’enorme estensione delle proprie acque, occupa soltanto il 52º posto mondiale nella produzione ittica.

La produzione australiana rappresenta appena lo 0,14% del totale globale. Il confronto con i principali produttori è netto: la Cina genera circa il 36% della produzione mondiale, l’Indonesia il 7% e il Vietnam il 5%. 

Il problema non è soltanto quanto pesce viene importato

Secondo Andrew Chin, Senior Fisheries Researcher della James Cook University e coautore dello studio, la questione riguarda soprattutto le condizioni nelle quali il pesce importato viene prodotto.

La domanda globale di seafood è aumentata fortemente negli ultimi sessant’anni e oggi fornisce circa un quinto dell’apporto proteico annuale mondiale.

Quando l’Australia importa prodotti, in particolare quelli a basso costo, da Paesi nei quali pesca e acquacoltura operano con standard ambientali o sociali inferiori, una parte degli impatti associati al consumo australiano viene semplicemente spostata oltre confine. 

I ricercatori avvertono che in alcune aree caratterizzate da gestione più debole e minori risorse per i controlli, questi effetti possono essere persino amplificati, con conseguenze su specie marine, ecosistemi e comunità che dipendono dalla pesca.

Lo studio, quindi, non sostiene che tutto il prodotto importato sia problematico. Mette piuttosto l’accento sulla necessità di verificare che il pesce venduto in Australia rispetti criteri comparabili a quelli richiesti ai produttori locali.

Perché l’Australia produce così poco?

La risposta non è semplice.

Secondo il coautore Jonathan Smart, la bassa produzione nazionale deriva dalla combinazione di diversi fattori: produttività marina relativamente limitata, costi elevati per pesca e acquacoltura, forte pressione della pesca ricreativa e vincoli regolatori che limitano l’espansione commerciale. 

È un elemento importante perché impedisce di ridurre la questione alla semplice dimensione geografica.

Avere una delle più grandi zone economiche esclusive del pianeta non significa automaticamente poter aumentare in modo indiscriminato le catture.

Qualsiasi espansione della produzione deve restare compatibile con la sostenibilità degli stock ittici e degli ecosistemi.

Più acquacoltura e pesca australiana

La ricerca propone una strategia articolata.

Tra le priorità c’è un maggiore investimento nella pesca commerciale domestica e nell’acquacoltura, accompagnato da riforme regolatorie capaci di bilanciare sostenibilità ambientale e sostenibilità economica per produttori e consumatori.

L’obiettivo non sarebbe quindi sostituire semplicemente le importazioni con maggiore sfruttamento delle acque australiane, ma aumentare la capacità produttiva nazionale dove questo può avvenire in modo controllato e scientificamente sostenibile. 

Etichette più chiare per il consumatore

Un altro punto riguarda il prodotto importato.

Chin propone standard, certificazioni ed etichettature più rigorosi, in modo che il seafood che entra nel mercato australiano rispetti principi ambientali e sociali analoghi a quelli applicati all’industria nazionale.

L’Australia viene considerata uno dei Paesi con i sistemi di gestione della pesca e dell’acquacoltura più avanzati. Proprio per questo, secondo i ricercatori, non avrebbe senso imporre standard elevati ai produttori australiani lasciando entrare sul mercato prodotti realizzati secondo criteri molto diversi. 

Per i consumatori la questione riguarda anche l’indicazione dell’origine.

Sapere dove un pesce è stato catturato o allevato e secondo quali standard può diventare un elemento importante nella scelta di acquisto, soprattutto nella ristorazione, dove l’origine del prodotto non è sempre immediatamente evidente.

Un tema che riguarda anche ristoranti e food service

La dipendenza dalle importazioni non è soltanto una questione ambientale.

Il prezzo del pesce incide direttamente su ristoranti, pescherie, supermercati e imprese del food service.

Il prodotto importato può offrire prezzi competitivi e continuità di fornitura, mentre la produzione australiana deve confrontarsi con costi del lavoro, energia, logistica e requisiti regolatori generalmente più elevati.

È proprio questa differenza che rende complesso il confronto.

Un aumento indiscriminato delle barriere alle importazioni potrebbe tradursi in prezzi più alti per i consumatori. Ma non intervenire sugli standard rischia di creare una concorrenza nella quale chi produce secondo regole più severe parte strutturalmente svantaggiato.

La questione centrale: stessi standard per tutti

Lo studio della James Cook University porta quindi il dibattito oltre il semplice confronto tra prodotto australiano e prodotto straniero.

Il punto è stabilire quali condizioni ambientali, sociali e di trasparenza debbano essere richieste al pesce venduto in Australia, indipendentemente dalla sua provenienza.

I ricercatori chiedono un maggiore coordinamento tra governo federale, Stati, industria, gestori delle risorse e consumatori, insieme a criteri più trasparenti nella distribuzione delle risorse marine tra pesca commerciale, ricreativa e conservazione. 

Per un Paese che dispone di una delle più vaste aree marine del mondo, il dato dello 0,14% della produzione globale pone una questione economica oltre che ambientale.

L’Australia può continuare a importare seafood, ma la ricerca suggerisce che non può considerare irrilevante come e dove quel prodotto viene ottenuto. Se gli standard applicati alla produzione nazionale sono elevati, la stessa attenzione dovrebbe accompagnare ciò che arriva dall’estero e finisce sulle tavole australiane.